Luca Pizzolitto. Getsemani

di Rosa Salvia

Luca Pizzolitto, Getsemani, (peQuod, Ancona 2023)

Getsemani è un’avvincente opera poetica di Luca Pizzolitto che si apre con una dolcissima dedica in memoria dell’amico Ugo Fama e si chiude con tre componimenti teneri e commoventi che ne suggellano il perenne respiro: “Il tuo cuore è cieli quieti e lontananza”. 
Nella forma di un diario ininterrotto, vario e irregolare, l’opera sviluppa il disorientamento emblematico di un discorso impossibile fra Dio (nel silenzio che lo avvolge) e l’uomo nella sua imperfetta sofferta corporeità.
L’autore si immerge completamente nel tema dell’impulso cieco e infinito (la volontà di vivere, 
per dirla con Schopenhauer) “nel cuore della passione” e nella sua metafora esistenziale.
Il sentiero da percorrere è quello della possibilità di una vita altra che, più che proporsi come ‘speranza’ (come nei teologi alla Moltmann), si impone come necessità di rovesciare dalle fondamenta i paradigmi del pensiero entro cui si sono raccolte le certezze e le convinzioni della modernità, prima fra tutte la separazione tra l’esperienza del sacro e la pratica della conoscenza.
Il doloroso distacco del Cristo dal Padre nell’orto del Getsemani: “Cristo spezzato dalla sete, / Cristo benedetto – nato / nell’abbandono” […], è l’inizio di una vera e propria metamorfosi per
il nostro poeta. La filosofia antica, ci ricorda Foucalt, riteneva che il soggetto, così come è, non è capace di verità: per raggiungere questa è necessario che egli si trasformi completamente in sé stesso, fino ad uscire fuori di sé e, addirittura, a perdersi.
È quanto accade al Cristo, è quanto accade al poeta che vive intensamente, visceralmente, la proiezione delle due rappresentazioni, padre-figlio: “Erba amara, fatica / è la resa incondizionata
a Dio // bellezza che volge in pietra, / morire oggi nel deserto delle / cose, la fine immatura del giorno // – mia vita, / mia vita involontaria.”  

La vicenda narrata è dunque quella di una metamorfosi, non di una “divinizzazione”, ma attraverso una parola che possa divenire il tramite di nuova possibilità di comprensione da tenere par coeur, a memoria, come un effetto di verità e di consapevolezza, possibile soltanto nel dolore dell’io pienamente annullato. Ogni figlio d’uomo ha la potenza generativa del figlio di Dio, e, a compiere il passaggio, è la realtà strutturante della sete.
Scorgo una sottile “fratellanza” tra Pizzolitto e il poeta argentino Hugo Mujica, anch’egli poeta estremo con l’audacia di camminare sul sapersi perduto.: (“Bisogna entrare / nel deserto / per lasciare dietro i miraggi; //bisogna tornare / a inebriarci alla fontana: / bisogna tornare alla sete”.)

La sete è il seme naturale della nascita del divino, che della natura non è la negazione, ma l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine: “Conosco i tuoi passi che si / consumano nelle mie vene. // Una lampada accesa / le stanze dimenticate / della gioia l’antico fiore / del canto // terra recita inganni / parvenza del sogno / immacolata ferita / di polvere e cielo. // Dimmi, / è forse di Dio / l’eterna sete?” (Le prime due strofe in corsivo sono versi di Loran Gaspar, Conoscenza della luce – Donzelli, 2006) 
E ancora: “Soglia della tua sete / il nome di dio perduto // su noi ciò che resta / dell’infanzia è bellezza / caduta, cenere sul davanzale.”

Come si evince, la poesia di Pizzolitto approda a forme brevi, limpide e incisive, a una scrittura originale che cerca di dipanarsi in delicati oscillamenti, tra scoramenti e fuggevoli bagliori, descrizioni e note – iterate variazioni e riprese sugli stessi enigmi.
Dall’evidenza dell’elementare, scaturiscono le perplessità, le interrogazioni, i presentimenti
che la bellezza del cosmo contenga una realtà più pura, e, al contempo i timori per una sete
di conoscenza che non può essere soddisfatta: “Questo tempo che / ci respira addosso / è affanno, abbandono // una poverissima luce.” 

Inoltre, l’aspirazione ad un’opera più musicale che pittorica, avvicina questo poeta a Philippe Jaccottet. Per entrambi la morale poetica è in definitiva una fedeltà alla materia delle cose e alla forma, una compassione per la carne restituita dalle apparenze. Per entrambi la scrittura è un’attesa di parola senza attendersi nulla: “Il nostro essere padri / di carni incapaci // – agosto è immobile, / lettera aperta sulle tue dita // allontanare Dio / assetati di Dio.” 
La scrittura segue il processo lungo le quali le forme si dissolvono, fondendosi fra loro; la parola
vede la vita culminare nell’abbandonarsi alla resa a sé stessi e a Dio, e assiste all’elevarsi della lacerazione su tutto: “Chi getta il tuo nome nell’abisso / per trenta denari? / Chi dorme durante la veglia? / Chi stringe i polsi e ti spinge / in catene? // Si spegne il canto / perdono e rovina / – gocce di sangue / dal volto di Dio – // Nessuno torna innocente / da questo Getsemani, / nessuno è mai stato / fedele davvero.” E ancora: “Da qui non si parte / né arriva. // Dio, spazio d’eterna resa.”
Come scrive Roberto Deidier nella prefazione al libro: “Quello che accade nel giardino evangelico, non è il momento che precede, non è la sospensione, né l’attimo salvifico; nella vicenda che ci è giunta non c’è spazio per il kairòs, per la quiete prima della tempesta, prima che tutto precipiti.” 
Una poesia sconvolgente dunque, perché conserva il movimento lacerato dell’inaudito, proprio
del mondo in ombra che si estende oltre i limiti della ragione: quel mondo in cui i significati implodono in un angosciante spaesamento interiore e le cose non sono più assicurate a un terreno di certezze e di riferimenti stabilizzati. Non c’è codice di scrittura per tale visione; sono versi sciolti, spesso in corsivo, che hanno in sé i segni di una condizione umana fragile e ferita; grumi di dolore e di lutto. Sono versi ossimorici in cui s’insinuano improvvise impennate, atte a sguarnire la frontiera che la ragione solitamente difende dalle notti in subbuglio. Messaggi-non messaggi, dove si fa preponderante l’anafora, la ripetizione lirica e sonora, che fa i conti con chiasmi, canoni di parole che s’inseguono, richiamano, che segnano uno scavo che oltrepassa lo scrivere, e chiama l’incedere nell’inconscio della frase musicale.
Ne risulta un doppio movimento. Da una parte c’è l’insistenza martellane e preclusiva di qualsiasi salvezza come nei versi di apertura al libro: “Cadono addosso i giorni, / aria pesa scalza consuma / la carne” – […].  Dall’altro l’accenno di velate quasi mistiche possibilità: “Cerca ora solo bellezza / quiete, la soglia stretta / della contemplazione // Spegni la luce // Tessi la tela, l’ordito / freddo del fiore che / nasce da queste tue spine.”
Ma anziché restare inchiodato alla contraddizione, questo doppio movimento scivola lungo passaggi imprevisti ancora capaci di farci incontrare domande difficili e dure. Nonostante tutto e dopotutto, si potrebbe dire. Cioè dopo la catastrofe, dopo la caduta nel pozzo buio dell’esistenza.

Davanti a questo abisso, mi torna in mente una riflessione di Flavio Ermini: “come si può ancora parlare di “genere letterario” per definire la poesia?”

*

La vita che attraversiamo
a mezz’ora dall’autogrill.
Fibra minuta, fragile.

Il nostro umano non restare,
cadere, farsi pioggia in aprile.

Lasciare.

*

Luglio qui si attende
nelle crepe.

Scrivere è il mio
secondo esilio.

*

Labbra chiuse sulle lenzuola
foglia ferita nel vento,
la morte per acqua –
sterile autunno sul viso.

Ama il silenzio che precede
la cura – ama l’umano stupore
che accompagna questa bianca,
non voluta promessa.

*

Il piatto vuoto, sul tavolo, in cucina.
Il solco degli occhi, di ogni tua attesa.

Sapere il tempo, distruggere il fuoco.

*

Manto di spine
lacera il verbo

volto d’antica
umana bellezza

– Dio –

Ha sempre
sete chi rimane.

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