Il 26 aprile è nata un’alleanza di 40 Paesi per dare armi pesanti all’Ucraina nella prospettiva di una guerra lunga anni se non decenni. E un tavolo permanente per la guerra anziché un tavolo permanente per la pace. Al contempo nessun sostegno per la missione di pace del Presidente dell’Onu Guterres. L’interesse generale è concentrato sulle armi, e ci mancherebbe non fosse così, visto che dall’inizio della guerra in Ucraina i profitti di produttori d’armi e finanzieri sono lievitati. C’è da domandarsi se questi profitti siano una conseguenza imprevista della guerra o la causa scatenante. La risposta è semplice, essendo noti gli intrecci fra la politica e la lobby delle armi. Secondo uno studio del 2018 del Project on Government Oversight 380 ex ufficiali militari e funzionari del Dipartimento della Difesa sono dirigenti, membri del consiglio di amministrazione, consulenti di società della Difesa o lobbisti essi stessi. Un caso per tutti: Lloyd Austin, ex generale e segretario della Difesa degli Stati Uniti e ispiratore dell’alleanza dei 40, è consigliere della società di consulenza aziendale WestExec Advisors, che lavora in particolare con l’industria delle armi; è nel fondo di investimento di Pine Island Capital Partners e siede nel consiglio di amministrazione di Raytheon. Siccome siamo in pochi ad avere queste notizie, spero non abbiano a saperle Biden, Johnson, Scholz, Macron e Draghi, che mandano armi pensando di operare per la pace e potrebbero restarci male.
Il 26 aprile i ministri della Difesa di oltre 40 Paesi si sono incontrati nella base militare statunitense di Ramstein, in Germania, alla presenza di Llyod Austin, segretario della Difesa Usa, e del Segretario della Nato, Jens Stoltenberg. Austin ha chiesto un impegno per mandare più armi all’Ucraina: “Siamo qui per aiutare l’Ucraina a vincere la lotta contro l’ingiusta invasione russa”. Mark Milley, capo dello Stato Maggiore, pensa che “questo sia un conflitto prolungato. Non so se decenni, ma sicuramente degli anni”. (vedi le prime pagine di tutti i giornali di oggi)
I giganti mondiali delle armi fanno miliardi grazie alla guerra
di Peter Bloom, The Conversation, Regno Unito
L’invasione russa dell’Ucraina è stata ampiamente condannata per la sua ingiustificata aggressione. Ci sono legittimi timori di un revival dell’impero russo e perfino di una nuova guerra mondiale. Ma non altrettanto si parla di un settore, quello degli armamenti, che vale quasi cinquecento miliardi di dollari e che rifornisce entrambe le parti. Né dei notevoli profitti che questo farà grazie alla guerra.
Il conflitto ha già generato un notevole aumento delle spese militari. L’Ue ha annunciato di voler comprare e consegnare all’Ucraina armi per 450 milioni di euro. Gli Stati Uniti hanno invece promesso 350 milioni di dollari d’aiuti militari, che si aggiungono alle oltre novanta tonnellate di forniture militari, per un valore di 650 milioni di dollari, solo nel 2021.
Complessivamente, gli Stati Uniti e la Nato hanno inviato 17mila armi anticarro e duemila missili antiaerei Stinger, per esempio. Un gruppo di paesi – di cui fanno parte Regno Unito, Australia, Turchia e Canada – sta inoltre armando la resistenza ucraina.
Le opportunità della guerra
Si tratta di una vera e propria manna per le principali aziende nel mondo che producono armamenti. Per fare solo qualche esempio, la Raytheon produce i missili Stinger e, insieme alla Lockheed Martin, produce i missili anticarro Javelin che sono forniti da paesi come gli Stati Uniti e l’Estonia. Le azioni di entrambe le aziende statunitensi, la Lockheed e la Raytheon, sono cresciute dall’inizio dell’invasione, rispettivamente del 16 e del 3 per cento, mentre l’indice S&P500 in generale è calato dell’1 per cento.
Oltre a vendere armi ai belligeranti, le industrie del settore trarranno vantaggi dall’annunciato aumento delle spese militari in altri Paesi
La BAE systems, la principale produttrice nel Regno Unito e in Europa, è cresciuta del 26 per cento. Delle cinque principali aziende del settore, solo la Boeing ha avuto un calo, dovuto tra le altre cose alla sua esposizione nel settore della produzione di aerei.
Alla vigilia del conflitto, le principali aziende d’armamenti occidentali si vantavano agli occhi degli investitori di una probabile crescita dei loro profitti. Gregory J. Hayes, amministratore delegato del gigante della difesa statunitense Raytheon, aveva dichiarato il 25 gennaio, durante una videoconferenza dedicata agli utili dell’azienda:
“Basta guardare alla settimana scorsa, e all’attacco di droni negli Emirati Arabi Uniti… E naturalmente alle tensioni in Europa orientale e a quelle nel mare Cinese meridionale. Tutte queste cose stanno mettendo pressione sulle autorità locali, spingendole a spendere di più. Ho piena fiducia che ne trarremo un qualche beneficio economico”.
Già all’epoca si prevedeva che il settore degli armamenti sarebbe cresciuto del 7 per cento nel 2022. Il principale rischio per gli investitori, secondo le parole di Richard Aboulafia, amministratore delegato dell’azienda statunitense di consulenza militare AeroDynamic Advisory, è che “tutto questo si riveli un castello di carte russo e che la minaccia scompaia”.
Vocazione globale
Adesso che non ci sono segni che questo accada, le aziende d’armamenti stanno traendo vari benefici dalla situazione. Oltre a vendere direttamente armi alle parti in guerra, e a rifornire altri paesi che donano armamenti all’Ucraina, vedranno una crescita della domanda da parte di paesi come la Germania e la Danimarca, che hanno dichiarato che aumenteranno le loro spese militari.
Tutto il settore degli armamenti ha una vocazione globale. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il leader mondiale, con il 37 per cento delle vendite di armi tra il 2016 e il 2020. Poi viene la Russia, con il 20 per cento, seguita dalla Francia (8 per cento), dalla Germania (6 per cento) e dalla Cina (5 per cento).
Oltre ai cinque principali esportatori, altri potrebbero trarre vantaggio da questa guerra. La Turchia ha ignorato gli avvertimenti russi e ha insistito nel rifornire di armi l’Ucraina, in particolare con droni ad alta tecnologia, con grandi benefici per il suo settore degli armamenti, che copre quasi l’1 per cento del mercato mondiale.
Quanto a Israele, responsabile di circa il 3 per cento delle vendite globali, uno dei suoi giornali, Haaretz, ha recentemente pubblicato un articolo intitolato: “Il primo vincitore dell’invasione russa: l’industria degli armamenti israeliana”.
La Russia dal canto suo, dal 2014 rafforza la sua produzione in risposta alle sanzioni occidentali. Il governo ha istituito un ampio programma di sostituzione delle importazioni, per ridurre la sua dipendenza dagli armamenti e dalle competenze provenienti dall’estero, oltre che per aumentare le vendite a paesi stranieri. In alcuni casi è stata prolungata la licenza di vendita di determinati armamenti, come quelli forniti dal Regno Unito alla Russia per un valore stimato di 3,7 milioni di sterline, ma la cosa è terminata nel 2021.
In qualità di secondo esportatore d’armi al mondo, la Russia si è rivolta a un ventaglio di clienti internazionali. Le sue esportazioni d’armi sono calate del 22 per cento tra il 2016 e il 2020, ma soprattutto a causa di una riduzione del 53 per cento delle vendite all’India. Allo stesso tempo la Russia ha decisamente rafforzato le sue esportazioni verso paesi come la Cina, l’Algeria e l’Egitto.
Secondo un rapporto del congresso degli Stati Uniti “gli armamenti russi potrebbero essere meno costosi e più facili da usare e sottoporre a manutenzione rispetto ai sistemi occidentali”. Le principali aziende di armamenti russe sono il produttore di missili Almaz-Antey (con un volume di vendite di 6,6 miliardi di dollari), la United Aircraft Corp (4,6 miliardi di dollari) e la United Shipbuilding Corp (4,5 miliardi di dollari). (da qui)
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Dopo un mese di guerra, il 23 marzo 2022, così scriveva Francesco Mercadante qui.
In guerra, i buoni fanno affari. Asse Germania-Usa nella produzione di armi
L’industria bellica tedesca, finora, ha fatto la parte del leone. Le azioni della Rheinmentall AG di Düsseldorf, produttrice di armamenti, dal 24 febbraio ad oggi, hanno guadagnato ben 69,45 euro, cioè il 35,6%, giungendo alla quotazione di 169,5 euro e facendo registrare il maggiore dei rialzi di settore in Europa. Nessuno è così sciocco da non capire che le parole e le opere di Scholz sono state decisive.

Anche l’Italia ha fatto il proprio dovere impegnandosi a raggiungere il 2% del PIL per le spese militari: poco meno di 40 miliardi. In fatto di crescita e profitti, tuttavia, siamo più modesti dei tedeschi. La nostra Leonardo Finmeccanica, nel primo mese di guerra, ha fatto registrare un +23,7%, ma bastano 8,76 euro per acquistarne le azioni.

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Intanto si diffonde la denuncia del Sipri che nel 2021 le varie potenze mondiali hanno dilapidato in armi ed eserciti la cifra record di 2.113 miliardi di dollari, il 2,2% della ricchezza globale. La guerra evidentemente non è stata un incidente, è stata preparata da anni.
Per le spese militari nel mondo un’inquietante crescita senza fine
di Francesco Palmas
La denuncia del Sipri: nel 2021 le varie potenze mondiali hanno dilapidato in armi ed eserciti la cifra record di 2.113 miliardi di dollari, il 2,2% della ricchezza globale.
Sono passati più di 1.600 anni da quando Vegezio coniò il motto bellicoso «se vuoi la pace, prepara la guerra». Sembra che il mondo continui imperterrito a dargli ragione, nonostante i tanti moniti di papa Francesco. Il Pontefice ha più volte espresso la sua contrarietà all’aumento delle spese militari, guerra in Ucraina o meno. Le tensioni sui bilanci della difesa sono una vera “pazzia” per il Papa. Eppure tutto sembra già preludere al peggio. Nel 2021, le varie potenze mondiali hanno dilapidato in armi ed eserciti la cifra record di 2.113 miliardi di dollari, il 2,2% della ricchezza mondiale.
Lo certifica con amarezza l’Istituto per gli studi sulla pace di Stoccolma (Sipri). Nello stesso anno, le spese globali per l’aiuto allo sviluppo hanno rappresentato non più di 179 miliardi di dollari, un ammontare senza precedenti per munificenza. Il che è tutto dire. Già nel 2021, il Sipri aveva notato che, a dispetto della crisi economica pandemica, le spese militari mondiali nel 2020 erano cresciute fino a raggiungere la cifra mostruosa di 1.981 miliardi di dollari. Un aumento reale del 2,6% in un anno, che ha sottratto risorse alle spese sociali e sanitarie. Il Sipri si interrogava all’epoca se il trend sarebbe continuato anche durante il secondo anno di pandemia. E i dati del 2022 confermano la tendenza. Dal 2018, la Banca mondiale non fa che ammonire: le spese militari hanno ripreso a pesare sempre più sull’economia mondiale. Solo grazie all’aumento temporaneo della ricchezza nel 2021, il peso dei bilanci armati è passato l’anno scorso dal 2,3% al 2,2% del Pil.
Stati Uniti e Cina guidano le danze macabre. Sono avvitati in una corsa agli armamenti senza fine. Contano per oltre metà del bilancio militare mondiale (52%). Insieme all’India, al Regno Unito e alla Russia spendono il 62% del totale globale. È un dato che fa riflettere: la deterrenza delle armi, per funzionare, ha bisogno di equilibri reciproci. Altrimenti fomenta solo le guerre e il commercio sregolato di armamenti. La Francia ne è un esempio: l’aumento vertiginoso delle spese militari, deciso dalla presidenza Macron, ha portato a una crescita notevole dell’export di armi, che dal 2015 si aggirano sui 17 miliardi di euro l’anno. Fino al 2012 non superavano i 6 miliardi. Tenuto conto delle tensioni internazionali e del potenziamento militare dei paesi revisionisti dell’ordine mondiale attuale, come Russia, Cina, Iran e Corea, le vendite di armi resteranno a livelli storicamente alti anche nei prossimi anni.
Parigi vale da sola l’11% del commercio mondiale di armamenti, superata solo da Russia (19%) e Usa (39%), che si spartiscono il grosso di una torta pesante 100 miliardi di dollari l’anno. La Cina è solo quarta (4,6%). Ma fa parlare di sé per altri motivi, insieme agli Stati Uniti. Ha raddoppiato gli sforzi finanziari militari fra il 2011 e il 2021. E il 5 marzo, il premier Keqiang ha annunciato un incremento ulteriore del 7,1%, a fronte di una crescita economica stimata al 5,5%. È il 27° anno di fila che il suo paese aumenta le spese militari, costringendo tutti i vicini dell’Asia-Pacifico a fare altrettanto. L’India, afflitta da molti mali, ha stanziato per le armi un 33% di risorse in più fra il 2012 e il 2021. Anche la Russia, quinto paese in questa classifica poco gloriosa, destina oltre il 4% del Pil alle forze armate. Ha aumentato lo sforzo nei tre anni precedenti l’invasione dell’Ucraina, segno che la guerra era già nell’aria e che i timori del Papa sulla crescita delle spese militari sono più che giustificati.
Approfittando della guerra in Ucraina, anche il governo federale americano ha dirottato altri 31,6 miliardi di dollari sul bilancio del Pentagono, portandolo da 781,8 miliardi di quest’anno a 813,4 dell’anno prossimo. Più di 50 miliardi di dollari finanzieranno il comparto delle armi nucleari. Gli americani stanno investendo tantissimo nella ricerca e sviluppo di armi di rottura, che garantiscano loro la supremazia tecnologica nei prossimi decenni. È dalla seconda guerra mondiale che la ricerca e sviluppo militare cresce, con l’obiettivo di confezionare armi superiori a quelle del nemico di turno. Sta generando una corsa tecnologica bellica: 69mila milioni di dollari l’anno sono bruciati nel settore della ricerca militare solo dagli americani. La Cina segue con 20-22mila milioni di dollari, mentre la Russia si ferma a 8mila10mila milioni di dollari. Sommando tutti i paesi, il perfezionamento delle armi fagocita 116mila-123mila milioni di dollari l’anno. Un esempio aiuta a capire meglio. Lo sviluppo del cacciabombardiere Rafale era costato in tutto ai francesi 43 miliardi di euro.
Il successore, già in itinere, ne richiederà come minimo 80. Un ospedale di 20mila metri quadri costa all’incirca 40 milioni di euro. Fatevi due calcoli. È tutto un mondo che gira a rovescio. I dati del Sipri fotografano dati drammatici e purtroppo già vecchi. La guerra in Ucraina sta spingendo anche l’Europa, il Canada e i paesi neutrali a riarmarsi. C’è un flusso di armi crescente, balzato nel continente europeo dal 10% del 2017 al 13% attuale. Il 1° Marzo, il quotidiano polacco Krytyka Polityczna ha salutato la decisione del vicino tedesco di aumentare le spese militari con un fondo di 100 miliardi di euro e un budget militare che sforerà nel 2023 il 2% del Pil. Ma il giornale di sinistra ha anche ammonito: «Non è affatto certo che in futuro la Germania avrà politici moderati e ragionevoli». Il 2% del Pil è bissato abbondantemente anche a Varsavia.
Scosso dall’invasione russa dell’Ucraina, il vice premier Kaczynski ha già annunciato un emendamento per far lievitare il budget militare al 3% del Pil fin dal 2023 e di aumentarlo anche in seguito. L’Italia seguirà il corso generale, spingendosi al 2% entro il 2028. Nel solo 2021 i paesi europei hanno speso per la difesa e per le armi 418 miliardi di euro, facendo segnare una crescita del 19% dal 2012 a oggi. Anziché cooperare, gli europei tendono però a concorrere. Nella ricerca tecnologica militare, i progetti svolti in comune rappresentavano il 22% nel 2005. Oggi siamo a meno del 9%. L’Agenzia europea per la difesa riceve appena lo 0,4% dei fondi per i progetti di categoria A, quelli che gestisce direttamente. Se aggiungiamo i progetti B, lanciati dall’Agenzia, ma finanziati direttamente dagli Stati, i conti non tornano lo stesso: il massimo mai raggiunto è stato di 144 milioni di euro nel 2009. Sui 2,3 miliardi spesi in tutto dai 27 nella ricerca tecnologica militare, il massimo di cui ha potuto beneficiare l’Agenzia è stato di 8,7 milioni nel 2010. Dopo è stato un declino continuo, a dispetto di tanta propaganda. Ognuno fa per sé, perché geloso della sovranità tecnologica. Si spende così più del necessario e male.
Vedremo se la scommessa del nuovo Fondo europeo per la difesa avrà successo: il finanziamento comunitario dovrebbe favorire i progetti cooperativi, riducendo l’investimento richiesto a ogni paese partecipante. Intanto, si annunciano anni amari, perché le spese militari stanno aumentando pure in Africa. Nella fascia subsahariana sono in corso 11 guerre. Un dramma nel dramma, perché la brama delle armi sembra contagiare un po’ tutti e non fa che alimentare i 21 conflitti maggiori di questa terza guerra mondiale a pezzetti, denunciata più volte da papa Francesco. Il cammino per debellare la guerra pare ancora lungo. (da qui)
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Chi guadagna dalla guerra: i nomi degli investitori dietro l’industria delle armi
di Giorgio Bonamoneta
Le top 5 industrie di armi al mondo sono:
Lockheed Martin
Raytheon Technologies
Boeing
Northrop Grumman
General Dynamics
Dietro a questi nomi i grandi investitori come State street global advisory, che detiene il 14,5% delle partecipazioni in Lockheed Martin e il 10% circa in Raytheon Technologies e Northrop Grumann. Le aziende appena citate hanno visto un incremento della capitalizzazione complessiva pari a 35 miliardi di dollari, che si traduce in un valore per le partecipazioni di 3,7 miliardi in un mese.
Tra i soci delle industrie delle armi si trova anche la società di asset Vanguard. Questa possiede il:
7,2% di Northrop Grumann
7,2% di Lockheed Martin
7,5% di Raytehon
2,8% di Rheinmetall
1,3% di Thales
1,9% di Leonardo
0,7% di Hensoldt
Praticamente Vanguard ha un piede in ogni società di armi, in particolare in quelle statunitensi ed europee. Tra gli altri nomi noti della finanza si segnalano: Blackrock che in portafoglio tiene il 4,1% di Northrop Grummann, il 4,8% di Lockheed Martin, il 4,7% di Raytheon, il 3% di Leonardo e lo 0,2% della britannica Bae Systems; e Jp Morgan, con quote in Northrop Grumann (2,9%) e Raytheon (1,5%).
Anche la Norges bank è nell’elenco degli azionisti di industrie di armi, per esempio possiede il 2,5% di Rheinteall, l’1,2% di Thales lo 0,6% di Hensoldt e lo 0,6% di Leonardo. (da qui)
