Scrivo queste righe in una giornata di fine settembre, mentre l’estate scivola via dalle cose e dal mio corpo e la luce incupisce a poco a poco. Giorni in cui non fa più caldo e non è ancora freddo. Una dimensione liminale, di confine. Uno stare sulla soglia.
Non si può attraversare la soglia semplicemente lasciandosi scivolare da un punto all’altro, ci ricorda Perec, serve una parola magica. Mi chiedo quale possa essere questa parola; questa formula che apre un passaggio o un varco verso non si sa dove.
Ma è la parola per prima a dover attraversare una pluralità di soglie. La soglia come confine, anzitutto, linea oltre cui c’è la condizione dello straniero, dello spatriato. Abitare la propria lingua come una lingua straniera. Per non avere più una lingua madre. Lasciare che le parole, anche le più consuete, brillino sotto una luce diversa. Straniare il linguaggio. Continua a leggere


