Cominciò a rivelare
(“Prigione” di Michelangelo)
“In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni»”. [Mt 16,21-27]
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Ci sono cose che non si “spiegano”. Si “mostrano” e basta. Possiamo spiegare solo ciò che è in nostro possesso completo. Possiamo spiegare ciò che è misurabile, i cui confini sono noti e chiari, ciò di cui conosciamo origine, consistenza e finalità. Non si “spiega” l’amore. L’amore si “mostra”. L’amore si “rivela”.
“Deiknùein” è il “mostrare” dei profeti, dei veggenti, di coloro che rivelano qualcosa che, ai più, è nascosto. È questo il verbo usato da Matteo, tradotto con “spiegare”.
Gesù cominciò a mostrare quello che neanche i discepoli avevano capito. Si tratta di una evidenza chiara per chi ha acquisito per sé la stessa logica di Gesù; assolutamente da rifiutare per chi giudica ancora la realtà con la logica del possesso e della misura. Lo stesso Pietro (su cui era stata appena fondata la Chiesa) è “satana”, “colui che divide”, è “scandalo”. colui che impedisce di procedere, che intralcia: “tu non pensi secondo Dio”.
Che cosa “pensa” Dio della mia vita? Pensa quello che Gesù ha appena mostrato? È questo il bene per me? Sofferenza, riprovazione, promessa di una resurrezione? Devo accettare tutto con pazienza e rassegnazione perché poi avrò un premio?
È altra cosa il “pensare” di Dio sulla mia vita dalla mia realizzazione piena?
Forse, il problema è proprio qui. Che cosa mi realizza pienamente? Il possesso mi appaga. Mi identifico con i miei possessi: case, cose, persone, affetti. Mi ritrovo in ciò che è mio. Sembra che solo possedendo, io possa realizzare ciò che sono. Qui, Gesù mi sta mostrando un modo diverso di intendere la realtà. Non è ciò che posseggo che mi qualifica, neanche la vita che dico “mia”. Ciò che mi qualifica è la relazione che vivo e in cui abita l’intera esistenza. Relazione con le persone, con le cose, con me stesso.
Solo spossessandomi di ciò che ho, trovo ciò che fa di me “me stesso”: non basta dire “Tu sei il Cristo”.
Fino a quando continuerò a stare attento solo a ciò che posseggo e a ciò che perdo, sarò compreso da una logica economica che avrà come prima vittima me stesso. “Che vantaggio avrà chi guadagnerà il mondo intero ma perderà la vita?” Avrà solo potere per il potere. Potere che perpetuerà se stesso, prigioniero di se stesso. Potere vissuto con la costante e invalidante paura di perderlo. Paura che paralizza, che ci irrigidisce come in un rigor mortis, mentre il cuore batte ancora.
E se provassimo a rovesciare il tutto? Se solo perdendo, si trovasse? Sarebbe la fine della schiavitù, il cuore sarebbe trabocchevole di libertà, Io sarei davvero me stesso. E anche tutta la realtà, che mi comprende, sarebbe davvero sé stessa; non come io vorrei che fosse, ma come è, per quello che è e che io non conosco.
Forse è questo quello che “pensa” Dio di me?

… e io sono sempre più confusa!!! ?
Stai serena: è dal kaos che nascono cose nuove
??
Era un cuore!