La parola ai poeti. Danila Di Croce

Provo a fuggire la tentazione di aggrapparmi (nascondendomi?) alle parole di chi m’incanta quando dice della poesia, del suo fuoco e del suo segreto. Dal momento che mi viene offerta questa opportunità, devo parlare arresa, anche e soprattutto alla mia inadeguatezza. Prendo solo come torcia quella che oggi mi si accende tra le mani (ché l’istante è fatto per dimenticare il caso): “Di un appello trattenere soltanto la purezza dell’intenzione” (E. Jabès). Per lavorare di rinuncia, dunque, di sottrazione. Non è cosa di questo mondo la purezza; l’intenzione vacilla. Ma c’è un appello che risuona forte e insistente, precede la consapevolezza o l’ignora, si volge a un’amata solitudine gelosa del suo bene affinché possa svicolare dai confini stretti della soddisfazione. Per quanto mi riguarda, è principalmente un appello a contemplare e ad affinare lo sguardo, prima ancora che la voce. Ci viene data la parola. Di chi è la parola? La parola ai poeti. Non la parola dei poeti. Bello che ci sia il termine e non la specificazione. Perché la poesia chiede in primis attenzione, ospitalità, cura in chi la legge e in chi la scrive; e rifugge dai dettami di un’appartenenza: è un affido da custodire e vegliare. In genere, ci si accorge solo del suo arrivo, mai interamente e definitivamente del suo mandato: non obbedisce a mappe, canoni e disegni preordinati. Però conduce. Lo fa nei modi e nei tempi più disparati: ogni accento cerca un solco su cui impiantarsi, impara il suo continuo ritorno in quell’a capo che rivolta la fatica e la bellezza del dire. E poco importa della faccia che abbiano i poeti, del loro modo di camminare, dei loro amori: che diventi nome ogni sguardo, ogni passo sia teso a coniugare il timbro delle ore. Vada avanti unicamente questa lenta spirale di accensioni e cadute. Indietro ogni altra presunzione, l’inconsistenza di ogni vanto.

C’è un esodo da compiere, che tutti ci fa simili: ci esilia dal recinto angusto delle nostre case, a volte persino dalla tela della storia. E la parola se ne fa carico, la poesia è offerta e invito, con quei quattro sassi da tenere nelle tasche del cappotto, così, solo per non sbandare. Se poi intorno s’alza forte il grido del vento, è perché reclama pure lui la sua salvezza, perché il silenzio non riempie altri spazi che non siano le mosse minime del respiro. Da lì procede l’universo di questa così fragile esplosione. E ha la sua destinazione a cui tornare. Anch’io la cerco. Da quando ho percepito il fascino della poesia, intorno ai 6-7 anni, pur non avendone coscienza: può darsi che mi abbia attratto il gioco serio delle parole lette o dette a perdifiato, proprio come nell’affanno di una corsa, col suono che rimbalza nell’orecchio e il suo corposo dinamismo che trascina. E ancora oggi, di fronte a un testo poetico, provo a cogliere il ritmo che gli è proprio, la musica che lo traduce. Con gli anni, poi, ho avvertito sempre più l’urgenza di addentrarmi in quell’avventura conoscitiva che spesso la poesia promette senza soddisfare pienamente; e la pena si fa nuovo incendio da attraversare, un lento edificarsi di domande che reclamano non tanto un responso, quanto quella responsabilità che ogni poeta (ogni uomo) non può non avvertire verso gli altri: tremendo pensare che delle tante parole pronunciate dobbiamo rendere conto! Lo sforzo è quello di mettere a decantare memorie, visioni e vicende che mi vedono coinvolta o spettatrice; ciò che mi attrae è la postura della vedetta, lo sguardo indirizzato a una bellezza spoglia e disadorna, che come in-fante (incapace a dire) insisto a proferire, sapendo che al contempo mi è richiesta l’onestà di non barare. Sebbene ancora a tratti io mi illuda di esercitare la compassione, di interrogare il mistero, d’invocare l’indicibile, questo è ciò che di più importante ho intravisto: davanti, prima, oltre la voce di chi scrive è altro ciò che deve nascere. Altro è chiamato a durare. E inevitabilmente si arretra.

La mia vergogna è non avere altro
da cantare se non il rapimento
dell’oriente, del sole che accende
gli occhi e della luce fa una spada.

E so che il mondo attende il pieno
compimento, la verità puntuale
dei sogni e del dolore.
                      Pure assesto
bene la pronuncia, il tono: ne provo
a sillabare il senso perché non sia,
quella luce, lo smacco di un miraggio,
l’arazzo ordito da un abbaglio cieco.

È che in poesia la strada ha svolte
impreviste: non sospetta l’incrocio
dei responsi e delle risoluzioni
e quando arriva cede il passo al verde
di un sentiero

               da calpestare a piedi
– col frinire dei grilli a corteggiare
la sera (un notturno canto nuziale),
le ali sclerificate, intente
però a saltare verso la promessa
di un sole così tremendamente
ostinato, così disposto a nascere,
a est d’ogni cosa, di nuova luce.
(da Ciò che vedo è la luce, peQuod 2023)
10

Un pensiero su “La parola ai poeti. Danila Di Croce

  1. Rosaria Di Donato

    Forte e decisa la parola di Danila Di Croce si fa ascolto e dettato, ritmo e preghiera, canto e silenzio: la luce della poesia non è riverbero né miraggio ma fonte diretta che rischiara i versi.
    Auguri!
    Rosaria Di Donato

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *