
Il linguaggio dei muri
Non muore
il linguaggio dei muri
messaggi a distanza
di graffiti dispersi
tra coltelli e martelli
fori di luce e sangue straziato
nel ricordo degli anni
passati a tracciare i confini
tra i giorni di piombo
e le parole di vetro
resta l’ombra di noi
e un altro paesaggio gira e passa*
vuoto che pesa
pianto sprecato
fame che non muore
a Filippo R.
*verso di Vittorio Sereni da “Ancora sulla strada di Zenna”
*
Strisce
Il confine del corpo
è il filo spinato della paura
da qui si deve cominciare
tra le pagine bianche brunite
dalle ferite fioriscono cicatrici
solchi di giorni magri
cenere e chiodi da attraversare
ancòra terra da masticare
nell’ombra che ci segue
è il presagio della notte
a passeggio sulle schegge
di lingue sconosciute
di naufraghi smarriti
senza le chiavi d’una casa
in un ventre di balena
buio dove affonda
la lama del presente
strisce di fuoco sulla pelle
sono zattere di silenzio
attimi dove non siamo mai stati.*
Miracolo della vita
è la percezione di sé
di colpo ri?esso
nella vetrina d’un bar la mattina
un brivido striscia lungo la schiena
e un sorriso stupìto spunta sul viso
perché tu ti sei visto e sentito
a te stesso sorpreso
nell’istante presente ora svanito
oltre il ?usso arrogante del tempo
anche se, lo sai bene, non servirà a niente.
*verso di Mark Strand da “Mappe nere”26
*
Ma a che serve ricordare?
La questione è sapere
esattamente cosa fare, adesso.
Così troviamo il tempo
per attraversare la strada
e comprare un mazzo di rose,
per la lampadina da cambiare
la lettera da spedire
la spazzatura da gettare.
Come vedi c’è sempre
qualcos’altro da fare
perché niente che ci rassomiglia
va lasciato andare.
*
L’impostura del presente
Escono dalla loro tana
neuroni affamati
nel frastuono che scuote
le stanze del presente
impazienti affannati
stringendosi attorno
al miele del Nulla
poveri contro poveri
sul greto dei sassi verdi di muffa
strisciano sbavano urlano
vele nere senza ritorno
s’apre una crepa madre d’abisso
distratta ragione rito rancore
rosario padrone che morde
baleno d’abbaglio senza figura
promessa profana pura impostura.
*
Cerca un punto fermo
spillo che ti tenga
appeso ad una carta
dai confini certi e chiari
colori sempre uguali
ma inutile è lo sforzo
si alza la marea
s’incurva l’orizzonte
sparisce quel sentiero
sgretolandosi il profilo
del mondo conosciuto
ritorna pietra, selva e canto
un nuovo grido scheggia
la certezza di quel muro
si sposta la linea dello sguardo
un metro più in là.
*
Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori
Italo Calvino
Se attraversiamo la vita alla ricerca di sicurezze che ci consolino e ci garantiscano la nostra “appartenenza” come singolare e unica, saremo sempre più fragili di fronte al mutare del mondo e del tempo.
Siamo vivi e siamo ricchi se sappiamo cogliere nell’Altro la parte sempre mancante di noi stessi.
I versi e i colori di Albertina e Stefano disegnano un percorso possibile, concreto, ispirato, di questa ricerca attraverso la creazione di un loro vocabolario. Prima di tutto, la Parola, come in alfabeto muto dove alla ricerca della trasparenza di significato si oppone l’incertezza, l’imperfezione, l’attesa che giunge al termine della raccolta in modo inequivocabile: La chiave è nella Parola. Perché la parola rappresenta la forza di opporsi ai muri, il disperato desiderio di conoscere, la volontà di essere con gli altri.
E poi il Tempo, che è plastico, vario, contradditorio. Il tempo si raggruma, fa rumore, è misura e al tempo stesso è altro, fino a porsi al centro della nostra soggettività con la domanda finale sono io il mio tempo? che si confronta con le speculazioni della fisica contemporanea che ha spezzato il concetto di un tempo unico e misurabile.
I Bambini sono gli unici soggetti umani che vivono questi versi, perché conoscono il vero, sono magri di rugiada, sono forse loro cui è dedicato il pensiero dell’essere come le nuvole, con la libertà di pensare di poter cambiare tutto: forma, luce, colore.
Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola. Così recitano alcuni versi di Kahlil Gibran, che si pone di fronte al mondo con gli stessi occhi innocenti e aperti di un bambino, che non pensa a barriere, confini, muri, ma che desidera invece appagare la propria curiosità attraverso la conoscenza del nuovo, del non conosciuto, del diverso.
Il colore è nei vividi versi di Stefano e si esalta nel caleidoscopio delle illustrazioni di Albertina. Simbolica è la rappresentazione della finestra dentro la quale siamo prigionieri dei confini ma che oltre vede una pioggia di colori che ci congiunge con un’altra parte di noi.
Le variazioni cromatiche scelte per rendere concrete le parole rappresentano un controcanto simbiotico nel descrivere le emozioni, il sogno, il dolore, la speranza, fino al vasto orizzonte verde che chiude la raccolta.
Ci piace pensare che il sentiero di Stefano e Albertina ci porti in quel luogo dove non esistono più barriere, muri, rifiuti, ma libertà e mare aperto dell’anima.
Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera
Giorgio Caproni
Vittorio Bo
Stefano VITALE Poesie
Albertina BOLLATI Illustrazioni
Incerto confine
disegnodiverso (2019)
Introduzione di Vittorio Bo
