Lo stato dell’arte. Sarah Talita Sivestri

La caduta di Adamo è l’unico evento storico dell’Eden, dice Cioran, e se ce ne fosse ancora un altro? E se accettassimo l’atto demiurgico congiunto a Dio come fatto incipiente per spiegare l’arte, la poesia?

A tal proposito Giovanni Ibello in una recente intensa intervista per Pangea ha detto: «la poesia esiste perché esistere è nel suo destino».

Adamo partecipa alla creazione quando Dio si appropria di una sua costola, un suo osso, e dunque presenzia assieme a Lui, per volere divino. 

Pur contribuendo all’atto creativo l’uomo non è il solo artefice, è coadiuvato da una mano più potente che lo elegge, e il fatto stesso che l’Assoluto si serva di un essere che in seguito alla caduta diverrà mortale, ne segna per l’eternità la sua natura in grado di creare, di poiesis.

Fatta questa premessa che rende ineludibile il destino di uomo e poesia, e premesso che la creazione resta un miracolo, atto intoccato dalla caduta e dal declino successivi, dalla mortalità terrestre che segna la storia umana, credo che lo stato dell’arte sia lo stato inderogabile dei nostri giorni come dice un passo dell’Ecclesiaste: «Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo».

I tempi presenti non sono mai buoni per chi li vive, penso sia parte dell’esistenza.

Mi viene in mente un versetto del profeta Abacuc che dice: «Ho udito e fremette il mio cuore, a tal voce tremò il mio labbro, la carie entra nelle mie ossa e sotto di me tremano i miei passi.» 

Vivere è difficile, accettare lo scarto, accettare di non essere Dio.

L’arte rispecchia i tempi e ogni tempo accatasta la vera arte da un lato, quella che resta, che è rara e mai prolissa e le pantomime dall’altro, le vestali del ridicolo, le soubrette coi soldi di papà, i superpoeti coi superpoteri. 

Ci sono tanti eunuchi della poesia oggi come ieri, dopotutto essere il sostituto di Dio, ecco l’ambizione costante dell’uomo.

La poesia che sento non è così meschina da godere dell’autocompiacimento, il quale invece, appartiene solo ai poeti e nello specifico alla dimensione umana e sì, l’arte dirà sempre qualcosa, fino alla fine, fino all’ultimo fiato dell’ultimo uomo sulla terra, ma parla e parlerà senza fare baccano, in pochissimi la udranno. 

La poesia non è uno strumento e ancor meno aiuta a trovare una strada: potrebbe essere un ordigno innescatosi nello stesso momento in cui un alito divino soffiò nel primo uomo fittile, d’altro canto “la strada” della poesia, se così vogliamo definire l’alveo dentro cui fluttua, non è qualcosa che la volontà umana può decidere di cercare e trovare, poiché il movimento è contrario: è la poesia che si muove verso l’uomo che ha occhi per vederla.

Per questo nutro riserve quando sento di editori santoni che si prodigano di editare versi altrui per renderli poesia, per migliorarli come se fossero essi stessi il rabbi venuto a zappettare attorno all’albero affinché dia frutto.

Per questo per me sono insensati il trambusto e l’affannarsi dei poeti di oggi, questa ricerca di affermazione, la pretesa smodata di voler essere letti, di voler esserci. 

La poesia non dà speranza, dà consapevolezza del presente che non è migliore né peggiore, è solo il presente dell’uomo, limitato e costretto, coi suoi cristi e i suoi carnefici.

La dimensione che si può migliorare è quella intima, profonda, ciascuno dovrebbe lavorare in quella profondità propria, si può migliorare se stessi, togliere le travi dagli occhi.  

Sperare è nella natura umana e può svelare il senso, la fede fa sperare e la poesia si colloca ad un preciso incrocio, lontano dalla preghiera speranzosa e lontano dalla sfiducia: in un limbo dove si accende una miccia, a metà strada tra la parola umana, la disperazione, il miracolo e la voce di Dio.

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