Epifania 2026
(Goa, Adorazione dei Magi)
«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.»
[Mt 2,1-12]
Festa dell’Epifania, festa della Manifestazione. Conosciamo tutti il brano riportato da Matteo
Si tratta di quello che la tradizione ebraica chiama “midrash”, cioè un racconto. Dunque, commetteremmo un grossolano errore se volessimo cercare nel brano di Matteo le sue radici in eventi storici. Unico dato storico è quel “al tempo del re Erode”. Piuttosto, le radici vanno cercate nella teologia di Matteo e della sua comunità. Tutta la simbologia espressa nel brano (astro, re, doni) parla di regalità. Il paradosso è che questa regalità è espressa in un bambino. Tutto il potere, tutta la potenza della storia di un popolo, in un bambino, senza potere e senza storia. Se però Erode, in quanto fuori della dinastia davidica, non ha futuro, questo bambino senza potere e senza storia ha tutto il futuro.
Potremmo parlare a lungo della simbologia espressa, nella necessità di Matteo di affermare la continuità di Gesù, Messia, con tutto l’Israele. Il va e vieni del Messia (verso il deserto, dal deserto…) la strage degli innocenti…sono modi per affermare che un nuovo Mosè è fra noi. Continuità e rottura. Si tratta del compimento di una attesa e di una novità assoluta che nessuno poteva attendere, perché derivante dall’iniziativa divina.
Ben espresso, questo atteggiamento dal “turbamento” di Erode e di tutta Gerusalemme. Che Erode sia turbato ha la sua spiegazione nella paura di perdere il potere da parte di chi ha fatto del potere la sua unica ragione di vita. Erode sapeva di essere estraneo alla successione davidica, ma l’“udire queste parole” (dov’è il re dei giudei che è nato) lo costringe a guardare in faccia la realtà, come se uno specchio gli avesse rimbalzato non la sua immagine ma quella di un altro, e questo è motivo di turbamento. Non tanto la consapevolezza che il potere gli fosse tolto, quanto, piuttosto, che gli fosse tolto ora. Il Messia è il terzo che avrebbe riunito Israele e le Nazioni, ma il Faraone non è in Egitto, ma nel cuore di Israele, e Erode ne porta i tratti. Meno chiara appare la ragione del turbamento di tutta Gerusalemme. Tutti erano in attesa del Messia (annunciato dalle parole dei profeti e di Michea, in particolare). La loro risposta ai Magi è pronta. Perché, allora, il turbamento alle parole dei Magi?
Il compimento dell’attesa sorprende sempre e supera l’oggetto dell’attesa. Una attesa che si compie destabilizza, perché sovverte i termini che nell’attesa erano chiari. In qualche modo chi attende è nella condizione di chi desidera. E’ difficile distinguere l’oggetto dell’attesa dalle proiezioni dei bisogni propri. Così, l’attesa potrebbe non essere altro che l’attesa del compimento dei propri progetti, delle proprie speranze; il superamento delle proprie paure. Tutto è caratterizzato dal carattere possessivo, dalla “proprietà”. Il compimento dell’attesa destabilizza per quel “novum” assoluto che irrompe e divelle ogni proprietà. Progetti, speranze, paure, tutto diventa irrilevante di fronte al compiersi, che è inveramento di sé. L’autenticità dell’attesa è nel farsi poveri anche dell’oggetto dell’attesa stessa. Solo non attendendo nulla, si attende tutto. Solo non definendo il suo contenuto, l’attesa è davvero tale, aperta all’assolutamente nuovo dell’atteso.
I Magi non attendono il Messia, ma leggono, interpretano un segno, una traccia. Vengono da Oriente (da dove sorge la luce e, quindi, la possibilità e la capacità di conoscenza) e sono fuori delle attese messianiche di Israele, non appartengono nemmeno a questa tradizione. Vengono da fuori. Eppure, in un modo del tutto singolare, entrano nella tradizione di Israele. Lo fanno non a partire da una appartenenza, ma accettando l’urgenza di voler conoscere, e, forse, ri-conoscere l’atteso dalle genti. Il primo atto che essi compiono è quello di cercare segni. Subito dopo, si impone una uscita. Partono e vanno dove il poco che sanno li conduce. A Gerusalemme. Ma non è lì quello che cercano. Il centro non è Gerusalemme, ma Betlemme, il piccolo capoluogo di Giudea. Quasi mai, ciò che si cerca lo si cerca nel luogo dove si trova. Ci lasciamo guidare dalle evidenze, ma è nei nascondimenti che si manifesta il compimento. All’inizio del compimento di una attesa c’è sempre una uscita, un lasciare, come Abramo, come Mosè, come i Profeti. Non come gli scribi e i sacerdoti, che pure leggono le Scritture, ma non partono.
I Magi partono e conoscono e ri-conoscono. Poi, il sogno. Come il sonno profondo che il Signore fa cadere sull’uomo (Gn. 2,21), il sogno può essere visto come una perdita di controllo o come l’imporsi di un’altra maniera di vedere le cose. La conduzione degli avvenimenti passa di mano. Non è più totale facoltà dell’uomo, ma da un altrove derivano i fondamenti delle scelte e delle decisioni. “Fecero ritorno per un’altra strada”. “Un altro cammino si impone ai Magi. Non si fermano al luogo del ri-conoscere: l’esperienza della fede comporta una separazione. L’ “altra strada” ha la sua parte di sogno se essa ci conduce verso noi stessi, verso un reale che è altra cosa di quello che immaginiamo. Il sogno è così, in noi, l’altro che ci parla per condurci da un altrove a noi stessi. C’è bisogno di un “sogno” perché la nostra esperienza di fede sia questo “altro cammino” che noi da soli non possiamo trovare.” (B. van Meenen, cit. in Atelier Evangile)
