Straordinaria mobilitazione dell’Europa per accogliere i profughi ucraini, che sono più di 4 milioni da quando è iniziata l’invasione russa. La Commissione europea ha presentato un piano per loro. La Repubblica titola: “La svolta solidale dell’Europa: ‘Mille euro per ogni profugo e mezzi gratis per spostarsi'”. L’Italia non è da meno, sono arrivati 74 mila profughi ucraini e c’è un piano per aiutarli: 30 euro al giorno, più contributi ai centri d’accoglienza. I rifugiati non sono più un problema, si potrebbe pensare, è così semplice, basta predisporre l’accoglienza. Si potrebbe pensare a una vera svolta dell’Italia e dell’Europa e, perché no?, degli Stati Uniti. Senonché le notizie dicono anche che: africani residenti in Ucraina al momento dell’invasione non hanno lo stesso trattamento da parte di autorità di frontiera, di politici italiani, di persone che avevano dato disponibilità ad accogliere. “Che differenza c’è tra un ragazzo ucraino e un ragazzo nigeriano che vive in Ucraina? Sono entrambi esseri umani in fuga dalla stessa guerra”. (vedi qui) Questo razzismo nell’accoglienza lo aveva denunciato lo storico Ilan Pappé nei primi giorni del conflitto: “La visione di media e classi dirigenti in Occidente è segnata da etnocentrismo e razzismo”. Adesso lo dichiara apertamente Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia: “Il problema non sono gli ucraini, sono gli altri migranti che arrivano dall’Africa e soprattutto dalle rotte balcaniche”.
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Ucraina, italiana si offre di ospitare due giovani ma poi scopre che sono africani e rifiuta: «Profughi sì, neri no»
Michael e Meshack, due ventenni nigeriani, vivevano e studiavano a Kiev quando la guerra è iniziata. Come tanti, anche loro sono stati costretti a fuggire dalla capitale ucraina, trovando rifugio in Italia. I due ragazzi, tuttavia, non potevano immaginare la disavventura che li avrebbe accolti al loro arrivo a Palermo. La donna che si era offerta di ospitarli, infatti, una volta venuta a conoscenza del colore della pelle di Michael e Meshack, si è rifiutata di accoglierli in casa propria dicendo: «Due profughi bianchi andavano bene, ma neri no».
A raccontare questa brutta storia di discriminazione è Suor Anna Alonzo, che a Casteldaccia (in provincia di Palermo) gestisce la “Casa della Regina di Pace”, dove negli anni ha accolto numerose ragazze nigeriane salvate dalla schiavitù della prostituzione. Al Corriere della Sera ha dichiarato: «Quando sono arrivati, dopo cinque giorni di viaggio, utilizzando autobus, spesso camminando a piedi, erano esausti. Sono crollati sulla sedia e hanno dormito per ore». Poi la brutta sorpresa, quando la signora che aveva promesso di offrire un tetto ai ragazzi si è tirata indietro: «Mi ha detto che non voleva ospitare due africani».
La storia di Michael e Meshack
Michael e Meshack, che erano già scappati una volta dalla guerra nel loro paese d’origine, a Kiev frequentavano l’università. Uno studiava economia, l’altro medicina. L’obiettivo di Suor Anna è di trovare loro una sistemazione e fare in modo che possano riprendere gli studi: «Frequentavano il secondo anno quando è iniziata l’invasione russa, la loro casa è stata colpita dalle bombe e loro sono stati costretti a fuggire». I due ragazzi sono giunti in Sicilia con un altro giovane africano, che si è ricongiunto alla sua famiglia a Trapani. La religiosa ha concluso: «Speriamo che qualcuno li aiuti. È lo spettro del razzismo. Che differenza c’è tra un ragazzo ucraino e un ragazzo nigeriano che vive in Ucraina? Sono entrambi esseri umani in fuga dalla stessa guerra». (da qui)
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“Sulla frontiera polacca prima gli ucraini, poi gli africani”. La discriminazione tra chi fugge dalla guerra
di Silvia Renda
“Sembra ci sia una gerarchia: prima gli ucraini, poi gli indiani e gli africani per ultimi”. La sintesi è a opera di una ragazza nera, che appare in un filmato pubblicato dal Guardian. Il video contiene una serie di testimonianze che arrivano dai confini dell’Ucraina, dove le persone stanno provando a fuggire. Qui la violenza è rivolta a cittadini africani, asiatici e caraibici, molti dei quali studiano in Ucraina, e sono adesso in fuga dal paese. Gli addetti alla sicurezza li respingono dai treni e dai bus, sono costretti a rimanere senza assistenza tra le temperature gelide del giorno e della notte, dopo un viaggio durato anche giorni. Discriminati per il colore della pelle, non viene permesso loro di mettersi al sicuro nella vicina Polonia. La questione è stata condannata dall’ambasciatore del Sudafrica in Ucraina, dal presidente nigeriano e dalla stessa Unione Europea. Il premier polacco Mateusz Morawiecki ha provato a respingere le accuse: “La Polonia aiuta tutte le persone che fuggono dalla guerra, tutti i profughi di guerra, indipendentemente dal loro Paese di provenienza”.
I filmati – che in queste ore viaggiano sui social sotto l’hashtag #AfricansinUkraine – raccontano altro. Così come le testimonianze dirette raccolte dai giornali. Samuel George, uno studente di ingegneria informatica nigeriano di 22 anni, ha guidato da Kiev, insieme a quattro dei suoi amici, come lui studenti della Nigeria e del Sud Africa, fino al confine con la Polonia. Al Guardian ha raccontato che le file di auto piene di persone si estendevano per 50 chilometri fino al confine. Eppure, quando alcuni uomini in coda hanno notato che lui e i suoi amici erano africani, hanno fermato il loro veicolo. “Ci hanno detto che non potevamo andare avanti e che non ci avrebbero permesso di unirci alla coda”, ha detto George. Il ragazzo racconta che gli uomini hanno cominciato a essere violenti e hanno infine chiesto 500 dollari per permettere il passaggio: “Abbiamo implorato e negoziato per pagarne 100, alla fine abbiamo dovuto lasciare la macchina e partire: cinque ore di cammino fino al confine con la Polonia. Uno di noi era malato. La temperatura era gelida, è stata molto dura”. Non era ancora finita. Al confine, dice George, i funzionari ucraini hanno manifestato atteggiamenti razzisti. Alcuni di loro non sono riusciti ad andare avanti.
Emily, una studentessa di medicina di 24 anni del Kenya, ha passato ore ad attendere che le guardie di frontiera ucraine la lasciassero entrare in Polonia. Davano la priorità ai cittadini ucraini: “Abbiamo dovuto aspettare cinque ore, ma siamo stati fortunati: alcune persone avevano passato giorni ad aspettare in coda”. Dopo essere entrata in Polonia, è salita a bordo di un autobus, gestito da una Ong. Li ha condotti in un hotel vicino a Varsavia che offriva vitto gratuito ai rifugiati ucraini, ma l’hotel si è rifiutato di accogliere lei e le sue amiche keniote dopo averne esaminato i documenti. Emily si è offerta anche di pagare per una stanza, ma non c’è stato niente da fare.
Non è andata meglio alla sorella adottiva di Bijan Hosseini, giornalista della Cnn. Lei è nata in Sierra Leone e “le sue origini hanno giocato un ruolo significativo nel prolungare il suo viaggio”. Era a Kiev quando è scoppiata la guerra, insieme a chi si trovava con lei hanno deciso di scappare. Dopo una lungo viaggio che le ha portate anche a camminare per 10 ore al gelo, quando sono arrivate al confine non è stato loro permesso di entrare. Erano state formate due file, una per i bianchi, l’altra per tutti gli altri. Solo gli ucraini venivano lasciati passare oltre il confine. Migliaia di persone sono state costrette a dormire fuori al freddo. “La mattina dopo mia sorella è svenuta. Era esausta”, racconta su Twitter Hosseini, “Un’ambulanza l’ha prelevata al confine e l’ha portata a 4 miglia a est. Le sono stati somministrati liquidi e finalmente si è riposata. Dopo aver lasciato l’ospedale, sono tornati a Leopoli, con la speranza di ottenere un biglietto dell’autobus. Una volta che l’autobus è finalmente arrivato al confine 24 ore dopo (lo stesso confine in cui si trovava due giorni prima) qualcuno ha annunciato che tutti i neri dovevano scendere. Mia sorella e le sue amiche, coraggiosamente, si sono rifiutate di scendere”. Dopo essere rimaste seduti al confine per cinque ore, è stato finalmente permesso loro di andare avanti, dopo un viaggio di 4 giorni e mezzo: “Mia sorella è fortunata. È al sicuro, in un hotel dove ha finalmente potuto fare la doccia e dormire in un letto. Ci sono ancora migliaia di persone nei suoi panni intrappolate dall’altra parte”.
Charles Michel, in un punto stampa in Polonia con il premier polacco, Mateusz Morawiecki, ha chiarito che l’accoglienza dell’Unione europea non deve fare discriminazioni: “Nelle scorse ore abbiamo letto queste notizie ed è molto importante chiarire che i valori dell’Ue è zero discriminazione. Ci stiamo assicurando che ci siano passaggi sicuri per tutte le persone che vogliano attraversare i confini”. Tra i primi a condannare gli episodi al confine era stato anche il governo nigeriano. “Tutti coloro che fuggono da una situazione di conflitto hanno lo stesso diritto a un passaggio sicuro secondo la Convenzione delle Nazioni Unite e il colore del loro passaporto o della loro pelle non dovrebbe fare differenza“, ha dichiarato il presidente Muhammadu Buhari, “Video e testimonianze, dimostrano che alcuni addetti alla sicurezza si sono rifiutati di consentire ai nigeriani di salire a bordo di autobus e treni diretti al confine tra in Polonia. Un gruppo di studenti nigeriani a cui è stato più volte rifiutato l’ingresso in Polonia ha concluso di non avere altra scelta: viaggerà nuovamente attraverso l’Ucraina e tenterò di uscire dal paese attraverso il confine con l’Ungheria”. Anche l’Unione africana si è detta turbata dalle notizie. In un comunicato sul sito web dell’organizzazione, ha esortato tutti i Paesi a rispettare il diritto internazionale e offrire assistenza a tutti coloro che fuggono dalla guerra, indipendentemente dalla loro razza. “I rapporti secondo cui gli africani sono identificati per dissimili trattamenti inaccettabili sarebbero razzisti in modo scioccante e violerebbero il diritto internazionale”, secondo l’Ua, che ha anche ringraziato i Paesi membri e le loro ambasciate nelle nazioni vicine all’Ucraina per il sostegno a coloro che fuggono dalla guerra.
Un’alta funzionaria dell’Ue conferma le informazioni di episodi di differenziazione alle frontiere tra Ucraina e Polonia nei confronti di alcuni profughi originari di paesi terzi soggiornanti in Ucraina, sottolineando il fatto che devono essere accolti anche loro nell’Ue. La stessa commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, si sta recando sul posto per verificare la situazione e ha spiegato: “Ci sono alcune cose che sono al limite dei nostri controlli. Quello che sta succedendo al confine è, per molte ragioni, molto complicato. Da parte nostra, quello che stiamo dicendo è che tutti coloro che vogliono venire nell’Unione Europea saranno accolti. I cittadini di paesi terzi che definiscono l’Ucraina la loro casa perché hanno uno status di soggiornante di lungo periodo, perché beneficiano della protezione di rifugiati in Ucraina o perché sono richiedenti asilo in Ucraina, saranno accolti nell’Unione Europea e possono beneficiare dello status di protezione temporanea”. (da qui)
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Le quattro lezioni dell’Ucraina: i doppi standard occidentali
di Ilan Pappé
Lezione numero uno: i profughi bianchi sono i benvenuti, gli altri meno. La decisione collettiva e senza precedenti da parte dell’Unione Europea di aprire le porte ai profughi ucraini, seguita da una più cauta politica da parte della Gran Bretagna, non passa inosservata, se si considera la chiusura dei confini attuata dalla maggior parte dei Paesi europei nei confronti dei rifugiati provenienti dal mondo arabo o dall’Africa, a partire dal 2015.
La chiara selezione su base razziale, che distingue i profughi in base al colore della pelle, alla religione e all’etnia è abominevole, ma destinata a durare nel tempo. Alcuni leader europei non si vergognano neanche di esternare pubblicamente il loro razzismo, come nel caso del primo ministro bulgaro, Kiril Petkov: «Questi (i profughi ucraini) non sono i profughi a cui siamo abituati, sono europei. Queste persone sono intelligenti e istruite. Non sono i profughi a cui siamo abituati, persone di cui non conosciamo l’identità, con un passato poco chiaro, che potrebbero anche essere terroristi».
Petkov non è il solo a pensarla così. I media occidentali parlano continuamente di «rifugiati simili a noi» e questo razzismo è del tutto evidente ai confini tra l’Ucraina e i Paesi europei limitrofi.
Questo atteggiamento razzista, con forti connotazioni islamofobe, non è un fenomeno momentaneo, visto il rifiuto da parte dell’establishment europeo di accettare il tessuto multiculturale e multietnico presente nelle loro società.
Una realtà variegata, prodotta da anni di colonialismo e imperialismo europeo, che gli attuali governi d’Europa si ostinano a negare e ignorare mentre perseguono politiche migratorie fondate sugli stessi principi razziali che hanno permeato il loro colonialismo e imperialismo in passato.
*Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de La Pulizia etnica della Palestina e Dieci Miti su Israele. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948. (da qui)
