
La poesia è una risposta a un impulso atavico che procede dalla fondazione del pensiero e le domande cardine sul senso dell’esistenza e le possibilità della conoscenza. Parte della condizione umana, la poesia è connessa al nostro destino – fragile, precario, incerto. Nell’età arcaica, era attributo degli oracoli degli dei, Apollo a Delfi o Zeus a Dodona, ma prima del pantheon patriarcale, a Delfi, e altri centri, gli oracoli erano di divinità femminili: Gea, dea primordiale della terra, Febe e Temi, sue figlie, una dea dell’intelletto e l’altra della legge naturale. La mediazione fra i piani del terreno e l’ultraterreno, compreso l’inframondo, la decrittazione dei segni della natura, l’esegesi del futuro, la rivelazione degli arcani del passato e del presente, si dava in versi, in esametro omerico. Era chiaro ai greci il valore sapienzale della poesia, espresso nella configurazione di inni, poemi epici e tragedia.
Sul filo di questa breve premessa, direi che sono arrivata alla poesia in modo inevitabile. Scavando nella profondità vertiginosa dell’anima – associata, nell’epica greca al bathús, il fitto della nebbia o l’intrico di un bosco -, cercando di tamponare la ferita dell’essere, la parola poetica è stata rivelatoria, l’unica con la potenza confacente a nuova nascita di me stessa e del mondo come lo percepisco. Ci sono cose segrete di noi che solo la poesia coglie, preserva e rilancia. Nella contemporaneità, intorno a questo genere letterario pesa un giudizio di astrusità, impenetrabilità, tuttavia, sono proprio le questioni nodali della vita che non si riescono a comprendere, in cambio si sentono, e la poesia è strumento di tale sentire. Gli oracoli erano in prossimità di sorgenti, pizie e sibille respiravano esalazioni dal suolo, la loro voce proveniva da distanze labirintiche, la parola affiorava da un luogo viscerale, occulto.
Un altro pregiudizio sulla poesia è quello dell’inanità, dell’infruttuosità, sebbene la poesia non sia né utile né inutile, e si situi oltre queste attribuzioni, non potendo essere paragonata a nulla. È altrettanto ingiustificata, incomprensibile e imprescindibile come la vita stessa. La scrittura, invero, è apertura, libertà, slegata dal concetto di realizzazione, poiché nessun poeta sa dove sta andando. L’unico immediato interlocutore è il pensiero, l’aspirazione sta nell’imitazione di un’immagine mentale innescata prima in chi scrive, e dopo in chi legge o ascolta. In questa accezione, e nella mia esperienza, la poesia è meditazione paziente, distillazione solitaria, indagine filosofica verso un margine di più diffusa intellegibilità dell’essenza pura dell’essere. Scrivere è per me una necessità, un raschiare fino in fondo al barile, nell’aderenza a un appello interiore. Non farlo equivarrebbe alla diserzione al viaggio di Odisseo.
E “Vermiglia goccia”, uscito al principio del 2023, è stato composto in viaggio e come un viaggio. Lavoro di anni, coincisi con spostamenti fisici, che mi hanno portata dal Centroamerica, all’Europa dell’Est, negli Stati Uniti, in Africa del Nord, e di ritorno in America Latina, riflette un impeto nomadico, fatto di rotte geografiche, e al contempo un’esplorazione dell’identità individuale e l’esperire esistenziale collettivo. Lo stesso titolo rimanda al corso naturale e metaforico della vita, le trasfigurazioni cicliche, e la forza rinnovatrice della natura. Fra i grandi temi, le madri storiche e simboliche, rievocate in moto discendente e ascendente; il sangue e l’acqua, come espressioni del potere trasformativo e taumaturgico della natura, che migra di forma in forma; il viaggio come lettura dell’unità della storia spirituale dell’umanità. La prima poesia e l’ultima prosa lirica disposte in un andamento circolare, che apre, chiude, e spinge ancora in avanti.
“Vermiglia Goccia” è anche un viaggio attraverso le fasi del metamito. Noi abbiamo soltanto la nostra vita e la nostra verità; queste non sono date, vanno cercate, e germinano quando riusciamo ad attribuire loro un nome. La parola, che è pensiero, costruisce la realtà. Nella parola poetica risiede il prodigio della creazione: il poeta crea se stesso e ricolloca l’universo. “Vermiglia Goccia” plasma un codice di interpretazione, un ordine simbolico, perché la poesia è un’idea che abbiamo delle cose. La mia parola poetica, dunque, si muove in sezioni spazio-temporali astratte, alla ricerca di un’origine interna a tutte le origini. La poesia è l’uovo cosmico dell’indistinto e porta in sé il tutto e il germe delle sue parti, ma affinché queste diventino altro si deve valicare una soglia. La stesura del libro ha attuato in me alla stregua di un rito di passaggio; è stata cammino e narrazione ermeneutica.
L’impronta antropica capace di insinuare un assetto artificiale nel territorio primitivo è stato proprio il cammino, in un contesto privo delle tracce che lo solcarono con l’agricoltura e gli insediamenti permanenti. Lo spazio decifrato dagli uomini e le donne di quell’epoca era il walkabout aborigeno: vettori di percorso erratico e rudimenti di razionalità geometrica. Questa serie di dati per l’orientamento vennero collegati a eventi mitici e montati in sequenza, passando da un uso utilitaristico dell’habitat legato alla sopravvivenza alimentare a un’attribuzione di significati sacrali e identitari. In “Vermiglia Goccia” creatura e spazio assumono la medesima caratteristica materica, nel corpo umano sono inscritte le manifestazioni della natura, una mappatura che si estende al livello cosmico, sondando l’alchimia dell’equilibrio e la facoltà di nominare, quindi, di contemplare per la prima volta.
Chiunque incontri una soglia, non può rimanervi indifferente, la sua presenza impone il dovere di una decisione. Si può scegliere di restare al di qua, oppure di varcarla per andare incontro all’enigma che si spalanca innanzi. La soglia reca in sé la nozione del passaggio tra noto e ignoto, dell’esperienza e della conoscenza. È un confine che si fa orizzonte. Questi sono elementi del viaggio epico. L’eroe riceve una chiamata, e accettato il rischio del superamento della soglia, con l’ausilio di guide mistiche (nel libro, la madre, la vecchia, la bambina, la grande dea), si sottopone a un numero di prove. Passa per una morte simbolica, che lo conduce all’incontro/rivelazione con il sovrannaturale, e toccato da vicino il punto più alto del mistero, trascende se stesso, per divenire, nell’espressione di Eraclito, unità in un’armonia invisibile. “Vermiglia Goccia” è il viaggio del poeta e della poesia come avventura gnoseologica.
Al di là del tempo, dello spazio e della storia, al di là delle Colonne d’Ercole, cosa c’è? Forse un bagno primordiale di materia oscura, fonte del movimento. Forse un periodico ritorno alla genesi sulla spinta gravitazionale dentro il plasma energetico del cosmo. Forse una stanza della mente, dove si contempla ogni cosa che è stata e che sarà, in un unico istante. Per noi, ai quali nulla è dato sapere, la poesia incarna una modalità di conoscenza estetica e intuitiva, uno stadio superiore di coscienza. Contrariamente a quanto si possa pensare, il sentimento non è importante, la poesia è semmai densità o densità che parla (Milo de Angelis). La poesia affiora per camminare lungo i gradi dell’essere (Pasolini). Così la ricerca poetica fa tutt’uno con la ricerca della verità. Per questa ragione, la poesia, anche quando è contemporanea, è già memoria (Natalia Ginzburg).

La cosa tremenda è che moriremo senza trovare una risposta a queste domande. A meno che, dall’altra parte, ci sia la fonte che ci disseterà…