Avevo lasciato la poesia sui banchi di scuola alle superiori; laureata in Economia, mi sono trasferita in Romagna nel 2002. Sul treno da Conselice a Lugo di Romagna, che toccava tante piccole stazioni, ho scritto la mia prima poesia. Quel giorno, come ogni giorno, le immagini al finestrino si rincorrevano annientandosi una per una davanti ai miei occhi: addosso una fragilità, un senso di precarietà della vita che non poteva perdersi come quelle immagini che svanivano alle mie spalle. Rendere indelebile il disagio provato, dopo aver maturato una sorta di consapevolezza del presente che passa e non torna, è stata un’urgenza. E nella mia testa, prima che sul foglio, ho cominciato a comporre una poesia. Ancora oggi mi chiedo come la poesia sia accaduta, non avendo in quel periodo alcuna frequentazione poetica o suggestioni poetiche a cui attingere.
Avrei potuto adottare come modalità espressiva il racconto, la prosa, il diario; invece ho sentito l’urgenza di scrivere in versi quel senso di precarietà della vita, quella fragilità che sentivo entrarmi dentro. Ed ecco, la poesia accade e interviene a farmi dire quel che in altro modo non potrei dire. O in poesia, dunque, o niente.
La stessa urgenza che, credo, abbia sentito Peter Handke nell’utilizzare un codice poetico per esprimere un concetto di durata che in altro modo non poteva essere espresso. Il suo “Canto alla durata” nella traduzione di Hans Kitzmüller così comincia: “È da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata / non un saggio, non un testo teatrale, non una storia – la durata induce alla poesia […]”.
La poesia nelle definizioni ci sta proprio stretta, per la sua matrice anarchica; ma se dovessi coniugare la poesia ad una parola, questa è sublime, nell’accezione introdotta da E. Burke (Ricerca filosofica sull’origine delle idee del bello e del sublime, 1756) e trattata poi da Kant nella Critica del Giudizio, 1790.
Non voglio entrare in dettagli tecnici, non avendone competenze; i discorsi da affrontare sono complessi e difficili da sostenere, tenuto conto dell’inesplorato, della soggettività dell’arte, di come il concetto di sublime sia cambiato nel corso dei secoli (questo l’ho scoperto solo dopo la mia intuizione), della difficoltà e della necessità di capire se e quanto sia ancora attuale.
Intendo, dunque, questo mio dire, un processo di crescita in divenire, una direzione da seguire e non assioma valevole in ogni circostanza e in ogni tempo.
Parto dal concetto di bello e sublime e dall’evento che mi ha indotto alla riflessione. Preciso che non si tratta di applicare principi filosofici alla poesia, nel suo momento creativo. Non sarebbe poesia porsi domande e trovare risposte (se non a margine). In poesia si vive il sanguinamento e la paura di un’emorragia, si possono perdere i sensi nel senso di viverli a pieno, ma non ci si chiede perché e come uscirne.
Fuori dall’atto creativo, nutro invece la tendenza e necessità a voler incasellare fatti, capire dinamiche. Legittimo, fuori dall’atto creativo e se risponde a una necessità, voler comprendere anche ciò che non ha ragione, non rilevando l’eventuale risultato di tale ricerca.
Sublime, dunque, un concetto che non ho applicato intenzionalmente – non avendone avuta iniziale cognizione, se non nell’accezione comune – ma che ho riconosciuto nella mia poesia. Inizia tutto con la lettura di una poesia di Jaqueline Risset, non ricordo in quale occasione. Un paio di versi nel dettaglio di “Sphère” mi hanno letteralmente attraversata, lasciandomi dubbi su cosa significasse quel “bello” in connessione con la paura “... la sospensione è bella / quel che fa paura è bello…”.
Ho quindi tentato di tradurre quei versi e il concetto che esprimevano in qualcosa di concreto, ma come può la bellezza fare paura? In effetti, lo scatto di Nick Ut sulla bambina nuda che corre arsa dal napalm mi strappa ancora il cuore dal petto: possiamo parlare di scatto sublime – non c’è che dire, ha vinto il Pulitzer – ma quale orrore è stato rappresentato! Dunque, ancora una volta l’arte che traduce l’orrido in qualcosa non solo di accettabile al nostro sguardo, ma in un piacere disturbato, in estasi e nel contempo ribrezzo. Ciò accade anche di fronte ad opere pittoriche: mi viene in mente una qualsiasi raffigurazione della decollazione di San Giovanni e quante volte mi sono trovata a esclamare meraviglia di fronte alla rappresentazione di tanto orrore.
Fotografia e poesia sono le espressioni artistiche che in questo momento sono attraversate dalla mia idea di sublime.
Dapprima qualche lettura generica, poi qualche libro dedicato e da qui il mio avvicinarmi al sublime e al suo sentirlo necessario in poesia che, quand’anche avesse in sé un solo elemento disturbante, potrebbe rientrare nel concetto di sublime (non mi riferisco al contenuto disturbante di certe poesie decise a tavolino – oggi scrivo una poesia sulla guerra o sulla violenza di genere – mancando di autenticità quel gesto indotto dalla ragione e forse finalizzato al plauso per la tematica affrontata, e non dall’attraversamento del dolore).
E, avendo riconosciuto un’appartenenza dei miei testi della plaquette “Le case con gli occhi verdi” al sublime, ho deciso di introdurre gli stessi con i due versi di Risset.
Bello e sublime: due concetti nettamente diversi. Il bello è l’armonico, il misurato, composto “a regola d’arte”; il sublime si ravvisa in tutto ciò che è eccessivo, ignoto, incommensurabile: l’abisso e il vuoto, gli spazi immensi ma anche i boschi, il silenzio assoluto e il buio, le altissime montagne.
Sono belle, scrive Kant, le aiuole di un giardino, sublimi le alte querce; bello il giorno, sublime la notte. Poche parole che mi permettono chiaramente di collocare la mia idea di poesia nel sublime.
Ciò che mi sfuggiva era appunto il senso di sublime nell’arte in genere e nella poesia: intanto il sublime è nell’oggetto o nella sua percezione? Ci sono criteri precisi in grado di poter individuare il sublime in una poesia? Di fronte, ad esempio, alla Divina Commedia, qualcuno può ritenere l’opera lontana dal sublime?
Nel percepire un piacere disturbato o semplicemente il disorientamento per il suo essere non misurabile, incasellabile secondo criteri oggettivi universalmente e in ogni tempo riconosciuti sta forse l’essere sublime della poesia? Entrare in un bosco dà l’esatta percezione di quel che voglio dire. L’emozione per la straordinaria bellezza, l’armonia e la verticalità allo sguardo, ma anche la paura di addentrarsi, dell’ignoto, la percezione della nostra fragilità di fronte all’oscuro.
Ma quando si parla di percezione, necessariamente si riconosce la soggettività del sentire. Ecco, oserei dire che sublime è la poesia, per l’idea che ne ho.
Per il poeta, costretto a stare di fronte al precipizio, a temere la caduta, senza poterne fare a meno, perché è proprio in bilico che scaturisce la creatività che lo identifica. È nello scontro fra sentire e ragione che si colloca la poesia che non ha connotati precisi: è materia e antimateria – dunque energia – profondità e scavo – dunque paura; è la corda a cui mi aggrappo – mi salva – è la stessa che mi si stringe al collo e mi attenta.
Per il lettore, perché sublime non dipende solo dalla qualità dell’oggetto contemplato e non è semplice appagamento dei sensi, ma scaturisce dalla sua disposizione d’animo, provocando spesso in lui emozioni ambivalenti, mai le stesse, o la sensazione di sentirsi sensibilmente piccoli di fronte al mistero imperscrutabile della poesia.
Ma il sublime in poesia ha sempre la stessa intensità?
A ritroso, da sublime a elemento di disturbo, a inciampo. In un testo contenuto nella mia ultima raccolta scrivo che “occorre che il cammino faccia rumore / la traccia silenziosa viene dimenticata”. Nella poesia, che sia lirica o meno, costretta a legacci o in verso libero, ciò che fa la differenza è l’inciampo. Non ricorderemo della strada che sempre percorriamo, che quell’unica volta in cui siamo inciampati in un sasso o in un passo. E così, una parola, la disposizione di un verso, un’immagine insolitamente significativa ci trattiene sul segmento del verso, proprio come se avessimo inciampato, rende indelebile quel verso e quella poesia e il mistero di come ci si possa sentirne attratti e poi centrifugati. Una tendenza al sublime.
Abbiamo l’intuito o la predisposizione a riconoscerla, ci arroghiamo il diritto e a volte la presunzione di dire dove abita e dove manca, ci ostiniamo a rincorrerla anche quando non vuole manifestarsi, ci sorprende quando non ci aspettiamo che possa esserci. Quel che più mi interessa non è capire cosa precisamente sia – seppure i tentativi ci siano anche in tal caso – ma chiarire il rapporto con essa che si traduce nella continua ricerca del giusto compromesso tra la curiosità, l’urgenza di scavare a cui la poesia mi induce, e la necessità di sopravvivere a quello che potrei scoprire.
La poesia accade e non è mera rappresentazione dell’accaduto, occupando nella mia vita uno spazio e un tempo. Il tempo della cattura attraverso i recettori sensoriali di ciò che vedo, annuso, ascolto, tocco – il mio corpo è il confine valicabile tra ciò che ho dentro e ciò che sta fuori; non tutto ciò che vivo si tradurrà in poesia: ruolo fondamentale dell’intuizione è filtrare (non è una scelta ragionata, intendo dire) solo ciò che sente suscettibile di elaborazione poetica e che non è già di per sé poesia. Non sono alla ricerca della poesia, ma attendo che accada.
Poi il tempo della masticazione dell’accadimento sensoriale con la saliva di emozioni e sentimenti, di idee inconscie e oniriche che vengono risvegliate dall’esperienza; un tempo del tutto intimo, come quello della traduzione in versi – amo molto questo termine traduzione ad intendere un linguaggio sensoriale che viene tramutato in un altro fatto di segni, attraverso l’uso consapevole delle parole e degli spazi, del detto e del non detto. Tuttavia ritengo che il processo poetico (non la poesia) sia concluso solo quando arriva al fruitore e si ha una sorta di riconoscimento della poesia che ci mette in relazione nuovamente col mondo.
Ciò mi induce ad intendere la poesia come un processo in transito, intimo e nel contempo sociale, di interazione tra due realtà tenute distinte ed unite attraverso il corpo e la parola; un viaggio sempre diverso, oserei dire, che consente di spostarmi verso un altrove, uno spazio dove mi raggiungo: luoghi reali ed immaginati nei quali comprendermi in una modalità fino ad allora sconosciuta. Un viaggio alla ricerca di ciò che si nasconde, che richiede la necessità di acuire i sensi, di staccarmi dal gesto ripetitivo e quotidiano per acquisirne consapevolezza ogni volta che lo compio.
Il mio primo libro di poesia Fragile, edizioni LunaNera, risale al 2017; nel 2021 su invito di Antonio Castronuovo, viene pubblicata con Babbomorto editore la plaquette Le case con gli occhi verdi; nel 2022, Decostruzioni e ricostruzioni. Esercizi allo specchio, RP libri, scritto con Rosanna Spezzati.
Ho partecipato a diverse antologie con poesie e racconti per bambini; alcuni miei testi poetici sono stati ospitati su riviste e blog e tradotti in rumeno e spagnolo.
Dal 2018 scrivo di letteratura su blog dedicati e dal 2020 collaboro all’organizzazione di eventi culturali.
Sono prossima a pubblicare Fegato in cartolina. Je vais te dire un secret che da inedito ha ricevuto segnalazione al Montano nel 2022, premio della Critica all’InediTo Colline di Torino 2022 e primo premio assoluto al premio Sergio Corazzini. Il Convivio 2023.


Poesia è un fare/disfare per amare/odiare e sentirsi in croce, come direbbe Catullo. Un corpo martoriato che cerca pace nel suo Io più vero e profondo, dove i fogrammi si mescolano e occorre per vivere e sopravvivere cercare il ritmo fisiologico, la melodia sublime, l’armonia più congeniale alla nostra anima. La parola che salva. Il mantra che ci accorda con la vibrazione cosmica.