Lo stato dell’arte. Giovanni Nuscis

Ritengo che la poesia possa dire ancora molto, perché molte sono le voci, le sensibilità, i temi e i registri che essa può esprimere; per ragioni diverse, motivando così a leggerla. Poesie acute e ironiche come quelle di Patrizia Cavalli, o lievi, giocose, di pura grazia come quelle di Vivian Lamarque, o quelle calate nel mistero della vita (Emily Dickinson), o nell’immane tragedia della Shoah e nell’oscurità del dolore (Paul Celan); oppure quelle etiche, che alludono a una società disumana e ingiusta (David Maria Turoldo, Pier Paolo Pasolini). Per fare qualche esempio. Poesie, le anzidette e molte altre, classiche o recenti, che continuano ad attirare lettori anche se con numeri non paragonabili a quelli della narrativa, e, ancor meno, a quelli dei fruitori di altre arti. 

Si scrive poesia per amore della scrittura, perché questa forma d’arte ci consente di esprimerci utilizzando il suo linguaggio peculiare diverso dalla lingua standard; si scrive per capire sé stessi e il mondo intorno. Si scrive a volte con sentimento di sacralità, di rispetto profondo della parola: perché sia vera, precisa, rinnovata: soprattutto nell’unirla ad altre, dando vita a piccoli mondi coerenti, talvolta, magistralmente perfetti. 

La poesia per arrivare al lettore richiede non di rado qualche passo verso di essa. Ma se ciò non avviene, non è la sola ragione per cui i potenziali lettori restano distanti da essa; né la colpa è delle arti “concorrenziali“ come la musica e il cinema. C’è in realtà un tendenziale rifiuto della complessità in quest’epoca di distrazione diffusa e voluta, tanto più se la poesia è caratterizzata da concentrazione e polisemia, da richiami intertestuali, da contenuti etici e sociali. 

Bisogna d’altro canto domandarsi se è giusto pretendere dal lettore tutta la sua attenzione e pazienza, se questi non ne riceve in cambio una gratificazione anche minima. 

C’è poi il pregiudizio per la letteratura e per il genere poesia, che spesso radica nei giovani durante il percorso scolastico, per difetto di adeguata programmazione e didattica. 

C’è infine, come si dice da anni, la proliferazione della poesia e la sovra esposizione degli autori sulla rete e negli eventi pubblici, e una massiccia produzione libraria spesso senza alcuna selezione, favorendo così più che la qualità l’intraprendenza personale e la capacità di aggregazione e di interscambio all’interno di cerchie amicali (con recensioni e interviste nei tanti spazi webbici e nei social). Un fenomeno inflattivo che rende spesso meno visibile la buona poesia (concetto, naturalmente, opinabile), generando diffidenza per il genere e minore propensione alla sua lettura. 

Le considerazioni anzidette non sarebbero di buon auspicio se non tenessimo presenti le alte espressioni del genere che hanno segnato la storia della cultura italiana e quella universale, facendo sì che essa sia ancora letta ed apprezzata da un buon numero di persone. 

Se la parola ha ancora molto da dire è perché essa, col suo potenziale combinatorio pressoché infinito, seguirà il destino dell’uomo, dando forma a pensieri e sentimenti, alla bellezza del mondo e allo sguardo che lo reinventa; ma anche al dolore, alle ingiustizie, alle speranze ancora vive. La poesia sa dire il nostro tempo e quello eterno; in tal senso, genera consapevolezza; la poesia inoltre rinnova sé stessa, spesso impercettibilmente, nascosta nella vastissima quanto eterogenea produzione e promozione. Sono e saranno l’autenticità, l’originalità, la quantità e qualità di mondo entrata nei versi a fare la differenza, attirando così attenzione e ascolto. 

Se in qualcosa la poesia potrà migliorarci non avverrà in modo diretto attraverso parole assertive, retoriche, ammaestranti, ma suscitando in noi sogni, intuizioni, nostalgie d’una bellezza già vissuta che continua a restarci dentro, come modello e aspirazione. Scriveva T. S. Eliot nel suo saggio “La funzione sociale della poesia“ (Bompiani 1993): “Il pubblico è talvolta diffidente verso ogni poesia che abbia un fine determinato (come avviene per esempio quando il poeta sostiene opinioni di carattere sociale, morale, politico o religioso) e tanto più facilmente conclude che non è poesia quanto meno condivide le opinioni in essa sostenute.“ (Eliot afferma nello stesso saggio che le due funzioni sociali della poesia sono: quella di “recare diletto“ e quella di saper esprimere “esperienze nuove o un’interpretazione diversa di quelle già familiari“; e la “rappresentazione di qualche cosa che abbiamo provato ma non sappiamo come esprimere e che estende la nostra conoscenza di noi stessi o affina la nostra sensibilità.“ Conclude affermando che “Se la poesia non raggiunge questi due effetti si può soltanto dire che non è poesia.“)   

La poesia dunque orienta, ma lo fa indirettamente, dal profondo, rafforzando valori umani ed estetici, muovendoci verso la ricerca del mistero della vita e della morte, del senso ultimo delle cose.

Come autori e come lettori, la poesia ci induce a un costante lavoro introspettivo, a un confronto coi nostri simili e coi maestri del passato e dei nostri giorni, per seguire la nostra via, trovare un nostro assetto di fronte ai problemi e alle incertezze quotidiane; ciò richiede apertura e ascolto, comprensione e rispetto dell’altro e delle diversità che ci caratterizzano. Il mondo siamo noi, anche noi, pur minuscoli, fragili, imperfetti. Le nostre vite, le nostre opere possono così aiutare, in una qualche misura, a risvegliare la speranza e la fiducia in un presente migliore, non ostante la follia e le scandalose ingiustizie sociali. 

Un pensiero su “Lo stato dell’arte. Giovanni Nuscis

  1. S&R

    suscitando in noi sogni, intuizioni, nostalgie d’una bellezza già vissuta che continua a restarci dentro

    Una chiave bellissima, la maieutica rimane la via più efficace per far emergere la verità più intima, quel “fondo dell’anima” che per i mistici indicava la parte più profonda e autentica del cuore umano.

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