La parola ai poeti. Matteo Galluzzo

Scrivo queste righe in una giornata di fine settembre, mentre l’estate scivola via dalle cose e dal mio corpo e la luce incupisce a poco a poco. Giorni in cui non fa più caldo e non è ancora freddo. Una dimensione liminale, di confine. Uno stare sulla soglia.

Non si può attraversare la soglia semplicemente lasciandosi scivolare da un punto all’altro, ci ricorda Perec, serve una parola magica. Mi chiedo quale possa essere questa parola; questa formula che apre un passaggio o un varco verso non si sa dove.

Ma è la parola per prima a dover attraversare una pluralità di soglie. La soglia come confine, anzitutto, linea oltre cui c’è la condizione dello straniero, dello spatriato. Abitare la propria lingua come una lingua straniera. Per non avere più una lingua madre. Lasciare che le parole, anche le più consuete, brillino sotto una luce diversa. Straniare il linguaggio.

E poi soglia tra il dentro e il fuori, tra il privato e il pubblico. Spezzare il legame che lega la parola a noi stessi, interpellando l’altro (Blanchot).

E qui che, per me, sta uno dei nodi cruciali dello scrivere in versi oggi. Chi è l’altro interpellato dalla parola poetica? Che varrebbe a dire: a chi si rivolgono i poeti? Credo tuttavia che la risposta a questa domanda sia meno interessante delle questioni ulteriori che ne derivano. Se la poesia è destinata a restare compiacimento intellettuale, stretta in una cerchia di appassionati e studiosi, allora essa non potrà che interpellare il silenzio, fino a sparire.

Bisogna diventare accoglienti. Affrontare fino in fondo la verticalità del linguaggio. Affacciarsi sull’abisso e provarne la vertigine. Laggiù sta il fuoco. La scintilla che può essere riportata indietro per ustionare, marchiando un’esistenza. Sì, la parola può fare questo. Ne sono testimone, in prima persona. Da ragazzo sono stato un pessimo studente, senza letture se non le poche obbligatorie. Finché un giorno, per caso, incontrai la parola di un poeta. Erano I fiori del male di Charles Baudelaire. Fu un incontro folgorante, una chiamata, simile a un’estasi mistica. Quel linguaggio mi chiamava a sé e mi gettava nell’abisso, lasciandomici dentro senza mappe, invitandomi a esplorarlo, a perdermici. Vivo ancora dentro quella parola inesausta.

È quindi questo commuovere, nel senso etimologico del termine; questo portare con sé, spostando chi legge da un posto a un altro; creare un dopo diverso dal prima, ciò che dovrebbe fondare ogni scrittura poetica. Senza temere i sentimenti più profondi, senza eluderli, sfidando il rischio e la malia che questi ci porgono, con consapevolezza. Ecco la soglia da attraversare, ecco come la parola può farsi viatico per l’attraversamento.

Concludo, con un mio testo che esprime in poesia questa ricerca, questo tentativo.

Maree della voce,
santuari del nostro niente,
come fa buio a poco a poco.
Anniversari dell’abbandono
tornate ai vostri giorni, torna
parola che non so da quell’altrove
di lontananze minime e incolmabili.
A un fiato di distanza, a un impossibile da qui
ti cerco. Se muta è la sola
parola che ti chiama, proveremo
a disfare il nostro dire.
Alfabeto disperso, grafema della soglia,
dove sei in questo magma
di sillabe e vocali, in questo Egitto della voce,
in questo niente della sera

da cui non so più quale vuoto mi possiede.
Solo distanze, da qui a un so dove,
soltanto altre parole da varcare
e poi lasciare indietro. Segno del non più,
del non ancora, volto disgregato della sfinge,
Sekhmet, signora degli arredi, del nostro
turbato tempo di cadute.

*

Matteo Galluzzo è nato a Genova il 22 dicembre 1985. Vive a Milano, dove si è laureato in Lettere moderne presso l’Università degli studi di Milano.
A gennaio del 2020, una selezione di sue poesie è stata pubblicata da Lietocolle nell’antologia
Ipoet 2019: Lunario in versi.  Sempre nel 2020, ha esordito con la raccolta di poesie Fehlen, edita da Ladolfi Editore.
Sue poesie sono state pubblicate online su blog e riviste e in cartaceo sulla rivista
Atelier.
Dal 2020 al 2022 è stato co-direttore del blog poetico-letterario
Residenze Poetiche, che ha ospitato nomi noti della poesia italiana e internazionale. Sempre per Residenze Poetiche, ha curato diverse traduzioni di poeti americani e indiani di lingua inglese.
Ha collaborato alla regia e alla produzione del docufilm
Milano è una città – Intervista a Mario Santagostini, pubblicato sulla rivista online Nuovi Argomenti.
A luglio del 2023 ha pubblicato la sua seconda raccolta di poesie “Parlare ai nomi” con l’editore Pequod.

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