La mia esperienza con la parola è legata al teatro, in particolare alla drammaturgia, di cui mi occupo da circa vent’anni. Nel frattempo, in maniera non continuativa, avevo praticato veloci incursioni nell’ambito della poesia.
Solo più recentemente, a partire dal 2020, in un periodo in cui mi dedicavo alla raccolta e cura delle poesie di mio padre, ho in parallelo iniziato a ripercorrere quei miei sporadici tentativi in versi. Ho così avvertito la necessità di individuare i nuclei, i fili non sempre immediati – forse per il carattere di discontinuità con cui avevo frequentato questa pratica di scrittura – che collegavano tra loro i diversi componimenti; ma che evidentemente, sottopelle, esistevano.
È stata una ricerca che, nel suo farsi, ha generato nuove composizioni: è nata così la silloge “Oggi ti sono passato vicino” (Ensemble edizioni). Titolo dettato dal lavoro che andavo facendo sui testi di mio padre e sui miei – scritture che si sfiorano, che veicolano la necessità e la possibilità di incontri padre-figlio su un altro piano, quando su quello fisico e quotidiano non è più concesso –; e che porta inoltre il segno di un periodo che è stato particolarmente difficile per tutti – quello della pandemia –, in cui la distanza tra i corpi ci ha spesso condotto a cercare altre modalità di reciproco avvicinamento.
È una scrittura che porta con sé tracce di anime, registri ed esigenze espressive in alcuni casi anche molto differenti; ma che – sia che si tratti di un testo più intimo o di un componimento che fa “parlare gli oggetti”, piuttosto di uno che ha radici nella scrittura per la scena o invece nell’essenzialità che ricorda quella degli haiku – credo abbia nella ricerca di un dialogo, di un incontro, di una relazione vitale, la matrice comune.
Giorno cinque
È questo il nostro tratto comune?
Questo ritmo del pensare a volte lento
e ingarbugliato – ma sempre in cerca
di un’uscita, uno spiraglio di luce –
che poi si fa veloce, frenetico…
a tratti s’apre e ogni cosa intorno
abbraccia in violento turbinio.
Lo senti? Tutto sbatte, le porte
le finestre: ogni angolo di casa
s’è animato e gira al ritmo del
pensiero fatto canto. E mi vedo
e ti vedo, in questo giro di vita,
a ballare un ballo strano, personale:
non ha un che di fanciullesco?
(dalla sezione “Oggi ti sono passato vicino” dedicata a mio padre, che dà titolo alla silloge)
Dice Ipazia
Sono già morta
almeno così sembra
o è tutto morto intorno a me:
la città
andata a fuoco
un teatro fatto a pezzi
la sua pelle, aperta:
e io sono viva
di una vita che non conosco
che non so dire
che non so ancora misurare
Di chi è la voce che dentro di me
ancora parla?
Chi sono io, chi siete voi: vivi che
vogliono diventare morti, morti
che vogliono diventare vivi?
Forse per questo siamo qui insieme
in questa terra di nessuno
in questo tempo che non c’è
io e voi come una stessa cosa:
per non dimenticare, dice Ipazia
Che quei punti, quei puntini di luce
sono i frammenti di un’unica grande
immagine senza tempo
Che questi suoni, queste note, sono parte
di un’unica nota più alta
Ma quale sia questa immagine
quale questa nota
non ci è dato per ora ricordare
E io ora vorrei solo morire
ma morire davvero, morire
tutta, dice Ipazia
Che i pezzi di me, ogni mia singola
parte ritorni al tutto
Tutti i numeri all’Uno
l’acqua dei fiumi dei mari dei laghi
alla sorgente, le curve
della spirale all’unica origine
alla madre che non ho conosciuto.
*
Tommaso Urselli è autore di teatro. Tra i suoi lavori rappresentati e pubblicati: ”Contest. Parole in corsa per Hassiba Boulmerka” (produzione Centro Asteria); “Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre” (prodotto in collaborazione con Massimiliano Speziani); “Ipazia. La nota più alta” (produzione Pacta dei Teatri); “Boccaperta” (Teatro Periferico). “Oggi ti sono passato vicino” (Ensemble Edizioni) è la sua prima raccolta poetica.
Blog: https://tommasourselli.wordpress.com

