di Ivano Mugnaini
L’obbedienza dell’acqua, Francesca Piovesan, Puntoacapo, 2025
Nel panorama poetico contemporaneo, dove spesso prevale l’urlo o il sussurro compiaciuto, la raccolta L’obbedienza dell’acqua (Puntoacapo Editrice, collana «Intersezioni» n. 151) di Francesca Piovesan si distingue per una ricerca che non teme il silenzio né la metafisica.
Con prefazione di Claudio Damiani — che opportunamente richiama il logos giovanneo e la vertigine del «In principio era il Verbo» — il libro si articola in quattro sezioni che scandiscono un percorso dall’attesa della parola alla sua incarnazione, fino all’incontro con la natura e infine con il gelo della morte.
La Piovesan non scrive sulla parola: la fa emergere come necessità ontologica. Nella lirica X (sezione La vita nella parola) leggiamo con disarmante nitidezza: «La vita deve trovare/ la sua parola perché senza è il nulla. / Esistiamo nel dire prima ancora/ che nel fluire/ del fiume sotterraneo del fato». Qui la parola non è ornamento, ma condizione dell’essere stesso — eco lontana di Montale ma con una concretezza che ricorda la migliore tradizione di Sereni, dove il dire è sempre radicato nella materia del mondo.
La ricerca si fa corpo nella lirica XXXIV: «Le parole hanno un corpo/ nel suono di tutto ciò che esiste. / Fibre sottili di pensieri camminano nel buio/ a volte scalze a volte troppo vestite/ trascinando segreti». È forse il cuore pulsante della raccolta: la parola come entità viva, fragile eppure capace di fendere il vuoto. Non siamo lontani dalla sensibilità di Luzi, per il quale il linguaggio è sempre attraversamento verso un oltre, ma la Piovesan aggiunge una dimensione tattile, quasi carnale — le parole «scalze» o «vestite» camminano accanto a noi come presenze quotidiane.
Nella sezione Le parole di Natura, la poesia XXXVI trasforma il paesaggio in dialogo: «Aggrappate al cielo di rami nodosi/ – luminose a tratti – /le cime parlano voci cangianti. / Il bosco respira/ un’onda verde di resina e vento/ s’infrange e dissolve/ – abbraccio di foglie –». Qui la natura non è sfondo decorativo ma soggetto parlante, in un dialogo che ricorda la migliore poesia di Zanzotto, dove il creato si fa linguaggio prima ancora dell’uomo.
Ma è nella quarta sezione, Le parole del freddo, che la raccolta tocca il suo vertice drammatico. La poesia XLVI affronta la morte senza retorica: «La verità della morte/ sul volto annientato/ dai segni di una vita illusa. / Dilaga la luce sull’antica/ bellezza e trattiene il respiro. / Maschera superstite brandelli di nulla/ futuro forzato». La crudezza dell’immagine — «maschera superstite» — evoca la lucidità spietata di certe pagine di Caproni, dove la bellezza e il dolore si fondono in un’unica sostanza.
Francesca Piovesan, insegnante e poetessa veneziana trapiantata a Pordenone, costruisce in queste settanta pagine un percorso improntato alla coerenza: non cerca risposte definitive, ma abita il dubbio con dignità.
La sua poesia non consola né dispera; semplicemente esiste, come esiste l’acqua che obbedisce alla gravità — non per sottomissione, ma per fedeltà a una legge profonda.
E come nella lirica XXX, dove il mattino appare «un bagliore / oltre lo spazio(chiuso) / di occhi addormentati», anche noi lettori siamo invitati a guardare oltre la chiusura, verso quel bagliore che, tra le fronde e le crepe del silenzio, continua a moltiplicarsi nell’attesa.

