Niente facili “promenades” con Rita!

di Kika Bohr

Conosco l’artista e fotografa Rita Vitali Rosati da una ventina d’anni. È nata a Milano ma vive a Fabriano e, a Milano dove abito io, ci viene raramente. Ci siamo incontrate la prima volta sul Gargano, a un simposio di pittura e abbiamo subito simpatizzato. La nostra amicizia è fatta da lunghi silenzi e brevi incontri che sono sempre delle sorprese. L’ultima volta che l’ho vista è alla presentazione di un suo libro dal titolo terribile: Ammmorte con tre “M”. Quando mi ha mandato l’invito subito l’ho chiamata al telefono molto spaventata. Lei mi ha un po’ rassicurata dicendomi che personalmente non voleva ammazzare nessuno ma che si trattava della pena di morte. Un libro fotografico.
Rita in tutti questi anni mi ha mandato alcune delle sue deliziose cartoline-foto-finte pubblicità. Mi sono poi procurata tre libri suoi, fotografici (Inventario, Ahi! e La passiflora non è una passeggiata en plein air). I due primi sono in b/n con interventi personali e a volte scritte sulle foto (come nelle cartoline), il terzo invece è a colori con poesie anche di altri autori ed è molto provocatorio e coraggioso, sul tema del decadimento fisico e della malattia.
Ma questo ultimo libro sulla condanna a morte?

Anch’esso molto provocatorio e molto coraggioso racconta per immagini sogni e incubi di qualcuno che aspetta di essere “giustiziato”. Ma come parlarne? Alla fine abbiamo deciso di fare una specie di intervista in cui Rita ci parla dei suoi lavori e che, vista la densità degli argomenti e la necessità di inserire delle immagini, dividerò in due parti.

Parte prima

Kika: – Il tuo ultimo libro è come un film (con la differenza che si può andare avanti e indietro sfogliando le fotografie!) mi vuoi raccontare la genesi del libro.
Rita Vitali Rosati: – A volte si è rincorsi e contemporaneamente si rincorre una idea, un flash: entrambi prendono forma come per effetto di una folgorazione (metafisica) che è l’incipit di ogni intuizione, il cui iter porta al progetto. La morte nel suo incedere tragico è un filo di Arianna che nell’inquietudine del suo finale, ha un suo fascino e pronunciarla con tre M, quando la lingua non è cancellabile (dunque nemmeno la memoria) dà luogo ad una appartenenza. A una storia vera come quella o quelle circoscritte alla pena di morte e al suo dramma. Mi sono lasciata corteggiare dalla curiosità di contattare qualche referente dell’Associazione Nessuno Tocchi Caino per avere il permesso per entrare nel luogo più nascosto, più privato, più kafkiano, quello del braccio della morte. E dallo scambio epistolare con il detenuto Terry Smith ha sempre preso più corpo quale certezza assumere tradotta nell’immaginario collettivo. Da questo complesso punto di partenza, seguendo l’iter di un montaggio ho trasformato i fotogrammi in protagonisti di una storia senza parole, senza suoni, senza movimento, se non quello delle pagine che scorrono mentre duettano con lo sguardo. In una congiunzione tra narrazione e il rimando a volte inquietante di ogni immagine soprattutto nel finale.In modo da permettere ai pochi lettori (sono solo 120 copie per pochissimi collezionisti ) di intuire una realtà atroce, crudele.


K: – Come sei arrivata alla fotografia (e anche al b/n)?
Rita: – Si può considerare il percorso di un artista come un viaggio, il cui preliminare è un esercizio alla visione caratterizzato da una serie di azioni, di step fondamentali che indicano fortemente la consapevolezza con cui operare e scegliere temi e modalità finalizzate del proprio lavoro. Già ai tempi della scuola, quella a indirizzo artistico e successivamente quella dell’Accademia, dei fervori, delle suggestioni e delle sperimentazioni, con un animo fortemente trasandato e quasi assente ho dedicato anni e le migliori intenzioni a cercare la mia patria interiore. Come scrive Gertrude Stein, ogni artista ” è interessato a vivere dentro sé stesso “, perché vuole conoscersi. Una patria idealizzata e perciò non reale, d’ispirazione romantica, che in una dimensione irreale esiste realmente. Nel trascorrere del tempo sono stati imprescindibili alcuni incontri,favorevoli a determinare svolte radicali, come quelle con Luigi Crocenzi, fotografo eclettico, colto, avvolto nella parentesi della provincia fermana, ma altrettanto proiettato a interpretare in una sintesi illuminante i codici espressivi del racconto fotografico. Erano gli anni dei bianconeri tratti da Conversazione in Sicilia romanzo di Elio Vittorini magistralmente riinventati, rincorsi, costruiti da Crocenzi che pure aveva frequentato il neorealismo di Rossellini e De Sica con acume e amore per la Storia e altrettante storie. Le stesse che ritroviamo negli scatti di Giacomelli, rigorosamente in b/n, salmodiati con accento poetico,insieme ad amici fotografi, personaggi e animatori del Centro per la Cultura nella Fotografia. Se è stata una attrazione
fatale, indispensabile alla folgorazione non esito a darne una risposta affermativa: ma non nasce come rapporto di dipendenza,
se mai è il risultato di una affinità temporanea, di un innamoramento che è un orientamento, quello che si produce nel
ricordare i grandi Maestri. Penso al Quadrato Nero di Malevic,punto zero della pittura, e germinazione della nuova fotografia.


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