Dialogo intorno a Tanka per le quattro stagioni (Vydia, 2025) di Fabrizio Bajec

a cura di Fabrizio Miliucci

Devo ammettere che, leggendo Tanka per le quattro stagioni, sono rimasto sospeso fra due idee, da una parte riconoscevo come giuste le osservazioni del prefatore Fabio Pusterla circa l’indirizzo, diciamo così, ‘‘testamentario’’ della raccolta, la sua estrema stringatezza, il suo rarefarsi etc. Da un’altra parte però mi sembrava (e sempre più ne sono convinto) che in questa prova ci sia un passo in avanti non solo della tua personale ricerca ma delle potenzialità della poesia attuale (chiamiamola così). 

E questa potenzialità è confermata dai tanti riferimenti in tralice alla pratica zen, un’energia che è difficile trovare nel pur vasto panorama della poesia d’oggi: non è rabbia, non è indignazione, non è boicottaggio, provocazione, malinconia, depressione, sdegno, razionalizzazione, è consapevolezza, una forma forte e a suo modo grave di consapevolezza, ricercata, a volte mancata, ma molto chiaramente definita. 

Percorrendo ad esempio la prima parte, ci si imbatte subito in due figure complementari, il fantoccio che veglia la fauna e l’io seduto su un tronco assorto nella contemplazione dei vegetali. A parte il ritorno ossessivo del tema equoreo (e la densità retorica di tutta la raccolta – a partire dai tanti ossimori e figure di contrasto – è indice di una compattezza di pensiero e di forma) queste due figure fanno (o non fanno) un’azione che nel tuo libro si articola con una forza che mi sembra inedita: guardano, perseguono l’osservazione come un’azione, al di là del giudizio e della formazione di una coscienza.

In questa osservazione c’è tutto, ma da una prospettiva diversa, più lontana e distaccata, ma comunque partecipe: l’ingiustizia della metropoli (i mendicanti stesi a terra, ritratti come infanti addormentati); l’ottusità della politica (i ministri mostruosi); l’attualità internazionale più violenta (il cielo rosso visto dalla cantina). Tutto ciò, filtrato da una dimensione privata che non è chiusura, ma l’unica forma di vera partecipazione. 

Puoi dire qualcosa su questi aspetti?

 

Mi concentro allora su tre elementi che hai citato, e vediamo se ci sono delle novità rispetto ai precedenti libri di poesia, a livello procedurale e tematico. Hai colto l’importanza della figura del fantoccio, come guardiano della natura, e in secondo luogo l’io lirico che si pone come puro osservatore, non rivendicando nessuna azione. E poi hai notato la ricorrenza dell’elemento marino. Io direi dell’acqua (fiumi, ruscelli, una fontana, reali e metaforici) e senz’altro una distesa più vasta di questo liquido, dove tutto finisce per confluire. I temi della contemporaneità (o dell’attualità) che ricordi sono sfiorati con lo stesso distacco o la stessa distanza che menzioni, e che ti sembra (ed è di fatto) più grande in questo libro che negli altri. Ricordo che nella prima raccolta (Entrare nel vuoto, Con-fine, 2011), il testo di apertura indicava come unico fine per l’essere umano proprio ciò che possiamo chiamare contemplazione: «Sono solo un uomo, senza alcuno scopo / se non quello di vedere come accadono / le cose che facciamo, una dopo l’altra».

Ora, questa contemplazione, già rilevata da altri lettori, è l’unica azione possibile, come dici anche tu, e conduce in effetti ad una consapevolezza. Nel mondo del buddismo zen, un maestro del ventesimo secolo, assai apprezzato ed eterodosso, come Gudo Wafu Nishijima, sorta di battitore libero della sua tradizione, laico e originale, faceva corrispondere la quarta nobile verità del Buddha storico (e non torno su questi primi insegnamenti) all’azione compiuta nel momento presente. Unica via di liberazione per l’essere umano. Nishijima era pressoché l’unico a considerare la meditazione seduta (zazen) come un’azione. Sono contento che questo aspetto del libro sia chiaro almeno a te. Ogni altro intervento dell’uomo sulla ‘‘realtà’’ (è quel che sembrano dire i miei versi) risulta vana.

L’io non fa niente perché non esiste (questo è più difficile da mandare giù). Da una parte quindi, c’è un osservatore che esaurisce la sua funzione umana nello sguardo; dall’altra un simulacro di guardiano su una barca, che rivela tutta la sua inutilità rispetto alla natura, o l’inautenticità di chi si rivendica come soggetto agente. 

Il mare rappresenta bene quella che nello zen viene chiamata vacuità, assenza di un nucleo o di una qualunque sostanza che possa conferire dignità di un’esistenza autonoma rispetto ad altri elementi. Tutto il creato si trova in una condizione di codipendenza e interrelazione che scredita l’individualità. Allora l’io lirico si svuota del proprio essere incontrando il non-essere. E si naviga dunque tra esistenza e non esistenza, che è proprio la dimensione della realtà assoluta. Il mare, in questo senso, è il luogo dove, con un po’ di fortuna, l’io si scioglierà come un cubetto di zucchero, e scoprirà la sua natura divina, o se vogliamo chiamarla in un altro modo, la diremo originaria, precedente a ogni forma di condizionamento educativo, sociale, amministrativo e politico. 

Può darsi che la forza a cui accenni, parlando di questi nuovi componimenti (dal tono apparentemente dimesso) stia in una tale consapevolezza che rinvia a una «verità» acquisita, come davanti a un fatto di cui si è testimone oculare. E non voglio convincere nessuno, perché non sto affermando niente, tantomeno il lettore che non mi conosce. Dico solo che qui non siamo più su un terreno filosofico. L’azione di cui parla Nishijima non ha nulla a che fare con una griglia di lettura concettuale. È un’esperienza. O si ha la fortuna di viverla, o altrimenti si rimane lettori di una letteratura spirituale di marca orientale, più o meno affascinati da una prospettiva diversa. Certamente non romantica, né naturalistica. 

Nel libro credo che emerga la sensazione che qualunque cosa accada – a prescindere dall’importanza dell’evento o del protagonista – è di natura spettacolare, cioè, in qualche modo, fittizia. Niente è gerarchicamente superiore a qualcos’altro, perché nessun fattore possiede una sua autonomia.

A livello formale, forse tutto questo libro di poesie brevi nasce come ipotesi di sviluppo dell’ultima sezione della raccolta precedente, Sogni e risvegli (Amos, 2021). Una continuazione dell’unica parte che mi interessa davvero di quel libro. Dichiaro mentre scrivo questa presa di coscienza. Come se la brevità (ricordo anche le quartine de La collaborazione, Marcos y Marcos, 2018) avesse bisogno di trovare o di ritrovare la forma chiusa, e una maggiore distanza di osservazione, proprio grazie a una tradizione letteraria così lontana.   

 

Vorrei per un momento tornare all’azione. Fra tanti nomi di maestri zen, mi colpisce molto il primo exergo in cui si riprende una formula ampiamente diffusa sui social legata al creatore della saga ‘‘Il trono di spade’’ George Martin. Ma in quel sibillino ‘‘winter is coming’’ mi pare che riposi tutta l’ambiguità che costituisce la (nuova) forza della raccolta. Attraverso un’esca riconoscibile, questa sorta di mantra, messo ad apertura del libro, declina il tema apocalittico di fondo facendo riecheggiare l’inconsapevolezza del sistema produttivo. Questo mi riporta a uno dei pezzi che ho apprezzato di più, in cui vediamo un uomo davanti al mare che ‘‘si gode l’annegamento’’ prima di tornare da sua moglie e proporle una passeggiata. L’apparente crudeltà di un pezzo del genere segna un doloroso distacco dalle cose. Non si può non pensare all’annegamento delle migliaia di persone che cercano di raggiungere l’Europa, e in generale alla catastrofe di Gaza e a tutti gli scenari di guerra che si addensano all’orizzonte. Sono sempre a disagio davanti alle superficiali esternazioni veicolate dai social. Mi sembrano un modo goffo e ridicolo di fare i conti con la propria coscienza, un processo narcisistico massificato preoccupato di prendere una postura in pubblico (magari ‘‘a futura memoria’’) illudendosi di risolvere così il problema della propria coscienza. L’uomo che guarda negli occhi la catastrofe, la morte per acqua, sta invece prendendo coscienza della sua strutturale insignificanza, ma non come motivo di autosvalutazione, bensì come piattaforma per un’azione lucida e fredda che ricominci dai rapporti personali. Ora vorrei chiederti, anche pensando alle tue prove passate, come è cambiato, se lo è, il tuo atteggiamento nei confronti dell’azione, ovvero della possibilità di agire nel mondo?  

 

Questo rapporto tra la possibilità di agire e il soggetto che scriveva di eventi sociali e politici è cambiato su due fronti. Da un lato, ho sperimentato, come molti militanti prima di me, lo scarto che c’è tra la presenza sul terreno, l’illusione di essere protagonista di un momento cruciale, e i reali cambiamenti che avvengono un momento prima o un momento dopo. Ossia la terribile sfasatura temporale e spaziale. I giochi erano fatti, nella maggior parte dei casi, prima. E la menzogna era di convincere migliaia di persone che la partita si giocava per strada e non in qualche ufficio, a freddo. Anche lì, un bisogno narcisistico di presenziare, di mettere la firma, commentare a caldo, scrivere e pensare: io c’ero, sono testimone di come è andata e sta andando. Una finzione totale. 

Dall’altro lato, anche se il bisogno di giustizia e l’indignazione sono pulsioni umane, ordinarie, specie negli individui che esorcizzano la propria rabbia in azioni collettive e scrivendo a proposito di ‘‘cause perse’’, quando si va un pochino a fondo in campo spirituale, si sperimenta quella che viene chiamata azione senza intenzione. Che è ‘‘l’azione giusta’’. 

L’uomo in piedi, davanti al mare, se non riflette, ha sempre la possibilità di buttarsi in acqua e salvare l’annegato, senza il minimo calcolo. Nella poesia che citi non lo fa. Non per mancanza di coraggio o per crudeltà o insensatezza. Ma perché la scena è il simbolo delle 15.000 persone che muoiono nel mondo ogni minuto che passa. Esattamente come potrebbe accadere a quell’uomo, se tornando da sua moglie, e prima di proporle una passeggiata, si accasciasse per un infarto.

L’azione giusta è data nell’istante e da una serie di cause e condizioni concomitanti, che sfuggono del tutto al fantomatico soggetto, in balia dei condizionamenti più vari: paure, illusioni, ricordi, traumi, o al contrario pulsioni positive che intervengono in un nanosecondo, prima che egli ne sia cosciente.  

L’epigrafe di G. Martin, per me, alludeva anche alla fine del soggetto e dunque poneva il problema di come continuare a fare poesia senza il desiderio di sublimare qualcosa. In fondo, anche presenziare con una poesia o con una nuova raccolta significa soddisfare un bisogno di esistere per gli altri. È ciò che non mi interessa più. 

Quando Paul Verlaine finisce in prigione, in Belgio, accusato di abuso e tentativo di omicidio ai danni di un minorenne (Rimbaud), si mette a scrivere una raccolta molto eterogenea, senza reale unità, ma col proposito (lo dice in una lettera) di non farsi dimenticare dal mondo letterario là fuori. Invia al suo editore poesie a decine, in diverse lettere, con ordini molto precisi e pretese surreali. Di fatto, la sua conversione in carcere è più interessante dell’idea di una raccolta di sopravvivenza, che certo testimonia di una crisi identitaria, ma la pulsione primaria è quella di non sparire in quei due anni di prigionia. Scriverà in prosa sulla vita in carcere, ma gli preme fare un’opera in versi molto personale (privata), e quindi Verlaine liquida il suo progetto precedente di comporre solo su fiori e nature morte.

Io non dico che non si debba prendere parte, agire, spinti da un sentimento di giustizia. Intendo piuttosto sottolineare, che comunque chi sta agendo è all’oscuro di cosa lo spinga a farlo e sulle conseguenze dell’azione, perché il coraggio, l’empatia, la forza, l’energia che trova in quel momento gli sono dati provvisoriamente. Egli stesso fa parte dello spettacolo. Come nel quadro è giusto che ci sia l’annegato all’orizzonte, l’uomo in costume da bagno, in piedi, con le mani ai fianchi, in primo piano, e più in basso una donna che l’aspetta, oppure no.

La questione che si faccia qualcosa di decisivo o di inevitabile dipende (anche) dalle emozioni del momento, come fai notare tu. Ora la domanda è se queste emozioni ci appartengano veramente. Dov’è il centro da cui tutto parte? È il problema che pongono queste poesie, mi sembra. In ogni caso, per me il dubbio amletico è risolto. Su un piano assoluto, comunque vada, va bene, perché non poteva andare diversamente. Quindi il distacco non è doloroso, dal mio punto di vista. 

Noi diciamo che il mondo gira alla rovescia, in questi anni, solo perché abbiamo un’idea di come dovrebbe essere. E capita ovviamente anche a me di essere indignato. Ma le mie forze non si consumano in questa continua denuncia. Ho visto più di una persona profondamente corrosa dalla delusione per impotenza e dalla cosiddetta azione, fino alla malattia. Non posso dimenticarlo.

 

Ora vorrei soffermarmi brevemente su questi versi:

mentre fai le uova

(i tuoi versi giapponesi)

altri ingoiano l’orrore

molti chinano il capo

tu bari anche seduto

È ovvia la natura metapoetica del pezzo, ma in realtà credo che questo sia l’orizzonte più proprio a tutta la raccolta, una specie di corpo a corpo in progresso con la risorsa poetica. Anche la chiusura della forma, che di per sé sembra un po’ di maniera, ha forse il senso di sottomettere la spinta creativa a un livello di autodisciplina superiore e per questo fecondo (stessa identica cosa accadeva nella sezione di Sogni e risvegli a cui prima facevi riferimento, Un’altra via). In questi versi si vede agire un meccanismo di autovalutazione (‘‘tu bari anche seduto’’). Ma in questo processo mi pare di vedere qualcosa di nuovo. Non sono le solite poesie sulla poesia (malinconiche, polemiche, noiose) ma la ricerca di una dimensione spirituale in ascesa in cui tutto è in discussione, anche (e soprattutto) l’esperienza della poesia. Questo mi interessa, perché credo che difficilmente ci sia verità nell’azione di un artista che non sia radicalmente disposto a mettere in discussione ogni volta la natura, l’efficacia e l’opportunità degli strumenti con cui svolge il proprio compito. Di qui la mia grande fascinazione per quei poeti, il cui prototipo è forse Rimbaud, che esauriscano le potenzialità del mezzo e hanno poi il coraggio di abbandonarlo (e l’antipatia, va da sé, per chi lo dà per scontato fino a considerarlo un privilegio che gli è concesso di diritto e in aeternum).   

   

Invece di aprire un discorso sulla ‘‘poesia onesta’’ o sull’onestà degli autori, mi appoggerò volentieri all’esempio che mi fornisci: Rimbaud. Ma prima faccio un passo indietro. Quando uscì Sogni e risvegli, dovetti prestarmi all’esercizio dell’intervista in diretta radio, che l’anno precedente, con un primo romanzo, mi costò non pochi sudori, perché lo stesso giornalista era preparatissimo, e a me sembrava di barare ad ogni risposta. Il cervello mi si annebbiava. A un certo punto, citò proprio Rimbaud, riferendosi a una sua poesia sulla Comune di Parigi. A questo pensava, parlandomi della sezione più politica della mia raccolta, che conteneva un solo poemetto. 

E mi riallaccio alla tua domanda. Rimbaud, che scrive di un fatto politico urgentissimo, di una causa che gli sta a cuore, è lo stesso che poi rinuncia al suo mezzo di espressione perché si ritrova in mano un giocattolo rotto. La sua ricerca dell’assoluto gli fa vedere un bel giorno che la poesia è insufficiente per toccare ciò a cui mirava. Non sono certo nella sua testa, per indovinare la domanda che si pone in seguito. Ma sulla mia piccola scala, mi sono chiesto a cosa serva scrivere versi, se la realtà (qualunque cose essa sia) è eloquente di per sé. E la natura, per esempio, non ha alcun bisogno di essere ritratta. Accadde poi che Rimbaud andò a bruciare le sue migliori energie in Abissinia, e la vita lo volle talmente vorace, che non fece attenzione al suo corpo, si ferì in malo modo, e conosciamo tutti la conclusione a Marsiglia. 

Giorgio Manacorda mi citava, a suo tempo, una frase di Pasolini: «La poesia non è gratis». Bisogna cioè pagare un prezzo, a volte alto in termini di dolore e di esperienza. E in campo spirituale vale la sessa regola. Una volta che si accetta di soffrire tutto quello che c’è da soffrire in una vita, allora una qualche verità esce fuori. E la si può incarnare con tutto il proprio essere, senza bisogno di prove per iscritto! In fondo, significherebbe far coincidere la propria vita con la poesia più alta, che non è mai stata composta. Questo passa per un atto di abbandono totale: della propria volontà e di qualunque aspirazione. Se accade, bene; se non succede, la vita va avanti.

Nella poesia a cui ti riferisci, non c’è solo un esercizio di autocoscienza sull’impatto del famoso poïein. C’è il riconoscimento di un tranello: anche la poesia è finzione, un giochino di specchi, un po’ più perverso e oscuro di quello del romanzo, per certi aspetti, ma comunque narcisistico. Paul Verlaine, sempre in prigione, voleva appunto superare ‘‘la letteratura’’ coi suoi nuovi versi, ma è possibile che sapesse già che l’operazione era destinata a fallire. Io immagino Rimbaud, chino sul foglio, esclamare con sdegno: «Cazzo, questa è ancora letteratura!», il che, dal nostro punto di vista, non è poi così male… Ricordo che Annie Ernaux, in uno dei suoi ultimi libri, ambiva a qualcosa del genere. Andare oltre la letteratura. Forse Rimbaud è morto per questo.

Tornando alla forma chiusa, concordo con te. Mi fai venire anche in mente quello che dissi una volta a mio padre sui ritiri zen: «Sono sfuggito al servizio militare, ma ho accumulato questi ritiri che somigliano, in supercifie, a quell’addestramento». L’ultimo verso della poesia citata sopra («tu bari anche seduto ») può alludere altrettanto alla meditazione formale, seduto a terra. Similmente, la forma chiusa del tanka e dell’haïku, pur malmenata e aggredita, può essere interpretata come un esercizio di ascesi, quando la varietà delle forme occidentali (che ho praticato poco) non mi serve più a tale scopo, o meglio, non funziona con me. 

Comunque, l’abbandono più efficace è quello che avviene naturalmente, senza atti di coraggio. Ci si sveglia una mattina e si sente che qualcosa è sparito. Non si ama più il posto in cui si vive, o la persona che ci giace accanto. È terribile, perché contava così tanto, era fondante, sosteneva tutto il sistema di identificazione personale. E ora zero. Si può vivere senza.

    

Dopo azione e poesia, dedicherei qualche parola alla pratica della meditazione (la triade che Gabriel Del Sarto ha giustamente individuato nella tua produzione, anche se secondo me si tratta di aspetti non scissi della stessa pulsione). ‘‘Vasto cielo’’, la seconda sezione del libro, mi sembra un ottimo punto di partenza. In ognuno dei testi, infatti, la contemplazione gioca un ruolo abbastanza evidente, sia quando si tratta dell’albero che seraficamente (e gioiosamente) manda tutti a quel paese, sia quando si tratta dell’operaio che riemerge dalle fogne (quello fecale, corporale, è l’altro polo, mi sembra, delle presenze acquatiche), sia quando si tratta di pacifici cani e padroni a cui spunta il terzo occhio. Io non so molto di meditazione, ma una cosa che mi colpisce molto, è l’avviso in cui presto ci si imbatte di non cedere al pregiudizio di sentirsi sulla via della pacificazione solo per il fatto di praticarla, e anzi, di cominciare a sospettare delle illusioni dell’io proprio a partire da questa.

 

Avrei due cose da dire in proposito, a partire dal centro e dalla fine del tuo invito a parlare di meditazione. La prima riguarda l’atteggiamento che avevo, e che purtroppo credo di avere ancora, quando scrivo versi. Molti anni fa, qualcuno rilevò il dualismo in cui mi andavo a ficcare producendo poesie. Cercavo (parole non mie) «di tenere uniti Dio e la merda». E questo pare fosse un riflesso tipicamente cristiano, e quindi già visto e rivisto in poeti come Pasolini o Testori, o ancora Baudelaire. Col tempo, incontrando lo zen, ho imparato che l’assoluto stava nel relativo, e la formula ‘‘relativismo assoluto’’ mi stava anche bene. Di colpo, tutto era sullo stesso piano. Quindi, per riprendere la poesia che citi, tutto può essere mandato metaforicamente a quel paese. Niente è più importante. E qui preciso: a un livello supremo, astorico.

Ora la seconda cosa da dire è che chi pensa di essere ‘‘salvo’’ perché si è messo su un cammino spirituale (che in assoluto non c’è) sbaglia. E chi crede di essere arrivato da qualche parte, o di aver finito il cammino, cade nell’orgoglio e si illude. Già per il fatto che noi tutti viviamo l’impermanenza nel quotidiano e ne abbiamo delle prove continue. Tutto cambia a un livello fenomenologico. 

Ma c’è un però. Esistono delle tappe su questo cammino. Allora forse la regressione è possibile, eppure la conoscenza intima e profonda (il terzo occhio che spunta) che un qualcosa di natura non fenomenale è fisso e immutabile mi pare irreversibile. Per spiegarmi meglio, un ricercatore spirituale potrà perdere, per via degli eventi, un po’ di pace. I problemi potranno destabilizzare la persona che ha intrapreso un percorso iniziatico e ha conosciuto qualche progresso; il che produrrà sofferenza. Ma in colui o colei che ha visto la propria natura incondizionata, la sofferenza rimarrà a un livello superficiale, perché un legame importante è stato bruciato: l’identificazione al famoso io, che dirige la persona. E di questo certo non si parla, quando uno arriva nelle sale di yoga o di meditazione. E il dialogo che abbiamo ora non è nemmeno l’occasione giusta. 

Un percorso spirituale serio mostra che non si arriva mai alla fine. Lo sviluppo e la sofferenza sono possibili fino alla morte. È il rapporto con entrambi che è mutato, nel frattempo. Come se non si fosse più davvero soli a lottare. Perché la lotta, piano piano, evapora. 

L’operaio fognario (citato sopra) che fa avanti e indietro rappresenta questo eterno ricominciare, ma è la prospettiva di chi rimane su un solo piano della realtà, quello convenzionale. Accontentarsi, dal mio punto di vista, non è rinunciare volontariamente a qualcosa di meglio. È stare felicemente con quanto ci sta sotto il naso. 

Per altro, come ho detto l’anno passato alla presentazione di un libro sullo zen, confesso di non aver intrapreso un cammino di osservazione interiore per raggiungere una qualche pacificazione o un benessere personale. Ma perché ero curioso. E credo che in genere lo scrittore sia un animale curioso.    

 

La terza parte del libro, ‘‘La fine del linguaggio’’, ha effettivamente i caratteri di un congedo, con esiti che somigliano molto, almeno formalmente, alla conclusione della parabola poetica di Caproni. Prima di affrontare questo capitolo in sé, devo rivelare come le tradizioni poetiche a te care continuino ad agire in maniera molto forte anche all’interno di questa raccolta. Pusterla parla di Zanzotto, di recente Vergari ha indicato per il titolo una possibile fonte in un film di Kim Ki-duk e molte altre ascendenze si potrebbero trovare. Perciò ti chiedo: che cos’è per te oggi la poesia e l’arte, come fruitore? Cosa leggi, che film vedi, che musica ascolti e con quale spirito? Che tipo di nutrimento trovi nell’esperienza estetica?          

 

La sensazione che hai è giusta. Sembra di trovarsi di fronte a un capitolo finale. Molti anni fa rimasi affascinato dalla fase di chiusura di Caproni, che tu hai studiato in modo approfondito. Quando cominciai a scrivere la serie degli haïku (che dovevano formare una raccolta), nel 2022, ho sentito che non sarei riuscito a tirare la corda più lontano e che il libro non avrebbe preso forma. Dentro questa serie di falsi haïku (perché non rispettavo come obbligo il tema delle stagioni) c’era troppo poco desiderio di dialogare con la letteratura, con le armi della poesia. Erano più epifanie dettate dal percorso spirituale che stava conoscendo un capitolo importante: ero fresco di ordinazione monacale zen, il che mi dava allo stesso tempo la possibilità ritirarmi periodicamente; e di circolare nel mondo, continuando una vita famigliare e professionale, ma d’altra parte sentivo una grande sazietà rispetto alla produzione e alla fruizione d’arte. Come se non ne avessi più bisogno. 

Il motivo ciclico delle stagioni nella poesia degli haïku e dei tanka è un grande classico. Tutti i poeti giapponesi sono passati di lì. Ma io in quel momento leggevo pochissimo (se non il famoso saggio di Barthes, L’impero dei segni) e non andavo più al cinema, dopo essere stato per tanto tempo un cinefilo. Pusterla, nella sua prefazione, parla di interrogare la letteratura e i mezzi della poesia, per quest’ultima sezione. L’haïku è la forma che meno si addice a quest’operazione, e non ne sono mai stato un appassionato lettore, anzi, piuttosto insensibile. Però, a un tratto questa griglia coincideva perfettamente con l’omaggio che volevo fare alla disciplina che mi accompagnava. E si dà il caso che i giardini giapponesi, la cerimonia del thè, l’architettura dei ryokan e i loro interni tradizionali vengono tutti dallo Zen (che prima di arrivare in Giappone e in Corea è stato cinese). 

Insomma, la lingua letteraria e lo stile improvvisamente non contavano più per me. Il linguaggio umano era troppo povero per dire le poche cose che volevo ancora esprimere: una certa sorpresa. E mi sono anche chiesto se c’erano dei significati da cercare. 

Non vado più al cinema forse perché non ho più un buon rapporto con la finzione, ma ricordo bene un film di Godard che metteva anche lui in questione il linguaggio umano, tutto girato con una piccola telecamera, per filmare un gatto, l’acqua di un lago, una barca a motore… se i miei ricordi sono ancora buoni. Un film inguardabile, da un certo punto di vista, che non voleva dire nulla, caotico e arido, eppure lodato, perché Godard è sempre Godard, per i francesi.

Oggi, come fruitore, per me l’arte è una distrazione; non più uno strumento di conoscenza o di rimessa in discussione del mondo attraverso un lavoro estetico. Non acquisto più musica (dopo averla studiata da giovane e anche composto molti brani strumentali), e se ascolto poche canzoni, è per condividerle con mia figlia. Ho chiuso col teatro, con le mostre, leggo pochissimi romanzi e ancora meno saggi, meno che mai di letteratura, sociologia o di politica. Preferisco guardare le partite dei grandi tennisti. Apro ancora, ma con molta moderazione, libri di poesia di tradizione classica e medio-orientale (l’ultima rivelazione sono stati i poeti palestinesi contemporanei). Anche i libri di versi mi cadono spesso dalle mani. È come se volessero sempre abbellire la realtà con troppe parole. A volte non arrivo neanche alla fine di un singolo testo, mi stanco prima.

Ho capito che il vertice di quel che può sublimare la poesia non è solo dolore, il tragico, la disperazione. Per troppi anni sono stato convinto del contrario.  Tutto il resto mi sembrava decorativo, gioco, esercizio o racconto. Oggi, molti grandi poeti del Novecento non mi interessano più. Apprezzo maggiormente la poesia cinese dell’epoca Tang, quella semplicità, le micro-descrizioni di un eremita come Han Shan, come una pagina di diario, o allora la prosa di Robert Walser, che scriveva anche lui come se gliel’avesse chiesto la maestra di scuola: «Cosa hai fatto oggi? Cosa vedi della finestra del tuo appartamento, o durante una passeggiata?» 

È finita l’idea di un agone in letteratura o di una prova performativa, come lotta corpo a corpo con una tradizione e con la poesia d’oggi. Preferisco aspettare che venga fuori da qualche parte del mondo una roba come il Cantico delle creature o La notte oscura e che influenzerà, senza volerlo, il futuro Dante.

 

   

    

 

 

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