La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Dante Maffia

Fare luce con la poesia intervista a Dante Maffìa

Perché pensare la luce come antidoto al buio? Oscurità e luminosità si scontrano ogni momento ed è da questo scontro, da questa eterna frizione che nasce la scintilla della poesia e dell’arte. Sempre e comunque – anche quando l’arte sembra tuffarsi nell’abisso più nero – la poesia canta la vita e sprigiona la bellezza. Ce lo racconta Dante Maffìa con abilità del critico capace di muoversi agilmente fra le letterature antiche e moderne e lo stupore fanciullino del poeta che sempre guarda il mondo con la speranza e gli occhi pieni di meraviglia.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?

In poesia ci sono delle percezioni, nel leggerla, per le quali alcuni dati, alcuni argomenti diventino ossessivi o comunque molto frequentati, ma si tratta di situazioni momentanee. La poesia si muove, da sempre, in tutte le direzioni e se nel corso del Novecento è sembrato che spesso abbia cantato il buio, in verità è soltanto un momento passeggero: io sono con Borges, la poesia non ha tempo, né mode né aggettivi.
Comunque, se c’è stata una certa insistenza a trattare il nero e il buio è anche colpa delle guerre che hanno portato l’uomo nelle trincee senza dare segnali di luce per non essere scoperti dal nemico. Al di là di queste considerazioni, necessarie per scandagliare le pagine dei poeti, la realtà delle pagine è sempre in funzione della vita, soprattutto quando il lamento, l’attacco e il colloquio avvengono con l’assenza totale di luce. Perfino “I fiori del male” sono un desiderio di vita, d’amore, di spazi aperti all’infinito, di ragioni che esaltano la vita. Perfino i versi di Lorca o di Cardarelli inneggiano alla vita. Dico di più: se lo scontro col buio è violento, tanto più violento è l’attaccamento alla quotidianità: non sono stato mai tanto attaccato alla vita (Ungaretti).
Comunque io sono del parere che la poesia non debba avere nessun compito se vuole seminare possibilità di incendi, cioè se vuole diventare sostanza vera e concreta del divenire, diversamente, un qualsiasi impegno didattico la chiude nel recinto.
Sia però anche chiaro che non è assioma “Finché si vede la luce si vive”. A volte la luce interiore, la luce non sconfitta, ma protetta dal buio, è elemento di vita e di verità che forse ha ragioni esoteriche o socratiche, o addirittura campanelliane, ma qui comincio a scantonare nelle mie smanie di figlio della Città del Sole. Comunque, del Sole, e quindi della luce.

La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?

Chi è impastato, comunque legato a filo doppio con narcosi e abbrutimento, non riuscirà mai a incontrarsi con la poesia che è scintilla che deflagra di continuo, bellezza che dilaga perfino nell’angoscia delle tragedie. Una volta, durante un’intervista, mi chiesero quale fosse il più bel verso di tutti i tempi e io, tranquillo, risposi: e m’insegnava ad ora ad ora come l’uom s’eterna. Sempre Dante quando parla di Brunetto Latini.
La poesia non insegna nulla ma sicuramente come l’uomo s’eterna sì. E se non avesse questo compito sarebbe una inutile accozzaglia di eleganti e forbite esercitazioni linguistiche a caccia di effetti.
Capisco che per un qualche orientamento i libri, soprattutto quelli scolastici, devono sezionare ed etichettare, ma ci rendiamo conto che incorniciare, anzi incarcerare un poeta dentro un aggettivo, una così detta scuola, è come ridurlo, relegarlo, mutilarlo?
Quanto all’identificazione della luce con Dio mi lascia perplesso.
Mi domando, un Dio vero avrebbe creato il buio con quali intenti?
Mi m’incammino nei meandri del mistero della luce. La vivo in pienezza e la riempio di parole vive e palpitanti perché, come diceva mia madre, è la luce che fa maturare i fichi, le albicocche e le ciliegie.
È la luce che offre gli spettacoli più clamorosi e le suggestioni più impensate. Il buio è cecità, impossibilità di movimento, negazione di godere la bellezza in tutte le sue estrinsecazioni. Per ricordarne una: poter leggere negli occhi della propria donna la pienezza di un canto, di una melodia senza confini. Altro mistero.

Cos’è per te la luce?

È l’approdo, ma anche l’esperienza accumulata per rasentare la verità suprema, per tentare di conquistare l’eterno. La luce non è il contrario del buio, è la ragione del cammino umano. Questo mi fa pensare che luce sia sinonimo di verità ed è il motivo per cui Omero, Edipo e Borges vedevano meglio dei signori attrezzati di occhi funzionanti e di occhiali.
Ma tante altre cose.
Noi non sappiamo che cosa esattamente vedono i ciechi. Io credo che vedano anche una luce, però di colore diverso dalla nostra. Forse più densa, con meno spreco.
Un aneddoto di Einstein, per pareggiare il mio scetticismo.
Il ragazzo (cioè Einstein) replicò: “Neppure l’oscurità esiste. L’oscurità, in realtà, è l’assenza di luce. La luce la possiamo studiare, l’oscurità, no! Attraverso il prisma di Nichols, si può scomporre la luce bianca nei suoi vari colori, con le sue differenti lunghezze d’onda. L’oscurità, no!… Come si può conoscere il grado di oscurità in un determinato spazio? In base alla quantità di luce presente in quello spazio. L’oscurità è una definizione usata dall’uomo per descrivere il grado di buio quando non c’è luce”.

La parola ai testi

la sfera del diluvio

La poesia, il tempo, la memoria
hanno accumulato briciole
ma non basta gettare nel silenzio ogni cosa
e andare oltre.
È cieco il domatore?
Non s’è reso conto
che il mio corpo è la poesia,
che i miei occhi sono
il mandorlo fiorito, la cascata di Nachi?

Lascia che nevichi a lungo,
che il bianco copra l’infarto del grigio,
che rinasca lo zefiro sul punto di morire.
E poi il botto
per svegliare gli scheletri.

E continui a cadere la neve,
il bianco e la memoria, la sfera del diluvio.

tu pensa all’incipit

Troppi maestri,
l’alba è un mercato di vecchie cose,
un recupero d’oggetti,
non la spasa di sole
che fa divini gli ulivi,
veste di enigmi le ginestre.

Anche i cigni sono
pane quotidiano,
parlano una lingua
leziosa come zefiro d’aprile.
Bisogna riprendere il passo dei flutti notturni
quando giocano a costruire un castello,
quando con le stelle si scambiano il fiato.

Io sono chiuso da secoli
nel teatro d’Atene
in attesa che la recita cominci.
Ci saranno molte spose ad applaudire,
dicono le civette di Fidia.

Se hai perduto la memoria so chi ha approfittato
del momento giusto.
Ma tu pensa all’incipit;
il dopo una brava attrice lo inventa:
gli incalchi, Eschilo, Pindaro, la scia luminosa
nel sapore della malvasia.
Il resto è storia che puzza di ripetizione.

Ha ragione Ulisse, il mare è l’unico amante
che sa tradire col cuore gonfio,
che sa tessere le catene
come la luna tesse i seni
delle comari alle finestre dei vicoli
mentre aspettano che passi lo scirocco
e arrivi la tramontana coi suoi occhi di vetro
a stabilire il dove il come e il quando.

Il traguardo?
È l’attesa della nave
che l’orizzonte fatica a decifrare
se la luce non spacca le montagne.

prima che perda

Chiuso nel labirinto di parole
mai definite
nella loro indecenza
o nella loro corsa
verso gli approdi casuali
dell’esistenza,
io vissi vite lunghe,
dentro canali morti,
dentro consunti tramonti smarriti
che mortificavano la luce.
Mai conosciute le ragioni del mio essere
vita nel niente d’una schiuma inodore.
Scheggia d’un’ansia irreversibile,
riassunto di battaglie involontarie.

Senza parola,
in preda alla vaghezza e ai sussurri
del vento.
Era la vita?
E adesso questa è la vita
ingombra di libri e di pretesti?

Una parvenza
guida il gregge, avviato
nell’implume grigiore
d’un vento privo di luce.

E il Tempo s’erge a padrone.
Ma di che cosa?
Niente ha senso,
niente svela il mistero, ferma il passo
alla vuota indifferenza
d’una qualsiasi meta.
Le promesse?
E l’Amore!
Dove vive, che fa?
Mi dia la mano, m’aiuti a decifrare
l’ortica dai frutti.
Non voglio lasciare
la casa senza muri,
senza un fiore, al buio.

Un grido, un tonfo
pima che perda
il caldo della parola,
che si ridimensioni la chiarità
del firmamento.
M’ aiuti
prima che l’alba sfogli le strade
per farne trame e languori,
prima che Kyoto
recuperi la luce e ridisegni
i fasti della notte,
prima che la morte guadagni
la concretezza del suo io…

Sillabe prive di luce
nell’ attesa di sempre.

Dante Maffia è poeta, romanziere e saggista. È nato il 17 gennaio 1946 in Calabria. Vive a Roma. È tradotto in numerose lingue. Esordisce nel 1974 con “Il leone non mangia l’erba”, prefato da Aldo Palazzeschi. Le successive prove gli hanno portato la stima dei più grandi nomi della letteratura mondiale, Vargas Llosa, Borges, Ben Jelloun, Brodskij, Luzi, Caproni, Sciascia, Calvino, Magris, Bodei… Ha collaborato a “Paese Sera”, a “La Fiera Letteraria”, alla rubrica dei libri della RAI. Il suo lavoro più conosciuto è “Il romanzo di Tommaso Campanella” Premio Stresa 1997., tradotto in molte lingue. È stato candidato al Premio Nobel dalla Regione Calabria, da Fondazioni e da un Comitato. È membro d’onore dell’Accademia Internazionale Eminescu. L’associazione Internazionale degli scrittori Bogdani, con sede a Bruxelles e Pristina, gli ha assegnato il Premio Internazionale Bogdani per il migliore scrittore tradotto in lingua albanese. Gli è stato anche assegnato il Premio Madre Teresa di Calcutta 2022. Medaglia d’oro della cultura e dell’arte il 17 marzo 2004 premiato dal Presidente Ciampi. Il 10 dicembre 2010 a Palazzo Chigi a Roma ha ricevuto da Gianni Letta il Premio Giacomo Matteotti per la Letteratura Italiana. A ottobre 2022 ad Atene gli è stato assegnato il Premio Alessandro Magno. Nel gennaio 2023 a Kyoto è stato istituito il “Premio Dante Maffia”. Hanno scritto sulla sua opera 14 monografie e 35 Tesi di Laurea. Ha ricevuto i maggiori premi letterari, dal Montale al Gatto, dallo Stresa al Tarquinia – Cardarelli, al Viareggio.

2 pensieri su “La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Dante Maffia

  1. Roby

    La luce definisce i colori del pensiero, convoglia nel buio del chiaroscuro della tela, a cogliere il dettaglio vitale; con un verso, una frase, rende liberi da ogni categoria che vuole screditare la bellezza del sollievo.

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