Recensione di Francesco Improta
Apokatástasis di Barbara Dall’Idro
“Nulla die sine poesia”
Come si legge nella quarta di copertina, Barbara Dall’Idro è poetessa, filosofa e antropologa e vive tra l’Emilia, i Castelli romani e il Salento, di cui stando al cognome dovrebbe essere originaria. Del resto, Ydrentòs, la sua seconda silloge poetica dopo Il Mantello di Urano, è l’antico nome greco di Otranto, località particolarmente cara alla Dall’Idro. Ha anche pubblicato, per la gioia dei suoi tanti estimatori, sul proprio sito barbaradallidro.it Oltre il Caos Hemera, breve silloge gratuita. Certo queste poche notizie bio-bibliografiche non hanno la pretesa di rivelare la sua ricca personalità né, a maggior ragione, la qualità della sua produzione poetica ma ci offrono almeno qualche chiave di lettura: l’amore per la cultura e la mitologia greca, l’attaccamento alla terra magica del Salento e la presenza assidua di Nietzsche con i due principi fondamentali su cui si basa la sua filosofia, l’apollineo, che rappresenta ordine, armonia e razionalità e il dionisiaco, che indica caos, istinto ed ebbrezza. Del resto, già nella silloge pubblicata online c’è un riferimento al caos come buio a cui si contrappone la luce del giorno (Hemera), in un tripudio di luci e di colori. E sulla stessa linea è questo splendido libriccino dal titolo altrettanto significativo, Apokatástasis ossia ritorno allo stato originario, reintegrazione, ma più in senso stoico che escatologico: più Zenone che Origene. Non credo che si possa parlare di una silloge poetica tradizionale ma di un lungo e raffinato monologo interiore, alla maniera di Mrs Bloom e la mancanza di punteggiatura e di maiuscole favorisce il fluire ininterrotto delle idee, delle emozioni e delle immagini. Ci si rovista dentro con l’intento di liberarsi di scorie, fobie, timori e opacità per restaurare, come suggerisce il titolo, uno stato originale, primigenio e, quindi, tornare a nascere. Un incessante cabotaggio lungo i lidi rupestri dell’inconscio che prepari e legittimi una palingenesi. E in questo viaggio a ritroso, di nietzschiana memoria – a un certo punto viene citata La Gaia Scienza – vengono ripresi e sottoposti al vaglio miti, filosofi, dottrine e semplici sensazioni. Forse, rispetto ai lavori precedenti, c’è minore omogeneità ma più razionalità, per il bisogno – credo – di filtrare cultura e natura, percezioni e meditazioni. Affiora, ogni tanto, quella sua prorompente sensualità che fa di lei un fiore di carne, intriso di salsedine e di sole, esposto alle carezze del vento. Bellissimo l’incipit, tutto giocato su un ordito di sinestesie, antitesi e paronomasie, dove viene anticipato l’obiettivo di questo viaggio che è in procinto di intraprendere. Così versi di struggente bellezza sono i seguenti:
“l’incanto freme sotto l’acacia
patisco l’assenza del silenzio della terra
dove il profumo del fico selvatico si eleva
oltre le felci nel sacro urto con il lamento del vento
ho memoria della selva che si imbatte nel cerulo
sull’ara remota di un incessante sacrificio”
Dove la sensualità, però, rompe gli argini e prorompe in tutta la sua forza è nei versi seguenti:
“Ecate ha smarrito
il suo ultimo petalo
la voluttà divora il giorno
come il lenzuolo le mie membra
godo della mattina inerme
zoppicando ad occhi socchiusi
in una fantasia afona smerigliata
il freddo schiuma oltre la stanza
ed io continuo
a ricamare l’inganno”
Un ruolo di primo piano in questi componimenti occupa il mare con i suoi diamanti, per dirla con Valéry, e i suoi crepacci di luce che diventano baluginii di memorie e palcoscenico di emozioni profonde e recondite per questa poetessa legata alla terra ma intrisa di salsedine. Una poesia, questa della Dall’Idro, fatta di soprassalti e di lampi improvvisi che si abbevera alla luce inconfondibile del Mediterraneo di cui riesce a cogliere con sagacia e sensibilità non comuni le molteplici epifanie. La poesia di Barbara Dall’Idro si muove tra lo spazio e il tempo, la luce e l’ombra, il dolore e il desiderio di riscatto. Poesia dotta per l’uso di un lessico molto ricercato che nasce da un background, ricco e raffinato, che non disdegna la mitologia e i linguaggi settoriali (botanica, chimica e geologia) ma senza alcun lenocinio o vacuo compiacimento. Il viaggio nato con l’intento di riportare ordine e armonia, come suggerisce il titolo e la iniziale nota editoriale, finisce col confermare la complessa e contraddittoria natura di una poetessa (non mi piace il termine poeta) che raggiunge vette altissime senza rinunciare a essere donna e femmina con tutte le sue contraddizioni come si evince dal seguente componimento che fa parte della terza sezione panismo (le altre due sono labirinto e fascinazione) e col quale mi piace concludere questa mia nota critica:
“mi scorgo
sismica ed antisismica
preda e predatrice
sono abitata da lupa e vento
mi si perdoni quando sono illecita
mi si prosciolga se non sono eterea
incarno la dimora della terra e dell’acqua
non c’è spazio se non per il turbamento
l’assurdo e il vero
accolgo tutto ciò che non trova consapevolezza altrove
esiliato in me
illimitata isola d’acqua e sale
in cui si riflette un firmamento di contraddizioni”
