Il sale salato
«In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”.» [Mt 5,13-16]
Erano i giorni bui della pandemia. Ricordiamo tutti papa Francesco, solo, ai piedi della croce.
In quella solitudine c’era la moltitudine, angosciata, che guardava a quella sola fiammella di speranza.
«Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso.» (1Cor. 2,1-5)
È questa l’unica sapienza di Dio, “follia e scandalo”, l’unica “potenza”. Con questa dobbiamo misurarci.
È questo il nostro essere sale. È quella fiammella ai piedi della croce il nostro essere luce.
“Sapienza”, “sapidità”, “sapore” hanno tutte la stessa radice. Il sapiente è colui che ha e dà sapore. Proprio come il sale. C’è un solo modo, per il sale, di dare sapore: sciogliersi. Se il sale volesse restare sale, senza sciogliersi, sarebbe solo un grumo cristallizzato, inutile e sterile. Solo sciogliendosi, dà sapore e, dando sapore, si realizza come sale. Nessuno riconosce più il sale, una volta sciolto. Non lo si vede più. Solo, se ne sente il sapore.
Così la luce è tale perché qualcosa brucia e si consuma. Da questo consumo di sé, da questa “dépense” (Bataille), viene luce per tutti quelli che si trovano nella casa.
Se il sale non si scioglie e la lampada non si consuma, non ci sarà mai né sapore, né luce.
Questo è il potere del sale e della lampada: consumarsi, sciogliersi, non essere più visibili se non come sapore e luce. L’unica sapienza che viene da Dio è quella di “Gesù Cristo e Cristo crocifisso”. La sapienza è sangue versato, non strumento di autoaffermazione e di dominio.
Essere sale e luce è acconsentire alla propria identità di essere ciò che si è in obbedienza alla propria funzione: il sale è sale perché si scioglie, la lampada è luce perché si consuma. Per affermare se stessi, bisogna spendersi, sciogliendosi e consumandosi. Solo quando i cristiani non saranno più visibili come cristiani, avranno dato tutto il loro sapore e la loro luce. “Come l’anima è per il corpo” (Lettera a Diogneto, II sec.) svolge la sua funzione essendo invisibile. Solo riconoscendo al “mondo” tutta la sua autonomia e tutta la sua libertà, il cristiano potrà affermare ciò che è: sapore e luce, “senza la pretesa di trasformare il mondo in una immensa saliera” (Padre Bartolomeo Sorge). Troppe volte abbiamo preteso di affermare la nostra “cristianità”, trasformando la croce di Cristo in strumento di potere e di forza. Troppe volte abbiamo preteso di imporre invece che di servire. Abbiamo preteso di difendere una verità invece che far crescere l’umanità.
I nostri grumi si sciolgano. Il nostro olio si consumi.
Che resti il sapore di ciò che siamo, che è sapore di Dio. Che resti la mitezza del non giudizio, che è tenerezza di Dio. Che resti la stoltezza della croce, che è sapienza di Dio.

Bellissima riflessione su “sale” e ” Luce” come metafore di contenuti morali e spirituali che effondono e si propagano tra gli uomini. Il sale della vita ed il senso della vital, di ognuno di noi, stanno nel compito che possiamo svolgere partendo dalle nostre potenzialità, perché ognuno di noi è unico per caratteristiche e limiti, ed esprimendo con le proprie scelte di vita che determinano effetti che percepiamo come conseguenze per noi ma che si propagano come “onde” anche verso le altre persone intorno a noi. Nessuno è solo e tutti siamo collegati nella realtà che viviamo. Pertanto la responsabilità per le scelte che facciamo non va considerata solamente alla luce delle nostre aspettative ma per il contesto che creano nella vita degli altri anche in realtà molto distanti dalla nostra collocazione sociale e ambientale. Riflettere prima di agire e accettare, ancor prima degli eventi, le conseguenze che si determineranno per le nostre scelte, sono il paradigma della vita di ognuno di noi. La consapevolezza di ciò permette di evolvere per una crescita personale sia morale che spirituale.