Augusto Pivanti, Eunoè

Prefazione di Elisabetta Longari

Come acqua che (tra)scorre
Così titola il progetto fotografico di Laura Daddabbo, che accompagna le parole dell’autore di Eunoè: acqua che scorre e trascorre, nel generarsi infinito degli ordini e delle maree.
“Basta il suono di un rubinetto a suggerire le cascate del Niagara”: da questa immagine partivo per concepire un testo in occasione della mostra “H3O” all’Acquario Civico di Milano, nel 2011; testo che qui riprendo.
Non v’è elemento che risuoni in noi più profondamente dell’acqua. Lo rivela – con straordinaria ricchezza di esempi – Gaston Bachelard nel suo studio sulla rêverie, e lo racconta particolarmente bene Claudio Magris in Danubio.
Il legame con l’acqua è particolare non solo perché l’acqua è il più ancestrale degli elementi – da essa nasce la vita, e ogni individuo nei mesi di gestazione è immerso, sospeso in una soluzione liquida – ma anche perché il corpo umano stesso è composto d’acqua in larghissima misura. Si può quindi dire, parafrasando Shakespeare, che siamo della stessa sostanza dei mari, dei fiumi, delle cascate. Siamo acqua circoscritta da un involucro di pelle. Siamo come il mondo, che è composto da qualche piccola e rara isola circondata dal mare (se per il 70% il globo terrestre è coperto da distese d’acqua, perché il pianeta è designato come Terra)?
La caratteristica più evidente e affascinante del liquido è la qualità metamorfica. L’acqua non ha forma stabile propria, ma si adatta a ogni luogo.
Versatile, assimila facilmente qualsiasi sostanza; è un fertile luogo di contaminazioni, una culla di mutazioni. Basti pensare alla quantità di metamorfosi mitologiche che “finiscono” in acqua e alle numerose immagini custodite nell’inconscio collettivo: le Ondine, il Cigno di Leda, Narciso, Caronte, Ofelia.
L’acqua solve e dissolve. È creazione continua, la più convincente metafora del tempo, come nel pensiero filosofico di Eraclito: il Gange, il fonte battesimale e l’acqua di Lourdes testimoniano che la “figura” principale dell’acqua – legata alla purificazione simbolica, alla morte, alla rinascita e alla guarigione – è proprio il cambiamento. L’acqua è anche il primo specchio: è l’occhio del mondo, raddoppia

e distanzia. Crea le condizioni originarie della visione, come in Narciso. Al pari della fotografia, è specchio e memoria.
Anche la pagina bianca è uno specchio vuoto che viene abitato dalle immagini e dalle parole. Luoghi sensibili e sensuali in cui avvengono apparizioni, sparizioni, affioramenti, raggiungimenti, separazioni, dove tutto scorre e cambia nella trasparenza della crisalide.

*

Nota dell’autore

Eunoè, negli intendimenti danteschi, è l’acqua ove viene a costruirsi la parte buona del mondo, che restituisce all’uomo la consistenza più intima e più vera. È lì ove ciascuno legge e interpreta il proprio itinerario, immergendosi nei pensieri e negli atti – propri e di coloro i quali condividono con noi le prossimità – pensieri e atti che divengono patrimonio del sé individuale e collettivo, per confluire in un flusso che distingue e assieme accomuna le esperienze, consentendo ad ogni presenza di proporre un significato originale agli accaduti.

Così ciascun incontro diviene forma di partecipazione ad altre vite diverse dalla propria, che si possono non solo proiettare ma anche vivere nella sfera circoscritta dei pensieri, dei gesti, delle espressioni, degli sguardi, delle mani, dei saluti.

È così che noi tutti diventiamo mondo: per quella quota di appartenenza che, in qualunque luogo, ci fa essere parte di un fiume interno e sotterraneo che supera – comunque, per quanto attenti – ogni nostra capacità di immaginare.

È in questo spirito, minimo e minimale, che chi scrive si è soffermato a raccogliere un piccolo cesto di “esercizi di sensi e sensazioni”, con l’unico intendimento di raccontare, insieme all’eventuale lettore, osservazioni centrali e laterali del nostro attraversare il tempo consentito, circostanze colte senza la preordinazione del ricordo ma capaci di riaffiorare al di là delle stagioni come puro simbolo dell’esserci stati, in “quel momento” e non in altri, nella sospensione immediata o dilatata dell’istante. Con l’auspicio che la memoria collettiva – giovandosi, in somma, delle rappresentazioni personali – contribuisca alla salvezza del bello, del buono e del bene.

A. P.

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Libera nos, Domine

Libera nos, Domine, dal potere assurdo
e incontrollato delle acque, liberaci dalla sete
e dalla necessità artesiana di sverginare la terra
in nome e per conto della vita sulla Terra, liberaci
dai colori che solo acque e cielo sanno ricomporre.

Infine liberaci dal mare, dalla bellezza insostenibile
della sua dimensione interiore, estrema e profonda
come l’abisso che costruisce e rappresenta, liberaci
da tutta questa meraviglia che ci illudiamo di aver
saputo conquistare. Che non sapremo meritare, mai.

Sospensione sull’acqua

È la sospensione sull’acqua, un improvviso
cambio di superficie a stanare la differenza
tra le solidità della materia data e la lucentezza
liquida degli spaesamenti, lì dove si costruisce
per trasgressione alla regola del ritorno,
dove si genera l’alterità dai sé che ci hanno
preceduto – nella fiducia misurata di essere
solco per il giulebbe dei semi pronti al sacrificio.

E nessuna voce a seguire, nemmeno quando,
voltati verso est, disimpariamo il sole di un mattino
che ci ha per sempre abbandonati, un’origine
smaterializzata dall’esplosione che ci chiede
di farci da parte, di andare ad abitare altrove.

Aquae

Non è placenta quella che ci unisce
nella gemellanza delle sensazioni – anche
se il battito di cuori ed ali sembra raccontare
la nascita di un sovrapporsi della pelle,
di un nostro codice che va edificando
lo spazio generante di un bene atteso.
Alterniamo il godere di parola e di silenzio,
noi – che abbiamo consapevolezza del mondo nostro malgrado – figli di una nota
suonata alla tastiera delle comunanze,
cani della stessa razza addomesticati
alla necessità di rimanere uguali e differenti.
Ci spiega solamente la somma delle acque
che stanno dentro e fuori il nostro incontro,
noi che siamo densi di senso e sensi non spesi,
noi che abbiamo in bocca l’altro senza averlo
ancora conosciuto, baciato, amato, attraversato.
Noi, che siamo sottrazione e somma.

*

Augusto Pivanti, Eunoè, Immagini di Laura Daddabbo, LietoColle, Libriccini da collezione.

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