«In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
[Mt 3,13-17]
Nessuno può accampare diritti.
Non ci sono privilegiati. Né privilegi.
Dio accoglie chi “lo teme e pratica la giustizia”. Così si esprime Pietro, a casa di Cornelio, il centurione romano. Era pagano, Cornelio, non apparteneva all’Israele erede della promessa. “In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga»” (At. 10,34)
Il respiro si allarga. Ciò che era escluso viene compreso nella logica di amore accogliente. “Dio accoglie”, comunque e sempre. Nessuno può considerarsi più degno di altri in questa accoglienza.
Non in nome di una discendenza. Non in nome di una appartenenza. Non per una identità religiosa o nazionale o di casta. “Dio non fa preferenze di persone”. Neppure, per una presunta superiorità morale.
Potrebbe essere la traduzione in linguaggio ebraico-biblico della prima lettera di Giovanni: “chiunque ama conosce Dio…perché Dio è amore”.
È questo anche il senso del Battesimo di Gesù.
Quello che per Giovanni era un segno di penitenza per i peccati, in Gesù diventa momento di inizio di una visione nuova della realtà.
Battesimo di “giustizia”, quello di Giovanni, fatto a partire da un bisogno di purificazione. Battesimo “in Spirito Santo” quello di Gesù, che non origina da un bisogno ma è totale gratuità.
Il primo fondato sul senso del peccato, il secondo fondato su una logica d’amore.
L’immersione nell’acqua, nel battesimo di Giovanni, è segno di morte. Deve scomparire l’uomo peccatore. È battesimo di penitenza. Necessario, perché l’uomo è peccatore. Ciò che conta, per Giovanni Battista, è il Regno che si avvicina. Il resto è male.
Eppure, Gesù va da Giovanni. A conferma di un legame antico eppure distante. Gesù va, anzi, “venne” da Giovanni per farsi battezzare. È sempre un “venire” quello di Gesù, sempre un farsi vicino, anche quando va, Gesù “viene”. È come se il punto di osservazione fosse sempre un’attesa di prossimità.
E quei cieli così lontani e chiusi di Giovanni si “aprono”. Non è più il tempo dell’impossibilità di Dio. Non è più il tempo in cui il peccato è l’unico criterio di appartenenza o estraneità nei confronti di Dio. I cieli “si aprono” e l’incomunicabilità è vinta.
C’è un altro momento “biblico” in cui i cieli “si aprono”. È quello in cui, in Atti degli Apostoli, è raccontato il martirio di Stefano (At 7,55-56). I cieli si aprono quando qualcuno dà se stesso. È il battesimo vero e definitivo. L’atto di amore che fa aprire i cieli e dà accesso a Dio. “Chiunque ama…conosce Dio”.
L’amato non può non amare, dello stesso amore incondizionato, che non ha limiti né confini. Fino in fondo, fino a quando il sudore si fa sangue, fino a quando il sangue viene versato.
“Se tu squarciassi i cieli e scendessi…” aveva gridato Isaia (Is63,19). A quest’urlo, risponde una “voce”. Ed è voce di padre che rivendica e stabilisce la propria paternità, non per giudicare o condannare, ma per accogliere e fondare nell’unica realtà a lui possibile: l’amore. “Questi è mio Figlio, l’amato”.
Il silenzio di Dio è voce che parla d’amore.
In Gesù, senza preferenze di persone.

