
Breve viaggio notturno
Secondo la leggenda africana, l’anima dell’addormentato va sulla luna.
Mia madre non sa che di notte,
quando lei guarda il mio corpo addormentato
E sorride felice sentendomi al suo fianco,
la mia anima esce da me, se ne va a viaggiare
guidata da elefanti biancorossi,
e tutta la terra resta abbandonata,
e ormai non appartengo alla prigione del mondo,
perché arrivo fino alla luna, scendo
sui suoi verdi fiumi e nei suoi boschi d’oro,
e pascolo greggi di teneri elefanti,
e cavalco i docili Leopardi della luna,
e mi diverto nel teatro degli astri
contemplando Giove che danza, Ileo che ride.
E mia madre non sa che il giorno dopo,
quando mi tocca sulla spalla e mi chiama dolcemente,
io non vengo dal sonno: sono tornato
pochi istanti prima, dopo essere stato
il più felice dei bambini, ed il viaggiatore
che lentamente entra ed esce dal cielo,
quando la madre chiama e l’anima obbedisce.
C’è poco da aggiungere a questa poesia, che esprime splendidamente il viaggio simbolico compiuto ogni notte grazie ai nostri sogni. Jung li riteneva la via maestra per l’inconscio, e ne ha rivelato, più di Freud, la straordinaria e inesauribile ricchezza. È tale ricchezza che Gastón Baquero riesce a rendere con immagini in grado di portarci in un’altra dimensione, dove si incontrano elefanti biancorossi, boschi d’oro, si cavalcano docili leopardi e ci si può divertire nel teatro degli astri.
Tutto parte da un asserto: “Mia madre non sa”. La madre, qui, rappresenta la vita diurna, le abitudini razionali e ragionevoli, che non suppongono l’esistenza di una realtà ulteriore, il vero supporto per la loro consistenza. Poesie come queste ci mettono di fronte alla scelta di calarci nel profondo, di aprire la porta a risorse spesso abbandonate nel deposito delle nostre amnesie. Chiunque voglia accedere a una vita spirituale non può ignorare questi strati nascosti, in cui si annidano le energie migliori e dove molti nodi posso essere sciolti.
“Ormai non appartengo più alla prigione del mondo”: è chiaro il riferimento alle abitudini di cui si parlava, luogo di reclusione se non attingono al tesoro sepolto. Sono quanto mai efficaci le metafore di Gesù, che parla del tesoro nascosto nel campo e della perla preziosa trovata dal mercante: scoperte apparentemente casuali, ma testimoni di uno sguardo attento a ciò che giace sotto la superficie delle cose note.
“Arrivo fino alla luna”. L’epigrafe preposta ai versi ricorda la leggenda africana secondo la quale “l’anima dell’addormentato va sulla luna”. L’inconscio, in materie come queste, è infallibile, e ha la forza di entrare nell’immaginario collettivo. È la luna dei poeti che, nel “sonno della ragione”, è capace di ispirare canti altissimi, come quelli di Giacomo Leopardi.
“Dopo essere stato / il più felice dei bambini”: la felicità tocca “il viaggiatore / che lentamente entra ed esce dal cielo”, secondo un ritmo corrispondente a quello della vita, che non può fare a meno di alcuna delle sue dimensioni.

Bella questa interpretazione della madre come “guardiano” della vita diurna e del pensiero razionale.
La poesia è incantevole, sembra di sentire la voce del bambino che sogna, e di percepire l’ala leggera che la fa volare.
Bellissima questa poesia, di un autore poco noto credo, che apre la porta dei sogni