1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?
Almadìra è nata come una sorta di diario notturno, composto da frammenti dispersi che prendevano lentamente vita nella memoria. A volte un bicchiere allungato di ouzo nelle afose sere estive mi riportava ad un universo mediterraneo, ricordi di viaggi in Medio Oriente e oltre si mescolavano a intuizioni sulla poesia e sul mistero della vita.
2) Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?
Prendo in prestito le parole di Giancarlo Pontiggia in un’intervista che gli feci: poesia come forma di urgenza di una «verità del cuore», magari clandestina, in una sorta di «vasto e occulto samizdàt planetario».
3) Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?
Starei per dire: tutto, ma nel senso di un pensiero “poetico” che abita anche il tempo feriale, quotidiano.
4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni
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Difficile ridurre il campo a tre autori, penso però alla potenza di certi libri come i Detti e fatti dei Padri del deserto, Mario Luzi e il suo Per il battesimo dei nostri frammenti, Biografia sommaria di Milo De Angelis. Lasciami però aggiungere (ma ce ne sarebbero anche altri) l’opera tutta di Franco Loi, per la sua capacità di invenzione e penetrazione del reale.

