Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Kyrie eleison

«In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». [Lc 18,9-1

Già Paolo, scrivendo ai Filippesi, aveva usato gli stessi verbi “umiliare” ed “esaltare”. «Cristo Gesù…umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte…per questo Dio l’ha esaltato».

Non ci si umilia per essere esaltati. Umiltà è obbedienza “fino alla morte”. Questo è lo “stile” di Dio: lo svuotamento di sé. E questa è l’azione di Dio: esaltare gli umili, come canta Maria nel Magnificat.

Se non si parte da qui, non si capisce la parabola di Luca.

Il fariseo è attento nell’osservanza della Legge. E per questo è stimato e tenuto in conto.

Il pubblicano è attento nel trarre profitto dalle tasse che riscuote per conto di Cesare. E per questo è tenuto a distanza come un lebbroso.

Il fariseo giudica se stesso a partire da ciò che egli considera negativo, prendendone le distanze.

Il pubblicano giudica se stesso a partire dalla consapevolezza della propria fragilità.

Non sappiamo altro. Non sappiamo se il fariseo era onesto o disonesto. Non sappiamo se il pubblicano era onesto o disonesto. Sappiamo solo come ognuno di loro giudica se stesso.

Il primo ringrazia per quello che è. Il secondo chiede grazia per quello che è.

Tra il primo e il secondo corre la distanza tra la religione e la fede;tra i meriti che derivano dall’osservanza delle regole e la fede che fa sperare la salvezza anche dalle proprie riconosciute miserie.

La prima stabilisce delle appartenenze che finiscono per escludere e condannare; la seconda apre i confini del cuore che si sa fragile e debole.

La prima mira a costituire dei valori fondamentali in cui riconoscersi; la seconda si fonda sulla misericordia e il perdono. L’uomo “religioso” riceve da se stesso la sua ricompensa; chi ha fede attende che sia un altro a comunicargli il perdono. L’identità del primo è inscalfibile e impermeabile; l’identità del secondo è la sua “debolezza di credere” (M.de Certeau).

Il fariseo è intrappolato dalla sua autosufficienza che lo allontana dalla sua condizione umana. Prega fra sé. La sua identità esclude chi non è come lui. Gli altri sono diversi e quindi si escludono. Il pubblicano si espone nella sua vulnerabilità (“si batteva il petto”),mettendosi al pari di tutti gli altri esseri umani, altrettanto fragili e vulnerabili. Gli altri sono compagni di via, non solo non si escludono ma si accolgono nella stessa richiesta di perdono.

Quello che sembra un atto di forza costitutiva di se stessi si rivela, invece, essere un atto di inautenticità che svuota di senso l’agire umano teso solo alla realizzazione di una immagine accettabile e approvata.

Quello che sembra un atto di debolezza e di autodegradazione si rivela come atto di coraggio, nel riconoscere prima di tutto la propria fragilità e la propria debolezza e, nella sua ricerca di autenticità, rappresenta il primo passo verso un’esistenza responsabile e aperta all’altro.

Non si tratta di umiliarsi ma di essere umili. Questa è libertà, perché libera dalle maschere.

Il legalismo porta al facile riconoscimento dei segni esteriori e, quindi, alle facili catalogazioni e ai facili giudizi. L’affidarsi alla misericordia si pone come assunzione di responsabilità, non presuntuosa e non giudicante. Il primo fonda tutto sull’immagine che si ha di sé, il secondo apre alla ricerca di senso e libera dal senso di colpa.

Il primo è sogno religioso, il secondo è realismo liberante.

Umile viene da humus e vuol dire aderente alla terra. Solo così si può guardare al cielo senza paura di esserne schiacciati. Come cipresso, ancorato fino in fondo nella terra, verso “altezze di contemplazione” (M. Gualtieri, Senza polvere senza peso, 2006).

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