Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Guariti e salvati

(Xu Bing, Square Word Calligraphy: si legge Mouton Rothschild nella grafia degli ideogrammi, riportati in basso a destra)

«Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”» [Lc 17,11-19]

Che differenza c’è fra essere guariti e essere salvati?

Il vangelo di questa domenica ci presenta la guarigione di dieci lebbrosi. È interessante notare come Luca procede nel suo racconto.

Gesù sta andando verso Gerusalemme. È in una situazione itinerante e si trova al confine fra Galilea e Samaria. È una situazione tutta particolare, quella del confine. Ancora il noto è presente e già si presenta il nuovo. È situazione di dialogo e di apertura, il confine; mentre identifica, apre alla novità. Ora, in questa situazione, dieci persone, malate di lebbra, urlano verso Gesù e chiedono pietà. La reazione di Gesù è quella che ci si aspetterebbe da un buon israelita: “Andate a presentarvi ai sacerdoti” Il libro del Levitico, infatti, prescrive proprio questo. Il lebbroso deve presentarsi ai sacerdoti, che lo dichiareranno impuro. I dieci obbediscono, ma mentre vanno, guariscono.

La lebbra è malattia della pelle, almeno negli aspetti più appariscenti. Vari pensatori di cultura ebraica sottolineano come la pelle possa essere considerata un confine. Confine fra sé e l’altro da sé, sia il mondo, sia gli altri, sia Dio stesso. Una condizione che alteri il confine genera confusione, e la confusione è impurità. Soprattutto, però, un confine malato è una malattia delle relazioni che dal confine nascono. Dunque, la lebbra altera la relazione. Qui, interviene la guarigione di Gesù. Egli guarisce il confine, cioè, guarisce la relazione malata fra sé e tutto ciò che non è sé. Il lebbroso guarito è sanato nella sua capacità relazionale. Da questo momento in poi, tutto il suo essere potrà esprimersi come essere relazionale. Il testo di Luca, in realtà non dice che Gesù guarì i lebbrosi dalla lebbra, ma afferma che “furono purificati” e che uno di loro torna indietro “vedendosi guarito”. Si acquista una nuova visione di sé quando il confine è purificato. Un confine purificato è un confine che non segna separazione ma condivisione e scambio. Le culture sono “confinanti” quando interpretano se stesse in funzione dell’altra, quando non temono gli “sconfinamenti” come minaccia alla propria integrità, ma si aprono all’accoglienza della novità. Ancora Xu Bing interpreta questa osmosi culturale nella scrittura di segni che significano caratteri latini e ideogrammi cinesi. Senza confusione, ma con una capacità di reciproca integrazione. Nella morfologia che riprende gli ideogrammi cinesi (a destra nell’immagine), si può leggere, in caratteri latini, “Mouton Rothschild”. Non interessa il significato della scritta, ma il fatto che essa è in caratteri latini in una morfologia comune con gli ideogrammi.

Così il lebbroso è “purificato”, reso capace di relazione nuova. Qui è la sua verità, la sua restitutio ad integrum.

Da notare come tutto ciò accade. Gesù obbedisce alla Legge. La sua prima richiesta ai lebbrosi è di andare a presentarsi ai sacerdoti. Avrebbe potuto operare la guarigione, prima, nel momento stesso in cui i dieci gli si sono presentati davanti, ma questo avrebbe significato scavalcare la Legge, farne a meno. Gesù non lo fa, si mostra obbediente alla Legge.

Neanche, però, guarisce dopo che i lebbrosi si siano presentati ai sacerdoti. Questo avrebbe generato l’equivoco, la falsa lettura del segno, facendo dipendere tutto dall’osservanza della Legge, come se la guarigione fosse un atto dovuto ad un buon osservante.

Lui guarisce mentre i dieci vanno. Durante il percorso segnato dalla volontà di obbedienza alla Legge e dal non ancora compiuto adempimento. Gesù obbedisce alla Legge, ma non dipende da essa. La sua guarigione, nel rispetto della Legge, è atto di pura gratuità. È puro dono. È mentre si va che si è guariti. Non prima o alla fine di un percorso. È per via che si realizza la guarigione che libera. Non importa il punto di partenza, non importano le presunte appartenenze, siano esse etniche, religiose, culturali. È il camminare che si costituisce ambito di liberazione e di salvezza.

Di dieci, solo uno si accorge di questo e torna indietro a dire Grazie. E questo uno è un samaritano, uno straniero, un nato altrove, come suggerisce il testo greco. Solo da un essere da altrove viene la percezione della gratuità. Il samaritano si è accorto di essere inserito in un circolo di gratuità, di essere fatto oggetto di dono gratuito e, forse, per questo, di esserne capace a sua volta. La sua relazione non è più malata.  Lui, ora, riconosce la gratuità e se ne sente parte. Che sia questa la salvezza?

Non importa se, poi, nel prosieguo del suo cammino, il samaritano, come ognuno, non sarà sempre fedele. Ce lo conferma Paolo, nella seconda lettera a Timoteo: “se noi non siamo fedeli, egli, però, rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”.

È questa la roccia su cui ogni relazione può dirsi autentica. È questa la roccia su cui ogni costruzione umana può considerarsi fondata. È questa la roccia di fedeltà per cui ogni infedeltà viene salvata.

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