
Carlo Miccio, Copula mundi, Alpha Beta Verlag 2022, 16 euro
Ho letto il primo racconto di Carlo Miccio quindici anni fa, quando collaboravo con la redazione della rivista Toilet; mi aveva colpito il suo punto di vista senza filtri, il suo raccontare la realtà più cruda senza ricorrere a espedienti che la rendessero più “accettabile”. Il suo romanzo La trappola del fuorigioco (pubblicato nel 2017 da Alpha Beta Verlag) è uno dei miei preferiti. Malattia mentale, dipendenza, rapporti fra genitori problematici e figli adolescenti messi lì, davanti al lettore, nei loro aspetti più reali
E la realtà, anzi, il realismo è alla base di questo nuovo romanzo, Copula mundi, edito da Alpha Beta Verlag, come il primo. Ambientato all’interno di una cooperativa sociale, racconta da vari punti di vista la questione dei migranti che arrivano in Italia a cercare asilo e delle persone che a vario titolo partecipano al processo di accoglienza.
Il protagonista Marco Cicoli è un uomo con un passato turbolento che deve scontare una pena per guida in stato d’ebbrezza e finisce in una cooperativa a prestare servizio. Qui avrà a che fare con chi ha più esperienza di lui, e con persone ospitate da una struttura pressoché fatiscente e con mille difficoltà finanziarie e organizzative.
Il romanzo pone sotto la lente tutta una serie di problematiche, scontri con luoghi comuni, difficoltà di relazione con le istituzioni che solo chi ha vissuto dall’interno in una cooperativa (perché potrebbe essere qualunque cooperativa, non solo quella scelta come location della storia, il Casolare sulla via Appia, a Latina) può e sa raccontare.
Un paese che accoglie, ma poi ha difficoltà a gestire, migliaia di migranti, ha una falla interna che appare insanabile. Quando si riempiono i motel a ore, dismessi e adattati a centri di accoglienza, senza avere abbastanza fondi per garantire sia gli stipendi di chi presta servizio che gli aiuti a chi arriva da lontano, allora forse è il momento di fermarsi e chiedersi dove si stia andando.
Carlo Miccio non trova, né in realtà cerca, soluzioni o capri espiatori di una situazione di cui la gente comune vede solo la superficie, o quello che un certo tipo di propaganda vuol far vedere (i migranti palestrati con il telefonino, che spaventano i quartieri con la loro presenza; gente che addirittura” urina per le strade… come se gli italiani non lo facessero in ogni dove). Miccio offre al lettore un punto di vista privilegiato e tanti percorsi da attraversare, per arrivare alla tesi finale, il copula mundi di Marsilio Ficino, il legame, l’unificazione del mondo, un luogo ideale più che fisico dove tutti siamo connessi.
Marco trova un mondo che non conosce, che affronta con il fastidio di chi deve scontare una pena e finisce invece per lasciar fluire le emozioni; viene coinvolto nelle storie delle ragazze e dei ragazzi che arrivano su barconi di fortuna, vedendo i compagni morire o con in grembo una nuova vita che nascerà nel paese dove ripongono ogni speranza di sopravvivere.
In parallelo, l’autore apre altre due strade al lettore: un piccolo giallo, che non è il fulcro del romanzo ma un espediente per raccontare dinamiche fra istituzioni (polizia) e migranti, e la storia personale di Marco Cicoli, che si trova davanti a un pezzo dolorosissimo del suo passato da tossicodipendente e deve renderne conto a un’altra persona. Il senso di colpa, il rimorso che si sciolgono dopo anni, davanti a chi, per le sue scelte sbagliate, ha perso un pezzo fondamentale della sua vita.
I romanzi di Carlo Miccio possono essere definiti con un aggettivo che ne racchiude tanti: pieni. Sono storie impegnative, che come tutte le esperienze difficili lasciano un segno, a lungo, ben oltre la fine della lettura.
