Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La sorgente

                          (Helen Frankenthaler)

«In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». [Gv 4,5-42]
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“Dio è in mezzo a noi sì o no?” si chiede Israele in mezzo al deserto, rimpiangendo i giorni in cui era schiavo, sì, ma aveva di che mangiare e bere (Es.17,3-7).

Perché questa domanda abbia un senso, si deve presupporre che l’uomo abbia i criteri di giudizio circa la presenza o meno di Dio. È una pretesa sempre presente nella storia umana. Sempre gli uomini hanno preteso di ingabbiare Dio in una immagine che rispondesse più ai bisogni del momento che ad una reale ricerca di senso.

Ogni cultura ha preteso di “possedere” Dio in esclusiva. Dalle culture antiche, al “Dio lo vuole” fino al “Got mit uns” del nazismo o all’ “In God we trust” degli Stati Uniti, fino allo sbandieramento di rosari o al “Dio, Patria, Famiglia”.

Sembra che la risposta di Dio debba essere adeguata alle esigenze attuali, pur provvisorie ed immediate, perché siamo in grado di riconoscerne la presenza.

Anche nel tempo incerto di questi giorni, Dio viene invocato perché ci liberi da quello che, a nostro avviso, è il male del momento. Si subordina, in sostanza, la presenza di Dio alla risoluzione di un problema contingente, seppure grave.

A questo atteggiamento si oppone ciò che l’evangelista fa dire a Gesù: “voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”.

«… poiché la salvezza viene dai Giudei, il Dio così conosciuto in un luogo può essere conosciuto altrove. E anche se lì non è conosciuto, ciò non impedisce nulla, poiché — dice un Giudeo — viene l’ora in cui si adorerà veramente, in Spirito e verità (v. 23). È piuttosto sorprendente, si converrà, poiché questo equivale a dire che né la conoscenza di Dio né la sua non-conoscenza possono identificarsi con il culto pieno, il quale richiede lo spirito [il soffio] e la verità, cioè una differenza ancora più grande, come un non-luogo che trascende i “luoghi” in cui Dio sarebbe conosciuto da alcuni o sconosciuto ad altri. In definitiva, e proprio perché la salvezza viene dai Giudei, Gesù qui si fa ascoltare da una “lontana”, la samaritana, che non è altro che dall’“altra parte” di una frontiera vicina. Da dove venga la salvezza non lo sapremo senza attraversare le frontiere. Ogni altro luogo può così diventare luogo della testimonianza da cui viene la salvezza.» (B. Van Meenen, cit. in Atelier Evangile, Trad. nostra)

In questo senso, l’acqua donata diviene sorgente in chi la riceve.

Non si tratta semplicemente di estinguere la sete: l’acqua donata e ricevuta diviene sorgente.

Gesù non parla più soltanto di acqua, ma parla di sorgente. Sarà lui che può condurre il desiderio alla sorgente? Di fronte a Gesù, il desiderio ha un cammino da fare, cammino che non è quello della sazietà immediata, ma quello della dilatazione del desiderio stesso. Non è più contenibile, il desiderio, né può fermarsi a contenere qualcosa.  Cresce il desiderio e dilaga fino ad investire tutti quelli che incontra: è sorgente straripante. E la sorgente non si contiene, né si recinta, pena l’imputridirsi dell’acqua. Lasciamo che zampilli, lasciamo che diventi “fontana vivace” (Par. XXXIII,12) nel mezzo della piazza e più la doneremo, più zampillerà. Non è nostra la sorgente, non ci appartiene. Così come non ci appartiene Cristo. Eppure, la sorgente sgorga nel profondo di ciò che siamo e, da qui, straripa e inonda. Siamo noi la sorgente che, attraverso di noi, irriga e disseta chi si trova sul nostro cammino. Noi, impensabili canali attraverso cui l’acqua arriva. Non ci sono più mediatori. Chi ha ricevuto quest’acqua diventa sorgente, a patto di non impossessarsene.

Altri daranno al Cristo altri nomi che non i nostri e la loro parola aprirà altri orizzonti. Chi dirà quale spazio si è aperto al desiderio della samaritana nell’accogliere questo altro nome come “salvatore”?

Il dialogo con Gesù apre spazi, non li racchiude in recinti etnici, culturali o religiosi.

Lascia zampillare la sorgente e un fiume ti porterà fino al mare, fino al grande abbraccio che accoglierà la storia.

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