Il dolce giogo
(Llevelyn Lloyd)
«In quel tempo, Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”» [Mt 11,25-30]
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Il giogo è strumento di unità. Serve a fare di due buoi un’unica forza trainante. Senza il giogo avremmo due individualità indipendenti l’una dall’altra, ognuna con potenzialità proprie, ma inefficaci. Il giogo è strumento di relazione che permette di superare l’individualità e di costituire un’unità da differenze.
Il “giogo” della Sapienza (Sir 51,26) si propone come libertà di chi la sceglie e come autenticità possibile. Non può essere pesante questo giogo. Al contrario, esso è dolce, dal peso piacevole, leggero anche per i più deboli. Non si richiede forza straordinaria, solo accettazione della sua capacità legante. È il giogo che permette la relazione.
Era questa la funzione della Torah. Strumento di alleanza. Preziosità della relazione fra IHWH e il suo popolo. Relazione che si instaura durante un cammino di liberazione. Libertà, dunque, e non schiavitù, rappresenta il “giogo” della Legge.
Non si tratta di regole da rispettare (una, dieci o seicento) ma di concretezza di relazione. E ogni relazione è accoglienza dell’altro, è lasciare che l’altro entri nella mia realtà e la dilati, vincendo ogni tentazione di autosufficienza.
Solo chi sa fare spazio può accogliere. Non accoglie chi è pieno di sé e delle proprie convinzioni. Non c’è spazio per l’altro.
Questo è il “sapiente”, a cui “vengono tenute nascoste queste cose”. Colui che si ritiene consapevole di sé e della realtà che lo circonda. Sa come vanno le cose, sa come gestire il suo rapporto con gli altri e con Dio. Non ha spazio per altro. Non conoscerà mai altro se non la propria “sapienza”.
Anche l’ “intelligente” è escluso da questa conoscenza. Intelligente è colui che sa leggere, che coglie e interpreta i nessi fra le varie componenti della realtà. Chi è convinto della propria capacità di lettura del reale non si lascerà mai interrogare da esso; non cercherà mai il confronto ma solo conferme alla propria capacità interpretativa.
Costoro continueranno a restare all’oscuro, paghi solo di se stessi e del proprio sistema di riferimento. E questo non vale solo per farisei e scribi, vale per tutti coloro che hanno fatto della libertà del Vangelo un “giogo” pesante e difficile da portare, fatto di regole e di norme che, invece di permettere relazioni, le coartano e le incanalano; invece di liberare il desiderio, lo spengono (1Ts 5,19).
Il “mistero” è “ri-velato” ai piccoli, a chi sa fare spazio perché di spazio ne ha tanto, essendo povero e mancante. I “piccoli” sanno desiderare perché consapevoli della propria piccolezza.
Per costoro il “giogo” è dolce e leggero perché capaci di accoglienza, capaci, cioè, di lasciare spazio all’intervento, creatore e rinnovatore, dell’altro.
Non conoscerà mai il “mistero” del Padre chi non si mette alla scuola del Figlio, chi non permette che la conoscenza passi attraverso la mitezza del cuore e l’umiltà. “Beati i miti e i puri di cuore” perché ad essi è affidata la terra e perché saranno loro a “vedere Dio” (Mt 5,5.8).
Così, i sapienti e gli intelligenti saranno davvero tali quando sapranno cogliere i nessi di misericordia che restituiscono la realtà alla propria autentica complessità.
Sono questi nessi, come fiori che rompono la roccia, che si costituiscono come i passaggi necessari, i “transiti” (M. de Certeau, Debolezza del credere), fra le articolate confessioni di fede. Chi si considera graniticamente integro e considera come propria la missione di conservare tale integrità non ammetterà mai alcun transito, alcun passaggio, quindi alcuna intromissione di ciò che non sia riconducibile al proprio sistema. L’altro deve “assimilarsi”, cioè smettere di essere altro. Il giogo diventa pesante e insopportabile; invece di mettere in relazione, separa e rende difficile, se non totalmente esclusa, ogni possibilità di irruzione dell’altro, a meno che questi non smetta di essere ciò che è.
I “piccoli” sono i “nèpioi”, gli infanti, quelli che non hanno parola, capaci, quindi, di assumere la parola dell’altro e di viverla e di abitarla, lasciandosi vivere ed abitare da essa.
Questo giogo è dolce. Questo giogo è leggero. Non mortifica ma esalta, in ognuno, la propria umanità.

