
Antonio Fiori, La stessa persona, peQuod, 2024
A maggio 2024 ricevo dall’Autore del libro, Antonio Fiori, che stimo e che conosco da più di due lustri, da quando entrambi pubblicavamo per LietoColle, questa preziosa plaquette dal titolo La stessa persona, che da subito mi incuriosisce e nello stesso tempo mi attrae sin dal titolo per la presenza di quella magica parola, persona, che molto spesso sfugge ai più e non solo a chi non possiede una cultura avanzata; sfugge, dicevo, nella sua determinazione linguistica basata su una etimologia che qui sarebbe troppo lungo potercisi soffermare sopra, ma che rimando ai miei numerosi scritti sul personalismo nell’ambito della bioetica. Persona, che sfugge, ahimè, ut in pluribus, anche ai letterati e ai poeti. Fiori, invece, da poeta con solide basi culturali, mostra un grande coraggio nel metterla nel titolo di un libro di poesia. Fatto sta che mi convinco, per quanto detto, che il libro merita quantomeno una nota da parte mia. Poi, siccome le cose vanno come vanno, mi capita che questo piccolo libro finisce sotto una delle tante pile di libri in attesa di lettura e, dopo averlo ricercato più volte nel tempo, finalmente ad agosto ultimo scorso lo trovo perché casualmente viene allo scoperto.
Eccomi, dunque, a dire qualche parola in merito ad alcune mie notazioni di lettura.
Fiori è ormai un poeta di lungo corso, che ha pubblicato numerose opere e che ha ricevuto importanti riconoscimenti e che la critica ha ormai storicizzato da tempo. Pertanto, non sarò io qui a determinare il valore della sua poesia che è ormai assodato.
La stessa persona, come dicevo, è una plaquette di 64 pagine e consta di due sezioni; la prima ha lo stesso titolo del libro ed è composta da trenta poesie, mentre la seconda, Perdonati e salvi, contiene sedici poesie.
Il dettato di questo libro si muove con l’acribia poetica tipica del nostro poeta con una scrittura puntuale, garbata, lavorata su una parola essenziale ed efficace nello stesso tempo. Ma la caratteristica del libro, al di là di una liricità indefessa, che a me sta a cuore, è anche quella di essere una poesia meditativa.
Ma prima di dire qualcosa a tale proposito, mi soffermo, appena per qualche riga, sulla liricità del testo.
Antonio Fiori sta per intero nella tradizione lirica, al di là di ogni avanguardismo e sperimentalismo, tradizione nella quale è ben radicato. Basti leggere, nelle righe e tra le righe, i punti di riferimento del suo lavoro poetico e quali siano i suoi maestri, che emergono dalla lettura del libro: Caproni, Baudino, Celati, tutti e tre citati e omaggiati e, aggiungo, pur potendo sbagliare, Pessoa, che non è espressamente citato.
La liricità di Antonio Fiori è straordinaria, perché sa andare oltre l’io nel modo in cui il poeta affonda il suo colpo grosso – che fa capo all’intellettuale che è – col mettere in evidenza il presupposto di una singolarità dell’essere umano che si appiglia – più che al concetto/sentimento con le caratteristiche (somato-psichiche) dell’individuo, che esiste – alla realtà della persona per quello che questa è, ovvero una totalità somato-psichico-spirituale.
Mi è sembrato, nel leggere il libro, che Fiori si stagli in modo forte nell’orizzonte del personalismo filosofico. Personalismo che si fonda sul pensiero filosofico medievale di Tommaso d’Aquino, ma anche sul pensiero di Severino Boezio, a cominciare dalla definizione di quest’ultimo del termine e del concetto di persona: “individua substantia rationalis naturae“, che significa “sostanza individuale di natura razionale”. Personalismo che nel Novecento ha avuto una forte ripresa e attualizzazione con filosofi francesi come Maritain, Marcel, Mounier e Ricoeur, tedeschi come Jaspers e, infine, come il nostro Pareyson.
Persona è il termine che, nella lingua latina, preso in prestito dagli Etruschi, significa maschera. Maschera che nell’antica Roma indossavano gli attori a teatro nell’interpretare il loro ruolo. Poi, il termine persona avrebbe assunto, passando attraverso il Medioevo, e a partire da Boezio, il significato che possiede tutt’ora e che implica la connotazione di cui sopra.
Il poeta, nella fattispecie di questa plaquette, rafforza nel titolo il termine persona con l’aggettivo stessa, che, per chi non è profano alle questioni storiche e teoretiche della filosofia può essere ed è pleonastico, ma che in un’opera di poesia ben ci sta a dare maggior forza, a beneficio di chi legge, nella misura in cui si vuole dare alla propria persona una connotazione di tipo essenziale, ontologica, che vada dunque al di là dell’esistenza, laddove, invece, sembra predominare il mutamento, il divenire. Come si può carpire, Fiori, in quest’opera, breve ma profonda, compie molto bene, con atteggiamento meditativo-riflessivo, un’operazione letteraria in cui poesia e filosofia si stringono le mani. È questo, come si sa, a me piace assai.
Il poeta parla di sé stesso, della persona che è, cogliendo nel divenire esistenziale, caratterizzato dal mutamento e dal divenire nell’immersione del tempo, diverso ma pur sempre essenzialmente uguale, alcuni momenti che lo rappresentano in relazione con alcuni eventi delle varie fasi come l’infanzia, l’adolescenza e le altre fasi della vita fino all’età matura. C’è in questi momenti la gioia, il dolore, il rammarico, il bene, il male, l’amore come agape e come eros, le illusioni e le disillusioni, la rabbia e la mitezza e non manca l’ironia, che da sempre fa parte della particolarità della sua poesia. Sono presenti anche poesie in cui emerge la religione e la religiosità, nelle quali sa ritrovare, dandolo a vedere senza infingimenti, le sue radici cristiane. E non mancano riferimenti ad altre persone, familiari e non solo. I genitori, i figli, ecc., ma anche gli amici e diversi poeti, maestri: persone con le quali la sua stessa persona è entrata in relazione costruendo una trama di affetti e sentimenti di reciprocità. Sentimenti, che per quanto passati rimangono, pur nell’assenza, nell’essere presenti nella memoria della stessa persona. E anche qui emerge la dimensione personalista. E se più sopra abbiamo chiamato in causa il personalismo ontologico, in questo caso emerge ancor più marcato il personalismo relazionale. Personalismo relazionale che con Mounier non ci fa dimenticare come una persona, ogni persona, ha un senso soltanto nella misura in cui si trova davanti a un’altra persona. E questo stare davanti a un’altra persona implica, vedendola come persona, il riconoscimento della persona che si è. Vale a dire che si è persone solo se si riconosce il valore della socialità, mandando in deroga l’individuo e l’individualismo metodologico su cui si fonda una libertà scissa dalla responsabilità. E trovarsi di fronte a un’altra persona permette, come sostiene Gadamer, di mettersi alla ricerca di quella fusione di orizzonti di responsabilità e libertà, fisici, sentimentali, affettivi, culturali, intellettuali, teorici, morali, estetici e artistici. E qui vediamo apparire il personalismo ermeneutico.
Non mancano, infine, in più punti, in questa plaquette, e non poteva essere diversamente, riferimenti alla morte e una qualche meditazione e riflessione su questa, fino a poter dettare un epitaffio per la sua stessa persona, con atteggiamento questa volta, sì, esistenziale.
Nell’Epitaffio in attesa di lapide, che conclude la plaquette, Fiori scrive, con una qualche malinconia, ma con la consapevolezza forte di aver dato e nello stesso tempo ricevuto in dono tanto amore:
Dalla fretta di vivere stremato
felice riposa infine
perché ha amato tanto
e tanto amato è stato.
Non riporto all’infuori di questo epitaffio altre poesie, perché ritengo che le altre quarantacinque poesie debbano essere gustate e meditate sulla carta, in questo piccolo/grande libro, che va soppesato più e più volte per entrare in un mondo di alta poesia quale è possibile trovare in questi versi.
Per concludere, al di là della mestizia tutta umana, che sta in diversi punti del libro e soprattutto nella sua conclusione, auguro lunga vita a Antonio Fiori e alla sua poesia, alta poesia, che spero egli continuerà a farci leggere per multus annos ancora.
Abbiamo bisogno, tutti, tutti i lettori, poeti e non solo, ma diciamo ogni persona, di una poesia siffatta, che miri a dare senso alla nostra esistenza; esistenza che necessita, oggi più che mai, in questa temperie di guerra, di guardare anche all’essenza delle persone e delle cose, per finalizzarsi al bene, che costituisce il principale mezzo per dare spessore (oggi divenuto assai sottile) alla performatività da dare alle persone che siamo e per dare lustro all’umanità in una dimensione di senso che colori le nostre fusioni di orizzonti nelle relazioni sociali.

Ringrazio tanto Maurizio per l’attenzione alle mie parole e in particolare per l’originale approfondimento filosofico sui significati di persona e alterità, disvelamento e mascheramento.