La luce nella stanza, di Luca Benassi. Intervista a Lucianna Argentino

Fare luce con la poesia – intervista a Lucianna Argentino

Per comprendere cosa sia la luce bisogna affrontare il buio, soprattutto quello che alberga nelle profondità oscure dell’essere umano, nelle sue paure, nelle contraddizioni. La luce può entrare in maniera “caritatevole” in questi abissi ed illuminare e donare consapevolezza. Per Lucianna Argentino è questa la funzione della poesia: portare luce, stupore e la gioia del dono e della gratitudine.

Nel pensiero greco la luce è principio generatore di vita e di conoscenza. Finché si vede la luce si vive. Si tratta di una luce non solo fisica, ma interiore ed emotiva che si contrappone al buio della morte, un buio che il Novecento ha spesso cantato ed esaltato. La poesia può (ancora) donare questa luce? Può (o deve) cantare la vita?

Sicuramente per come intendo io il fare poesia la risposta è sì ad entrambe le domande. La poesia per me è luce che tuttavia non dimentica le ombre e quindi quella parte di buio che è in ognuno di noi perché è lì che affonda le radici. Nel buio inteso anche come luogo inconoscibile e sconosciuto persino a noi stessi in cui palpita la radice profonda del nostro essere, della nostra verità. La poesia è in quelle profondità oscure e misteriose in cui scende per conoscerle, per cercare di diradare attraverso la sua luce, che in una poesia ho definito “caritatevole”, il mistero che avvolge il senso di ogni esistenza umana e la vita di tutto il creato, ma inevitabilmente porta con sé tracce di oscurità perché siamo creature in tensione tra la nostra natura finita e la nostra aspirazione all’infinito. E comunque è pur vero che se fosse tutto solo luce ne resteremmo abbagliati e ciechi. Mi viene in mente la meraviglia e lo stupore che proviamo davanti al cielo stellato visibile solo di notte. Mi viene in mente anche che quando vogliamo assaporare qualcosa più profondamente chiudiamo gli occhi, quindi privilegiamo l’ascolto con altri sensi, il gusto, il tatto o l’udito. Quest’ultimo in poesia è molto importante, direi è il più importante se consideriamo che la poesia può essere canto, ritmo, suono, per non parlare della tradizione orale della poesia. Tu giustamente chiami in causa i greci che intendevano il pensiero in termini di visione, ma io mi sento molto vicina alla tradizione ebraica la cui metafora guida è proprio l’ascolto. Quindi posso dire che la poesia può e deve (anche se non mi piace dire deve perché poi ogni poeta vive e fa poesia come meglio crede ed è) cantare la vita e la sua bellezza, essere materia che si fa luce, perché ne abbiamo bisogno e perché la vita stessa è per me un grande canto di gratitudine alla vita e al suo Creatore.

La luce è vita e il primo atto creativo di Dio nella Genesi è il fiat lux. Nel primo canto del Paradiso Dante parla della luce come sorgente, principio dell’essere che comprende tutte le cose, forma perfetta, bellezza suprema, metafora dello spirito, identificazione con Dio, armonia assoluta: la gloria di colui che tutto move/ Per l’universo penetra e risplende/ In una parte più e meno altrove. La poesia può (ancora) svegliare il senso del sacro che alberga al centro del cuore dell’essere umano, distogliendoci dalla narcosi e dall’abbrutimento?

Alcuni maestri del misticismo ebraico ritengono che la luce del primo giorno della creazione sia la luce provvidenziale che il Signore ha messo da parte per i giusti e aggiungono che bisogna essere gioiosi (almeno provarci) perché la gioia è una via per percepire la luce; quindi, anche a questa domanda rispondo sì. La poesia può sicuramente svegliare il senso del sacro proprio perché i poeti è lì che vanno (o dovrebbero andare) quando penetrano nelle profondità di loro stessi, dove l’io diventa noi, si universalizza, per questo il linguaggio poetico parla a ciascuno di noi e a ciascuno di noi può rivelare qualcosa di nuovo di noi stessi e del mondo che ci circonda. Attraverso la parola poetica è possibile penetrare oltre la cortina opaca della realtà e vederla nella pienezza del suo splendore e della sua e della nostra verità che non è certamente quella che ci fanno vedere i telegiornali e i diversi mass media, né quella che a volte sentiamo in noi, nelle nostre fragilità, nelle piccole e grandi cattiverie che ci facciamo gli uni agli altri. La nostra verità sta nell’amore, nella solidarietà, nella gioia e nella gratitudine, nell’essere gli uni agli altri dono. Credo, inoltre, che la poesia sia un esercizio di stupore che attinge alla sacralità che vive nel cuore dell’essere umano e che è radice di tutto il creato e ce la fa non solo sentire, ma toccare perché arriva in quei luoghi in cui siamo ancora bambini. Per questo, penso, la poesia a volte fa paura perché è un qualcosa che implica la partecipazione attiva del lettore e non tutti sono disposti a scendere nelle profondità di loro stessi anche per quel lavoro di scavo e di pulizia direi che si deve fare per raggiungerle e forse anche perché non siamo provvisti della luce necessaria per farlo, o meglio l’abbiamo, ma la teniamo sotto il moggio delle nostre paure. La poesia ci offre la possibilità di meravigliarci ancora e nonostante tutte le brutture e gli orrori del mondo, di recuperare lo sguardo innocente e puro che avevamo durante l’infanzia. Infine, la poesia per me è un’area di sosta che ci rinfranca dagli affanni e dalle preoccupazioni del quotidiano e quindi credo fermamente sia in grado di ridarci coraggio e speranza perché è di stimolo a posare uno sguardo nuovo su noi stessi e sugli altri, uno sguardo e un pensiero nuovi, più aderenti alla verità della nostra umanità.

Cos’è per te la luce?

La luce è un elemento fondamentale per me e nella mia poesia ricorre spesso (come ricorre anche il tema del silenzio) ed è un simbolo di purezza, verità, resurrezione e rinnovamento spirituale. La luce ci dona delle rivelazioni, delle epifanie che ci consentono di superare l’oscurità del quotidiano ed accedere, così, alla bellezza metafisica. È dunque una luce interiore che non crea ombre ma illumina l’essenza delle cose e come per un poeta che amo molto, Odissea Elitis che è stato definito il poeta della luce, è per me uno strumento poetico per eccellenza capace di trasformare il mondo sensibile in uno spazio spirituale e luminoso.

La parola ai versi

Mie apostole le parole apostola io pure
di uno stupore attento all’oscurità profeta di luce
nella pagina foce del mio talento ferito a vita.
Ed è voce ostinata al diverbio,
alla disputa con Dio mentre dal lato del dubbio prega
perché Egli distolga lo sguardo:
troppa luce è oscurità che rende ciechi
e ci priva della pietà.

***

Trema chi dell’abisso fa suo seme
e teme sia tenebra il raccolto,
ma poi la luce viene
a raggi o a perturbazioni
ed è una forma di limpida materia
l’amore che ne scaturisce
e sgrana le ore nell’opera del tempo
ma non è questo ad invecchiarci
è quanto tratteniamo
– tutto ciò che non lasciamo andare.

***

Disorientati da una luce di stella fallita
lasciamo sia l’oriente dei nostri sogni
a illuminare la notte del disincanto
quando con alti cigolii si chiudono i cancelli
sulle nostre sbagliate speranze
e il perdono è solo un nome
che nessuno sa più pronunciare.
Per questo dimoro nella prossimità del canto
dove lo spirito governa il legame tra luce e materia
e di me si nutre e mi riempie il piatto di amicizia.

***

Sente il silenzio salire dalle radici delle parole e percuoterle perché risuonino del sapore del pane e abbiano un corpo domestico nell’oscuro delle cose e dei cuori senza più attitudini così che possano diradare il mistero quando, nella luce caritatevole della pagina, vagliano tutte le prove sufficienti a suggerire che Dio possa essere un numero che batte il tempo al nostro respiro.

***

È tornato maggio coi suoi deserti asili
e gli impensati vuoti
abbracciati al silenzio dei cortili
quando non c’è altra musica
che lo sfrecciare alto delle rondini
il loro garrito che rammenda l’aria
lacerata dalla paura di chi tra quattro mura
sente che la vita è vita condensata
e come gli atomi perdendo energia
emette luce. E luce allora sia
e illumini ciò che ci fa umani
mostri che non è radice il male
ma lo recide l’essere amati e amare
– l’impegno quotidiano
di chi con le parole dalle cose
estrae splendore.

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