Sicurezze
(copertina di La Faille di B. Rinkel)
«In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
“Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.» [Lc. 14,25-33]
Blandine Rinkel intitola il suo libro: “La faille” (Ed. Stock, 2025) e spiega come tale termine le venga spontaneamente nella scrittura in corsivo del termine “famille”, mangiandosi, senza accorgersene, la “m”.
Volendo scrivere “famiglia”, si ritrova a scrivere, senza volerlo, “frattura”, “difetto”.
Gesù non è “contro” la famiglia, è per un suo ridimensionamento, una sua relativizzazione. La famiglia non è il valore assoluto da cui far derivare ogni scelta e ogni decisione. Non perché non sia importante ma perché anche la famiglia, come la vita, è subordinata ad un plus che si affaccia e determina un discriminante.
È cosa buona la famiglia, ma è fatta per esplodere non per imporre se stessa come un tabù o un totem. Il compimento della famiglia non è nell’affermazione di se stessa come luogo di potere e di sicurezze. La famiglia compie se stessa quando ogni suo membro raggiunge la propria statura di adulto, la propria autonomia decisionale e affettiva.
L’essere umano, sembra voler dire Gesù, nel vangelo, di Luca, non è fatto per la famiglia, ma per un “di più”. Quando questo “di più” si affaccia all’orizzonte della propria esistenza, tutto il resto diventa relativo, orientato alla novità che ci si propone.
“Se uno viene a me”: ecco l’inizio. Ognuno è libero di avere l’idolo che vuole, ma “se uno viene a me”, questi idoli devono fare spazio all’unica realtà che valga la pena di essere vissuta davvero, fino in fondo.
Non è male amare il padre e la madre, la moglie, i figli…la propria vita. Semplicemente, “non può essere mio discepolo” chi ama “padre, madre,…figli… più di me”.
La “famiglia” può diventare luogo di sicurezza e di potere.
Sicurezza per le proprie paure, muro che difende dalle “cattiverie” di ciò che è fuori della famiglia. Non si cresce difendendosi e cercando riparo. La frattura sarebbe, qui, un baratro tombale per la dimensione adulta dell’essere umano e non la via di liberazione della persona adulta e della persona adulta e indipendente.
La famiglia può essere luogo di potere, sia della famiglia intera verso il resto del mondo, sia dell’un membro sull’altro. L’essere padre o madre o figlio non determinano uno stato permanente di potere o di sudditanza, ma sono stati in divenire, in crescita, fino a darsi pienamente del “tu”, in modo autonomo e adulto. Perché questo accada le relazioni affettive non possono autogiudicarsi, ma necessitano di un “terzo” con cui confrontarsi. Il “di più” apparso all’orizzonte si propone come termine discriminante anche nelle relazioni umane. È con lui che ci si può confrontare. È alla luce con l’incontro con lui che si può giudicare l’autenticità delle relazioni che viviamo. Anche la relazione con noi stessi.
E questo giudizio, a volte, è crisi. Sia nel senso etimologico (dal verbo greco krìno, giudico), sia come spaccatura. Forse è questa la “croce” che ci viene chiesto di portare.
A volte usiamo l’espressione “portare la propria croce” come sinonimo di rassegnazione di fronte ad avversità di cui avremmo fatto volentieri a meno. E così il cristiano è il rinunciatario, il perdente, il rassegnato di fronte alle sconfitte.
Portare la croce, invece, è porre un discrimine nella propria esistenza. È intravedere nella propria storia uno spiraglio di liberazione dai vincoli sociali, economici e anche affettivi. Perfino da se stessi. Tutto il resto, tutto il resto sembrerà poca cosa.
“Se uno viene a me”.
