La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista ad Anna Maria Curci

FARE LUCE CON LA POESIA – intervista ad Anna Maria Curci

Vestire di luce il buio: è questo il compito della poesia per Anna Maria Curci. La luce deve poter fare piazza pulita di equivoci e menzogne, riuscendo a sollevare l’indignazione e la giusta collera per l’oscurità della Storia e della brutalità contemporanea. In quest’ottica la poesia può e deve farsi sacra, come una preghiera – anche laica – che sappia risvegliare ciò che è più profondamente umano.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?

Se è vero che uno sguardo altro, non superficiale, non distratto, accompagna il farsi della poesia, allora la luce è elemento, è punto, che di volta in volta diviene principio, termine, criterio, fonte, traguardo. Le manifestazioni della luce, le sue innumerevoli gradazioni, il suo nascondersi fino a negarsi, la sua esplosione, il suo trionfo: tutto questo costituisce un filo conduttore che attraversa la scrittura poetica in epoche e a latitudini diverse.

La storia delle epifanie della luce serba scoperte feconde per chi, volgendo lo sguardo e tendendo l’orecchio, volesse attraversare la poesia nel tempo e nello spazio. In questo viaggio ideale, penso a due tappe che ai miei occhi e alla mia voce chiedono di essere ricordate: il frammento 34 di Saffo, che riporto nella traduzione di Franco Ferrari, «le stelle intorno alla bella luna nascondono di nuovo la loro figura lucente quando piena essa risplende al suo colmo su tutta la terra» e un passaggio dalla poesia Nacht, Notte, tratta dal volume, apparso nel 2012, Licht overall, Luce ovunque, di Cees Noteboom, scrittore e poeta nato a L’Aja nel 1933 e recentemente scomparso, l’11 febbraio 2026: «Luce ovunque, fino ai denti/ della belva, fino alle unghie/ dell’assassino e al pugnale lucente/ che scrive l’ultima parola» (traduzione di Fulvio Ferrari). Nell’itinerario che va dal duetto di luna e stelle nell’effondere luce visualizzato da Saffo, la quale vive tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, al diffondersi della luce nella notte, luce che scoperchia l’esistenza nei suoi estremi, mettendola a nudo, nei versi scritti da Cees Noteboom in questo terzo millennio, è possibile riconoscere la tensione creativa di una poesia che trae nutrimento dalla luce e che, a sua volta, si fa luce che sa del buio e che, proprio rafforzata da questa consapevolezza, canta la vita.

Scorgere la «luce in una notte oscura», come scriveva Edith Stein, Santa Teresa Benedetta della Croce, negli anni dell’irruzione del buio della violenza e della morte, prima di venire strappata dal Carmelo di Echt e portata ad Auschwitz, è insieme dono e impegno per chi voglia restare umano, ancor prima che poeta. 

La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?

Non solo la poesia può destare il senso del sacro, ma essa scaturisce da una relazione originale con il mistero, con il sacro. È una relazione originale perché non è presa in prestito a mode del momento, non è ‘orecchiata’, non è compiacente nei confronti di dicerie e di coercizioni, più o meno consapevoli, non è conferma di versioni tranquillizzanti e menzognere. Stupore, slancio, scatto – anche di sacrosanta ribellione nei confronti di ogni forma di schiavitù, materiale e spirituale – sono elementi di questa poesia, che si oppone al torpore, alla narcosi, all’abbandono dell’umanità e che dà voce, come nella quartina di endecasillabi tratta da Nei giorni per versi e dedicata a don Primo Mazzolari e a don Tonino, a una «serena irrequietezza»; ancor più, dalle parole di chi sa scorgere la luce, sprigiona luce che è «mantello di serena irrequietezza».

La luce è lume dolce che rischiara il buio del cuore, come recita il primo verso della Novena di Pentecoste di Edith Stein, del 1937: «Chi sei Tu. dolce lume, che mi colma/ E rischiara il buio del mio cuore?» (la traduzione è mia). 

La luce arriva a infiammare la tenebra e a rivelare il vero sacro nel componimento di David Maria Turoldo Per un nuovo offertorio (in Il sesto angelo. Poesie scelte – prima e dopo il 1968, del 1976): «Un’altra cupola di luci/ nella pianura infiamma la tenebra […] Certo è sempre lo stupore/ di quando questi nostri occhi/ si aprirono/ all’avvento della luce […] Male è avere pensato/ che altro era la sfera del “sacro”/ l’avere diviso i tempi/ e i momenti dei tempi». 

La luce e il sacro in poesia non sono prerogativa solo di chi ha un credo religioso. Se la luce spazza via equivoci e infingimenti nel momento dell’indignazione – si pensi ad Alfred Andersch, Indignatevi il cielo è azzurro -, essa si fa tramite verso l’oltre, in universo inaccessibile ai viventi: nella raccolta omonima del 2018, Gabriele Galloni si chiedeva In che luce cadranno. Una luce che muta, che arriva a scucire e sventrare, si accosta alla dimensione dei trapassati nella raccolta più recente di Loriana d’Ari, dei vivi e dei morti, di questo anno 2026: «un velo sulle stanze sventrate dalla luce». Tutta l’opera poetica di Franco Dionesalvi è raccolta con il titolo La luce deraglia e percorrendo il volume è possibile constatare, come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa che dalle diverse angolazioni, inclinazioni, gradazioni della luce la parola poetica, illustra, dichiara, narra, rivela affetti, rimpianti, constatazioni circa il proprio e l’altrui essere-nella-storia e circa la tenace, attualissima, inattualità della poesia. In questa tenace e coraggiosa inattualità della poesia riconosco la sua capacità di destare il senso del sacro e mettere in guardia da menzogne, manipolazioni, narcosi, abbruttimento, disumanità. 

Cos’è per te la luce?

In uno scritto che ha il titolo Eine Duplik (“Una controreplica”), lo scrittore Lessing, figura rilevante dell’illuminismo tedesco, si riferiva alla verità come perfezione, compiutezza, traguardo al quale l’essere umano può solo aspirare. Consapevole dei limiti dell’essere umano come essere finito, Lessing ribadiva in quel testo la scelta della ricerca della verità come sua vocazione. Mi sorprendo spesso ad affiancare il termine “luce” al termine “verità” e a leggere l’esistenza come tensione verso la luce, anelito alla luce, ricerca della luce, là dove la sua pienezza, come nel menzionato testo di Lessing accadeva per la verità, si realizza in una dimensione oltreumana, metafisica.

Quello che dell’attesa, della ricerca della luce, del tendere verso la luce si realizza nella parola poetica, scaturisce dalla restituzione in componimenti, in singoli versi, in determinate formulazioni, della luce nel suo manifestarsi sia all’organo della vista, sia all’occhio interiore. Una varietà molto ampia di attributi e di predicati – dal bagliore, il barlume, il riverbero, la penombra, il crepuscolo, l’imbrunire, il rischiararsi, lo scintillio, l’incandescenza, lo splendore, fino al potere accecante – prende forma sulla pagina, in poesia diventa suono, rovesciamento nella phoné di tante gradazioni, di tante sfumature. Ciascuna di esse è, allo stesso tempo, manifestazione e restituzione in poesia di un’esperienza sensoriale e, senza che ci sia contraddizione, attrito, ma proprio in virtù della natura plurale del linguaggio poetico, espressione di una condizione, rivelazione di uno stato, illuminazione su passaggi e dimensioni. 

In Inciampi e marcapiano, del 2011, proprio la sezione Controrepliche, che deve il suo titolo al brano di Lessing Eine Duplik, ha componimenti nei quali la luce si manifesta con attributi e predicati diversi. In La soglia dell’alba si legge infatti: «Suggerisci un profilo,/ nel latte incerto/ della luce che avanza/ fai balenare un guizzo», mentre nella poesia dedicata a Edith Stein, La postulante, la tensione verso la luce è anelito al vero: «Tuo solo viatico il tendere/ alla luce, nel quotidiano/ dividere il fardello,/ e una sete insondabile e perenne»; in Salterio «Sfavillano i battenti nella prova di forza» dell’io poetico che non smette di sondare il mistero; in Sestante l’incontro con la luce, saperla scorgere là dove non si attendeva, reca letizia: «Improvvisato spicchio di scacchiera,/ inondi sazio e inaspettato».

In Opera incerta (2020), è la luce stessa, da una dimensione altra, a tendere le braccia: «Lo slancio riconosco,/ la luce tende braccia,/ non si fa definire» (Del passaggio).

Su luce e poesia, il verso finale di Trobairitz al pianto, poesia che conclude il volume Insorte (2022), non dà adito a dubbi, è constatazione, è conferma, è impegno: «vesti di luce il buio».

La parola ai versi

CLV

Che sia ciascuno persona di pace,
non in pace. Nelle vostre parole
luce che sa del buio e dell’orrore,
mantello di serena irrequietezza.

(da Nei giorni per versi, Arcipelago itaca 2019)

Del passaggio

Del passaggio non so,
tu affine anima mia,
meandri e pieghe e anse.

Lo slancio riconosco,
la luce tende braccia,
non si fa definire.

(da Opera incerta, L’arcolaio 2020)

Di luce che scolora

Di luce che scolora
che libera e cattura.

Lungo la strada s’apre
replica alla tristezza.

Lo stupore in agguato
la vince sull’affanno.

(da Insorte, Il Convivio 2022)

Trobairitz al pianto

Al pianto che martella
replica trobadora:
tu rivolta il berretto,
non distogliere sguardo,
canta e poi canta ancora.

È vuota la parola?
Te lo chiedi ogni giorno,
sopito e sulla strada,
ché si prosegue affianco,
messer lutto e scudiera.

Lunghi tratti in silenzio
e in sordina si accorda
la nota melodia
di pianto e menestrella:
vesti di luce il buio.

(da Insorte, Il Convivio 2022)

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna lingua e letteratura tedesca in un liceo statale. È nella redazione di “Periferie” e di “VivArte”. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler, di Hilde Domin, di Reiner Kunze, di Georg Trakl e i romanzi Johanna e Pigafetta di Felicitas Hoppe. Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marcapiano, Nuove nomenclature e altre poesie, Nei giorni per versi, Opera incerta, Insorte, Assolo dell’ortensia. Il volume Dal verso al libro raccoglie alcune sue note di lettura di poesia contemporanea. Contributi critici sulla sua poesia sono pubblicati nel volume Secolo donna 2025: Anna Maria Curci e il prodigio dell’esistenza.

2 pensieri su “La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista ad Anna Maria Curci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *