La lingua
Come quel nonno mai incontrato
vedrai che morrò soffocato
da un nòcciolo di pesca
E tu soffocherai sulle mie labbra
lingua che parli la ferita
tragica e perversa,
romantica e vitale,
molto più grande
del mio corpo incapace di migrare
dove l’aria è della migliore
sfumatura verderame,
la foglia sta sul ramo
ignorando che muore
ad ogni increspatura
di vento e di natura,
l’usignolo è tutto
un prodigioso elevarsi
ai vertici del canto
e quel po’ di sforzo umano
allo specchio necessario
È il desiderio di un vecchio
*
Nel vento
Certe giornate così chiare
non è difficile annusare
nel vento l’Adriatico
col suo fondo selvatico
d’erba e fango mescolati alle alghe
Il Tirreno più di rado
giù dal Cimone incanalato
per le valli lunghe e strette
il cui profumo aspro
porta il pino, le resine, il metallo
assieme all’odore del cinghiale
al rimbombo buio del suo passo
passaggio implacabile di blu
la riga in lontananza del mare
fra scogli e viti magre,
una foresta di canne
e le orme di mandrie brade
come dipinte sul crinale
quando la luce più morbida accoglie
vene di notte incipiente, di viole
Io resto qui
fermo al mio distributore
a respirare salsedine
in tutta una polvere di pioppi
e di ombre campagnole,
a scavare anche oggi le mie tane
Queste implacabili memorie
*
Per voci sole
per Claudio Lolli, la sua voce
Le tracce i ricordi dei morti
nel cuore dei nostri corpi
sono rare, sparute
suggestioni di voci
In particolare mi ricordo oggi
il timbro di Claudio Lolli
mentre mi canta
senza chitarra perché
si è dimenticato il capotasto
che il mio mondo è un simulacro
perfettamente falso
e che io di qui gli parlo
dei fantasmi che siamo
Il tuo il suo il mio
questo nostro aldilà
piuttosto sgangherato
nell’aula troppo piccola
chiazzata di bianco
sulla parete a fianco
e ad altezza di sguardo
i ragazzi della classe
tutti al momento impegnati
in qualche altra parte del mondo
ma quanto devoti, presi, innamorati
E anche senza giocarcela a carte
a me sembra di farti
abbastanza compagnia
la tua voce rifusa nella mia
a sciogliersi insieme in un
bicchiere di buon bourbon
o di singolo malto
e chi può dire che il canto
delle sirene altro non sia
che questo sorso prolungato
di bocca in bocca
nonostante il terribile caldo?
Re di un eterno intervallo
io e te
ultimi in coda fuori dal bagno
lo sguardo d’improvviso cieco
il precipizio nel fiato
*
Alberto Bertoni, L’isola dei topi
Collezione di poesia, n. 485 – Einaudi, 2021
140 pp. – 12 euro
(Scelta dei testi: Giovanna Menegùs)

‘Lingua che parli la ferita’ ecco cos’è la poesia.
Bella l’immagine ‘perentoria’ che chiude “Nel vento” – “Io resto qui// a scavare anche oggi le mie tane”.
La terza poesia è prova tangibile della vocazione della poesia a mettersi, ogni volta che può, in comunione di voce con l’altro, con le ferite altrui, con persone concrete la cui vita ci ha sfiorato. La dediac in poesia è pressoché ineludibile.
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