Poesia religiosa di tutti i tempi, a cura di Rita Pacilio. Lucilla Trapazzo

Cara Rita, 

ho accolto con gratitudine il vostro invito a La Poesia e lo Spirito, perché sento fortemente la poesia come manifestazione del divino. Da molti anni vivo un cammino spirituale personale, non legato a istituzioni, ma nutrito da esperienze diverse, dalla meditazione buddista al pellegrinaggio cristiano. In questo percorso sento ogni cosa, persino il dubbio, con una profonda percezione del sacro. Contemplazione e squarcio fanno in fondo parte della stessa sostanza divina.  

La mia spiritualità si manifesta in uno spazio che elude completamente la dimensione intellettuale. Spesso la mia poesia nasce da questo spazio che non è mentale né intellettuale, è un bagliore che attraversa e supera il pensiero logico. Per questo non mi è facile scriverne in forma di saggio o di ragionamento articolato suffragato da fonti, la parola che mi arriva è semplicemente incarnazione di quello che sento.

Molti dei miei testi, anche quando non sembrano “poesie religiose”, sono in realtà emanazione di un principio che riesco a descrivere solo come Amore. Amore che si fa materia e che rende la parola (a volte pallida) testimonianza di un oltre.

Ho scelto per voi “Teofania di luce” (da Paralleli e Meridiani, Macabor, 2024), un testo che si situa esattamente tra cosmogonia e teogonia, tra il sacro arcaico e la voce poetica che nasce. 

La poesia mette in scena la voce prima del linguaggio e l’urgenza di cantare ciò che trascende: un dio senza nome eppure splendente. Racconta proprio quel senso di irruzione del divino nel quotidiano, l’esperienza improvvisa che attraversa il reale e l’oltrepassa. La caverna è il primo tempio primordiale, il luogo originario dove l’umano lascia il proprio segno (la prima forma di coscienza quando tutto era armonia e arcano). Il segno e il colore sono i simboli che custodiscono e veicolano il mistero. Il divino appare proprio lì, in questa frattura tra il linguaggio e l’indicibile. La parola poetica tenta di dire l’esperienza, ma incontra sempre un limite, la contingenza dell’umano. 

Con gratitudine, 

Lucilla

 

Teofania di luce – Grotte di Lascaux 

(45° 02′ 34.20″ N1° 10′ 20.40″ E)

Il dio della notte è andato
si alza di nuovo il disco rosso sulla valle
porta in sé la luce. E io non so il suo nome
ma so che splende ripetuto
nel verde inesplorato di serpente.
Splende in mille gocce di rugiada. Splende
sui fianchi delle femmine alla fonte.
Io guardo questo mondo. Esisto
senza nome in armonia con la formica
e il vento. Vorrei cantarlo.
Guardo e pianto un seme
Il giorno prima del linguaggio e della storia
una parola chiama, batte dentro, in urgenza di voce
e cresce, splende, chiede vita chiede sangue e carne.
Si riempie il petto di suoni e di colori

Ah, questa bocca impotente che suono non dice!
Dio del fuoco dei venti e delle tempeste
dammi una voce un nome e una funzione
tremo di sangue e viscere e sono suono
senza senso

è la mano che s’alza e sconfigge il silenzio

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