“Esaltazione della Croce”
Masaccio, Crocifissione (part.) museo di Capodimonte, Napoli
«In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». [Gv 3,13-27]
Tutto il racconto del capitolo 3 di Giovanni va visto nel suo insieme. È il noto episodio dell’incontro con Nicodemo il cui esordio è spiazzante:«Se uno non nasce di nuovo [dall’alto] non potrà conoscere il regno di Dio». (Gv 3,3)
La situazione in cui ci troviamo a vivere non è solo la collocazione in cui, passivamente, siamo capitati, ma anche l’ambito vitale in cui ci viene chiesto anche di essere in grado di leggere la realtà che viviamo, di giudicarla e di operare le scelte che saranno determinanti per il prosieguo del cammino.
Questo punto di partenza illumina tutto il seguito.
Nel libro dei Numeri (21,4-9) si parla di Mosè che salva gli israeliti dal veleno dei serpenti nel deserto, mettendo su un’asta un serpente di bronzo. Chi, morso dal serpente, guarda all’immagine del serpente non muore.
Il serpente innalzato nel deserto, Gesù innalzato sul Golgota.
Guardare all’immagine, che ripropone la causa di ciò che ci pone in pericolo di vita, non impedisce di essere “morsi”, ma ci permette di guarire dalla malattia mortale. Non possiamo far finta di nulla. La morte non è un’idea. Non è ignorandola o derubricandola ad ordinario accadimento delle realtà umane che possiamo affrontarla.
La croce non è immagine di gloria. È immagine di morte. È immagine di sofferenza e di dolore. Non è un valore in sé, ma è luogo di liberazione, perché è luogo di “spreco” di sé.
Ancora una volta, la croce si pone come discriminante nella storia umana. Non come accettazione passiva del dolore e della sofferenza, ma come sguardo coraggioso dentro la realtà. La croce è uno spartiacque della storia. Segna un prima e un dopo. Allo stesso modo, segna uno spartiacque nella storia personale di ognuno.
La Maddalena dipinta da Masaccio segna, con le sue braccia levate, la condizione umana sotto la croce di Cristo. Le braccia levate e divaricate sembrano proporre le tante biforcazioni che chiedono, ogni volta, un giudizio. Quella “V” asimmetrica è come cifra dei tanti giudizi richiesti, sulla propria situazione, sulle proprie relazioni, su se stessi. Non c’è una via mediana che realizzi un compromesso. Guardare in faccia la sofferenza e il dolore del Crocifisso non ci esime dai “morsi” della condizione umana ma ci permette di orientare le nostre esistenze situando in esse un senso che possa “guarire” dall’insensatezza di una vita gettata via nell’inerzia delle abitudini. Guardare in faccia la realtà non è disprezzo o tracotanza, è prendere su di sé la croce, come “luogo” di giudizio sulla propria storia e, quindi, come luogo di liberazione.
È luogo di giudizio, la croce, perché ribalta gli orizzonti della storia. L’offerta di sé, che sulla croce si consuma, è la misura con la quale misurarsi, il criterio con cui giudicarsi. Non la croce come segno di sofferenza e di morte, dunque, ma la croce come spazio di realizzazione umana, che, nell’offerta di sé, ha ogni compimento.
In questo senso, la croce è luogo di liberazione. Non c’è libertà che non abbia nell’altro il suo principio e il suo termine. Qui, sulla croce, “Tutto è compiuto”. Da qui in poi, con questo compimento ci si confronta. Giudizio e salvezza non sono termini alternativi. Il giudizio è momento di liberazione e, quindi, di salvezza.
Sottoporre la propria vita a giudizio è “rinascere nuovamente”, liberi perché capaci di cambiamento, di “conversione”. Una realtà liberata è una realtà salvata. Sotto la croce, Maria Maddalena indica la necessità drammatica della decisione, ma indica anche una volontà di farsi spazio per la croce, di permettere alla croce di penetrare negli interstizi, finalmente spalancati, della propria esistenza. “Chi non porta la propria croce… non è degno di me”.
Di fronte alla Croce di Cristo, non abbiamo che due possibilità: lasciarla sul Golgota o assumerla come dimensione vivificante e liberante della propria realtà. Questa umana realtà così esposta ai “morsi” del non-senso, eppure così desiderante e protesa oltre il deserto.
Non per una umanità giudicata (e condannata), ma per una umanità compiuta.
Non per un essere umano moralmente ineccepibile di fronte alla legge, ma per donne e uomini “rinati”, liberi di giudicarsi perché liberati e, sotto la croce, salvati.
