La poesia è la spremuta di un fertile scambio tra interno ed esterno. È un ponte sfavillante che collega il mondo individuale al mondo universale. Quando mi concentro sul foglio potrei sembrare un artigiano scostante e solitario, eppure non è così: si stabilisce un dialogo robusto non solo tra me e la parola, ma anche tra la parola e il mondo. Questo è scontato dal momento che si tratta più che di corpi finitimi, di corpi combacianti e commisti, non convergenti in entità separate. La poesia mette il cuore in ogni cosa, prende parte delle vicende, dei fenomeni, della materia visibile e invisibile; non lavora a compartimenti stagni, non erige barriere divisorie. Ha cura di noi, carezza e bacia pure i nostri silenzi.
Oggi che rischiamo forse più di ieri, di diventare irreperibili pure a noi stessi, la poesia ci conduce per mano, allaccia una relazione con i nostri sentimenti più profondi, ci insegna a non migrare dai sogni e dai fallimenti, dalle conquiste e dalle perdite, dal buio e dalla chiarità. Si insedia nei presìdi territoriali del dire, ma risulta incalzata da una doppia urgenza: da un lato una rivendicazione di indipendenza e di ribellione nei confronti degli schemi stantii e bacati del linguaggio, dall’altro la volontà di non finire estromessa dal polo comunicativo e da una preponderante vocazione conoscitiva e ontologica. Il poeta non scrive mai solo per sé stesso, accampa in lui il senso di un’emergenza pubblica e storica di chi non sceglie di vivere fuori dalla realtà, ma la assume, la interpreta e la elabora con ricchi addentellati nella cultura coeva. Sotto il profilo formale la poesia inietta forza, peso, volume e colore alle parole, dando alloggio a una catena affabulatoria colma di infinite seduzioni. Un’urna lessemica che lascia confluire i contenuti del proprio investigare, compresi i più apparentemente irredimibili, in una miniera espressiva di altissima densità metaforica, di egemone tensione verso l’assoluto, di sedula attitudine a raccontare, testimoniare e sublimare. Non esiste un solo modo, non esiste un solo criterio per tradurre ciò che accade, ma una congerie di pronunce, una pluralità di direzioni idonea a redimere la parabola del compiersi e del divenire dal calvario del tempo. La poesia è armonia? È pace? Per me è un atto di infrazione e di disordine, lievita da una crepa, da qualche diaframma nascosto dell’abisso. E il varco che la parola disserra è direttamente proporzionale alla scissione da cui nasce. A cosa serve la poesia? La poesia supplisce alla deficienza di un mondo imperfetto e inadeguato con un ardito patto di fede nella parola scritta. Non si chiude nell’autoreferenzialità del diario intimo, ma si situa in un quid capace di guidarci sul sentiero di una qualche verità. I versi lasciano fermentare un metabolico processo di riscatto adibito a sprone per nuovi inaffondabili cimenti. La poesia è la grande interlocutrice che ci apre alla realtà, ruba il fuoco della bellezza agli elementi, un po’ come fece Prometeo per donarlo al genere umano. Ma non abbiamo bisogno solo di bellezza, abbiamo bisogno di segni, di contenuti, abbiamo bisogno di ripristinare l’autorità delle parole. I nomi vanno preservati con mano diligente dalla polvere, devono impadronirsi dell’infanzia, riannodare il contatto anche con quello che non c’è, devono riportare a galla ciò che a una prima visione potrebbe sfuggire, devono recuperare le voci che giacciono sul fondo. In poesia le parole devono avere il formalismo di un rito sacro, l’inclemenza del vento che si intrufola impetuosamente da un ingresso, la saggezza del vecchio che ha molto riflettuto e calcolato. Non sono solo i nomi a ripartorire la realtà, ma è anche la realtà a ripartorire i nomi. E soprattutto, per prosperare senza equivoci, la poesia deve essere libera, giustificata e vera. Vera anche nel mentire o nell’immaginare. Libera e vera quando resiste alle sevizie del tempo, giustificata in una società dove spesso l’uomo non sa di uomo, la carità non sa di carità, il bene non sa di bene, ma la poesia – contro tutti coloro che la ritengono solo un fantasma – sa di poesia.
Nessuna titubanza
Guardare schiudersi la porta del mattino,
le nuvole e le loro succursali
confondersi alla ruggine dei rami,
il vaso del basilico
infilato nella giacca dell’autunno.
Avverto un lieve capogiro
a estrarre come un foglio dalla tasca
questi anni:
non ho nessuna voglia di indossarli,
mi stringono sui fianchi
stupiti di trovarmi ancora in piedi.
Ignoro a quanto ammontino le perdite.
Vorrei cospargerle di nafta, farne fuoco.
Ma a regolare i conti con gli sbagli
declina la ragione e il vuoto sbocca
dove i perché affondano in un solco.
E intanto vivere
nella coscienza mezzo fradicia dei giorni,
le gambe sciolte del non più sperare
e al punto in cui la scelta si biforca
—nessuna titubanza—
percorrere una strada.
*
Monia Gaita è nata a Imola(BO) ma vive da sempre a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino. Giornalista, critico letterario, direttore della collana Ancoraggi, Delta3 Edizioni, è dedita da sempre alla poesia e ha pubblicato i libri: Rimandi(Montedit,2000), Ferroluna(Montedit-2002), Chiave di volta(Montedit-2003), Puntasecca (Istituto Italiano Cultura Napoli-2006), Falsomagro(Editore Guida-2008), Moniaspina(L’Arca Felice-2010), Madre terra(Passigli-2015) Premio di Letteratura allo Spoleto Art Festival 2016, Non ho mai finto(La Vita Felice-2021), menzione speciale al Premio Dieter Schlesak e Vivetta Valacca 2022.
Collabora a “Il Quotidiano del Sud” e a importanti riviste web e cartacee. È presente in dizionari e antologie.
La sua scrittura si connota per un uso libero della lingua che punta a coniugare lessemi ricercati e parole attinte al discorsivo in originale mescidanza.
Porta avanti nella sua Montefredane, con la Proloco che presiede, il Premio di Cultura “Oreste Giordano”, volto a valorizzare eminenti personalità del mondo giornalistico, dell’arte e della scienza.


