Fabrizio Ottaviani, “La gallina”

Testo introduttivo di Marino Magliani

Fabrizio Ottaviani, La Gallina (Watson Edizioni)

È uscito da poco il romanzo di Fabrizio Ottaviani La gallina per l’elegante Watson. Ai suoi tempi fu un romanzo che piacque molto, ed è un bene che torni, rivisto, con aggiunte, come succede in questi casi. Un romanzo pieno di follia, e i paragoni sarebbero tanti. Il lettore saprà apprezzare questo romanziere prestato alla critica (Ottaviani collabora con inserti importanti). Lo conobbi, ma magari lui non lo ricorda neanche più, con Vittorio Macioce in Val Comino, che è poi la valle di entrambi se non sbaglio, verde e costellata di paesini bianchi – una valle viva, del resto come la gallina di Ottaviani.

Un estratto

L’androne sembrava deserto. Dopo essere entrata, la vecchia esaminò il pavimento di marmo rosa, che giudicò di cattivo gusto, quindi sfilando tra due schiere di vasi cinesi percorse la stretta passatoia che la separava dal casotto del portiere. Quando fu di fronte al cristallo alzò gli occhi: seduto su una bassa sedia imbottita, un essere scimmiesco vestito come il factotum di un circo continuava imperterrito a leggere il giornale, facendo tremolare le mostrine che aveva sulle spalle ogni volta che sfogliava una pagina. Quell’individuo, congetturò la vecchia, esorcizzava la propria mediocrità trattando tutti con la medesima indifferenza. A meno che non fossero i panni che lei indossava a spingere alla mancanza di riguardo. Di certo il portiere aveva intravisto il cappotto logoro cosparso di fili di paglia,  nonché il cappello fuori moda fatto della stessa materia. In ogni caso non sarebbe riuscito a farle perdere tempo. Sollevò una mano trasformata in pugno ancor prima di essere estratta dalla tasca, la lasciò oscillare e percosse il cristallo con le nocche producendo un frastuono di vetraglia che invase l’ambiente, rotolò sul marmo rosa, sfiorò i vasi cinesi e sotto forma di eco tornò a colpirle le orecchie, con un effetto di cui si rallegrò. Solo allora il portiere ripiegò il quotidiano, staccò la testa dallo schienale e fece scivolare il vetro.

«Desidera?»

«Vorrei parlare con la signora Elena De Giorgi.»

«Settimo piano.»

Appena il portiere si tuffò di nuovo nella lettura del giornale, la vecchia si voltò: in un angolo scuro dell’androne le porte aperte dell’ascensore parevano attenderla. Raggiunse la cabina in pochi istanti, lasciandosi guidare dal tenue lucore che ne fuoriusciva, ma purtroppo, nell’attimo in cui entrò, il peso del corpo attivò il meccanismo dissimulato nella plafoniera. Un grosso tubo al neon prese ad accendersi e spegnersi con crescente convinzione finché ad un tratto, dopo una fase in cui pareva avesse rinunciato a funzionare, rischiarò con un lampo stabile e metallico l’esorbitante rigonfiamento che le deformava il cappotto all’altezza del seno.

Un’altra donna, nella stessa situazione, avrebbe tentato di rendere meno appariscente quella sorta di gobba eccentrica, magari incrociando le braccia sul petto: ma non lei. Si limitò a dare le spalle al portiere e a premere con calma un dito screpolato sul pulsante numero 7, l’ultimo, lieta di aver lasciato l’unica impronta visibile in quel paradiso di ottone, specchi e cromature. Subito dopo, l’ascensore diede uno scossone e dietro una tessera di plastica nera il numero dei piani iniziò a scorrere.

Mentre il sibilo dei motori testimoniava che l’ascensione verso l’attico procedeva a tutta velocità un odore di pane bagnato, granaglie sminuzzate e sterco si diffuse nella cabina, scatenandole un violento starnuto che appannò il centro dello specchio. Infastidita dal contrattempo la vecchia si soffiò il naso con un lurido fazzoletto a scacchi, poi torcendo il busto provò a pulire la superficie insozzata con il medesimo fazzoletto, ma l’operazione ottenne l’effetto opposto: sul vetro si allargò un alone denso e grigiastro che si seccò subito. Ancora non aveva deciso se insistere, magari sacrificando un lembo della camicia, o rinunciare quando l’improvviso arrestarsi della cabina le regalò un senso di leggerezza che la riportò al tempo in cui era giovane. La corsa verticale era finita. Poco prima che le porte si spalancassero una testa di gallina, così bianca e vellutata che sarebbe parsa quella di un’oca, se solo il becco fosse stato un po’ meno ricurvo, sbucò dal cappotto e ruotò come un timido periscopio. Questo finché non si imbatté nel suo doppio: perché allora la bestia si immobilizzò, fissando ostinata i brandelli del proprio riflesso nel vetro insozzato dello specchio il quale, ormai, non permetteva di contemplare alcuna immagine nella sua integrità.

Debolmente contrariata, la vecchia cercò di nascondere l’animale tra le lane infeltrite. Poi cambiò idea. In fondo, visto quanto si accingeva a fare, non ve n’era alcun bisogno. Le ante dell’ascensore si aprirono su un pianerottolo dominato da numerosi scaffali, traboccanti di piante grasse. La vecchia notò che gli esemplari di maggiori dimensioni si fregiavano di un fiore, puzzolente e in via di appassimento, ma non ebbe il tempo di osservare meglio perché in quel momento una maniglia dorata si abbassò, una porta laccata di bianco si aprì cigolando e apparve un uomo di mezza età che le venne incontro con dei piccoli passi nervosi, fissando il pavimento. Si trattava certamente di un servo, si disse la vecchia. Certo la giacca grigia, le cui maniche sembravano incollate al corpo, nonché lo sgargiante foulard che gli fasciava il collo davano al tipo l’aspetto di un soldatino di piombo che avesse perso qualcosa per terra. Ma a dispetto della tenuta calzava dei mocassini di pelle nera che avevano raggiunto la morbidezza delle babbucce, come accade spesso alle scarpe dei domestici che non escono mai di casa; e comunque nelle mani stringeva un canovaccio.

 

 

 

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