Festa di Tutti i Santi
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati. Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». [Mt 5,1-12a]
Una vena d’oro rende preziosa anche la roccia più vile. Per quella vena d’oro, tutta la roccia acquista valore.
Non si separa dalla roccia la vena d’oro, le resta attaccata e unita, non si sa quanto consapevole del proprio valore. Non sa, la vena d’oro, che per lei, anche l’opacità della roccia brilla. Non sa la vena d’oro che sta restituendo quel raggio di sole catturato.
Santo è colui che umanizza l’umano. È chi restituisce, nell’opacità della storia umana, il raggio di sole catturato. Non è santo chi è moralmente ineccepibile o chi si attiene scrupolosamente alle regole. Santo è chi svela il destino di tutta l’umanità. Santo è chi umanizza Dio, il Santo, restituendo ciò che gli era stato donato. Nel tempo misurato e posseduto di una umanità preda della violenza del possesso e della strumentalizzazione, il santo apre il non-tempo che non si misura perché non si possiede, che non si vende e non si compra. Il santo squarcia il velo che copriva il volto dell’umano e ne mostra la verità che splende e si fa guida. Ed ecco il volto che appare. Volto di poveri che hanno fame e sete di giustizia, volto di chi costruisce la pace e sa perdonare, volto di violentati dal potere che disumanizza e toglie l’identità.
Volto di affannati che però sanno consolare, di sconfitti che sono vincitori. Volto che, nelle lacrime e nella gioia, dice l’angoscia e la speranza che sono di tutti, donne e uomini, di ogni età, “lingua, popolo e nazione” (Ap 7,9). Non è forse questo il volto dell’umanità? E non è forse questo il volto dei santi?
È il volto dell’altro che mi chiama a responsabilità nel momento in cui mi appare, in questo tempo, portatore di infinito (Levinàs). È il volto dell’altro che mi propone la novità che irrompe e squassa le abitudini e le prigioni da queste costruite. Umanità nuova, di cui il santo è portatore. Libertà dell’altro che è anche libertà mia.
È popolo, è fiume che straripa. È unità di differenze.
Santità è nostro destino. Santità è luce dell’oggi, nella fragilità e nella precarietà. È “l’abbraccio dolce dell’amore/è l’abbraccio di lontananze” dove “sparisce il tempo in un momento/ e insieme a ognuno senza più distanze/ senza più lacrime senza più un lamento” (*), ci avviamo verso una Gerusalemme nuova fatta di “pietre vive e di persone care”(*), di volti noti e riconoscibili, di sguardi sconosciuti e di voci mai sentite. Gerusalemme nuova per una umanità nuova dove anche il nostro volto trova la sua verità.
[(*) Massimo Loris Zannini, Inno dei Santi]
