di Luca Benassi
I poeti muoiono come tutti gli altri: di vecchiaia, di incidente o di una qualche malattia, breve o lunga come è accaduto al poeta romagnolo Matteo Fantuzzi (Castel San Pietro Terme, 23 giugno 1979 – Lugo di Romagna, 9 giugno 2026). Rispetto a tutti gli altri, passati i clamori della notizia e il dolore degli affetti più cari, affievolito il ricordo delle vicende umane, dei poeti però rimangono i versi che sfidano il tempo e il pungiglione della morte. Matteo non l’ho mai conosciuto di persona, nessuna lettura insieme, mai un’e-mail, solo l’amicizia su Facebook che significa tutto e niente se non si sceglie il contatto umano vero, ma si delega la possibilità dell’incontro all’imperscrutabile algoritmo del social network. Adesso che mi accingo a scrivere di lui, il non conoscerlo è un vantaggio che mi permette un ricordo scevro dall’emozione che ha colto i tantissimi poeti ed amici che ne hanno parlato in questi giorni.
Matteo Fantuzzi era iconico, di una statura umana e poetica notevole se non straordinaria. Era ed è iconico soprattutto per i poeti della mia generazione, quella nata negli anni Settanta che fra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila ha visto il fiorire di antologie e riviste e l’affermarsi di voci poetiche importanti. Originario di quella singolare fucina di giovani poeti che è il territorio romagnolo fra Bologna e Rimini, Matteo è stato un sodale del gruppo dei poeti di Atelier, anche se il suo nome è assente dalle due prime antologie della rivista curate da Giuliano Ladolfi Lavori di scavo e L’opera comune, entrambe del 1999. Anzi, a ben guardare, il nome di Matteo Fantuzzi è assente dalle principali antologie di inizio Duemila che sono state lo strumento di affermazione dei poeti di quella generazione, da I poeti di vent’anni (2000) a cura di Mario Santagostini, a Samiszdat (2005) curata da Giorgio Manacorda, fino ad arrivare alla discussa mondadoriana Nuovissima poesia italiana (2004) a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi. Del resto, Matteo Fantuzzi appartiene alla generazione di Atelier per un solo anno e il suo approdo alle antologie è più tardo: Jardines Secretos. Antologa de la joven poesa italiana (2009) e Poeti italiani del Duemila (2011).
Wikipedia definisce Matteo Fantuzzi “un poeta, curatore editoriale e farmacista italiano”, mettendo in luce la vocazione di scrittura e l’infaticabile lavoro editoriale e culturale. Matteo era coordinatore della redazione della già citata rivista Atelier, dirigeva la collana di poesia contemporanea delle edizioni Ladolfi ed era stato co-direttore delle sezioni Creative Writing e Anthologies della rivista “Mosaici” della St. Andrews University (Scozia), oltre a occuparsi di tanti giovani poeti, dandogli spazio anche attraverso la curatela di antologie come La linea del Sillaro (2006), La generazione entrante (2011) e, assieme a Isabella Leardini, Post ’900. Lirici e narrativi (2025). Fantuzzi era anche “farmacista italiano”, un padre di famiglia attento alla cura dei figli e alle responsabilità, segno di un’umanità vera e consapevole che caratterizzava il suo impegno civile, politico nel PD e giornalistico sulle pagine dell’Unità, un impegno lontano dalle immagini costruite ad arte e dall’interpretazione maldestra di un personaggio letterario e social.
Matteo era ed è soprattutto un poeta. Uno scrittore anomalo da punto vista editoriale, visto che al contrario di tanti autori contemporanei non soffriva di bulimia da visibilità, non andava all’arrembaggio di spazi, palcoscenici, vetrine e soprattutto pubblicazioni. Alla biografia sterminata preferiva la concentrazione e il lavoro serio, al coltivare le conoscenze e le consorterie preferiva il valore vero delle relazioni e della scrittura. Ha pubblicato due soli libri a distanza di anni: Kobarid (2008, Raffaelli), con cui vinse il Premio Camaiore Opera Prima nella sezione giovani, e La stazione di Bologna (2017, Feltrinelli), opera dedicata all’attentato terroristico del 2 agosto 1980 che costò la vita a 85 persone e il ferimento di oltre 200. Per Fantuzzi la poesia – come la vita e il lavoro del resto – non poteva in alcun modo essere distinta dall’impegno civile, da una scrittura che si avvicinasse alle persone attraverso l’impegno e il coraggio della narrazione e della denuncia. In barba alle definizioni che vogliono chiudere e a volte imbavagliare, Matteo Fantuzzi non era (solo) un poeta civile, era piuttosto un denunciatore seriale, un cantore antilirico, tagliente, spinoso e antibarocco delle disfatte dell’anima (la caporetto della fragilità umana e della vulnerabilità dell’anima nelle incrinature del quotidiano di Kobarid) e delle disfatte del vivere civile (le stragi politiche e i fallimenti della politica, della cultura e dello Stato di La stazione di Bolo). Un poeta dalla voce tonante e controllata, che non cede nulla al canto e al lirismo, ma che mantiene una freschezza tersa e a tratti musicale ad ogni nuova lettura. Matteo ha lasciato una poesia che rimarrà e saprà raccontare di noi alle generazioni che verranno.
Precariato
E non sai più cosa aspettarti
da questo borgo in mezzo alle montagne
dove la gente invecchia e non fa figli,
che si spopola. E tu che sei il becchino del paese
come tuo padre e il padre di tuo padre
(e che non vuoi, non puoi)
ti domandi come sarebbe meglio: che crepassero
in un solo colpo tutti per chiudere bottega,
oppure un po’ alla volta, goccia a goccia, per vivere di stenti,
ma nel contempo andare avanti, per resistere.
E sopravvivi in questa prospettiva di precario,
di chi lavora a termine, si attacca al calendario,
e quando senti un’ambulanza tremi e esulti assieme,
perché è così: oggi si mangia,
ma nel contempo non hai più un cliente,
è un nuovo scatto
che procede e porta al baratro, ti annienta.
(da Kobarid, Raffaelli, 2008)

