Lo stato dell’arte. Guglielmo Aprile

Nell’India dell’età Gupta (IV-VI sec. d.C.), si assegnava all’arte il compito di rendere l’uomo consapevole del divino insito in lui, e dell’esistenza di un potere invisibile di cui tutti i fenomeni tanto fisici quanto psichici sarebbero manifestazione; se nel cuore della natura umana vi è un nucleo atemporale, non scalfibile dal mutare delle condizioni storiche, tale finalità non dovrebbe considerarsi obsoleta nemmeno oggi: lo sguardo poetico sul mondo rimanda, anche in maniera inconscia, all’intuizione di una coscienza trascendente (il “Sé di tutti gli esseri”, secondo il Bhagavad-Gita), sullo sfondo della quale le multiformi apparenze danzano, simili a immagini variopinte ricamate sul velo sempre ondeggiante di Maya.

A partire da tali forse pretenziose premesse teoriche, ogni gesto creativo svolge un servizio di carattere spirituale: rivelare il mondo come grandiosa e nascosta teofania; illuminare quello che i Greci definivano Kosmos, l’armonico disporsi delle cose secondo un giusto ordine; cogliere tra le pieghe della temporalità l’irradiarsi della bellezza, il riverbero della cintura d’oro di Afrodite. In questo senso sì, la poesia agisce sull’Anima Mundi: contribuisce a lottare contro l’ottundimento, l’atrofia del senso della meraviglia; e scaglia il fulmine che manda in pezzi il demone, quella cappa che anestetizza la vita e riduce gli individui a burattini del nulla, fantocci dai movimenti automatizzati, zelanti esecutori delle istruzioni impartite dal termitaio sociale. Invece, non concepisco l’engagement in termini marxiani: la presunzione di indirizzare le coscienze sui binari di una certa ideologia, di credere la scrittura depositaria di aspettative di miglioramento civile o investita di un ruolo pedagogico nei confronti della collettività: l’opera letteraria deve mantenersi pura, immune da collusioni con bandiere e slogan elettorali (che spesso mascherano un tornaconto per chi se ne fa megafono, fungendo per lui da tessera di partito…). Io intendo l’impegno su un piano più elevato: il poeta è un guerriero, un cavaliere di quell’impero che ha come mura e bastioni i vulcani e le cordigliere e le piste tracciate dalle nuvole come confini tra le sue province; avrà come compagni Empedocle e Plotino, Ficino e Vico, i Sufi e i maestri della Shechinà, e i pionieri e i marinai e i cercatori di Eldorado, ma non certo lo stuolo dei ricamatori di parole che gracida nelle collane editoriali del momento. Abbracciai con sincero slancio queste convinzioni, ma ero giovane; me ne sono ritratto, anche per la paura che mi potessero trascinare verso un delirio; mi sono reso conto di non essere all’altezza di una sfida di tale portata missionaria. Si tratta di idee perdenti: il presente storico marcia in un’altra direzione, quella della indifferenza al sacro. Una poesia come quella che sognavo io è, in un’epoca come questa, impraticabile: i suoi presupposti culturali sono incompatibili con la mentalità corrente, dissonano rispetto ai temi intorno ai quali l’umanità di oggi concentra il proprio interesse. Ho provato a ribellarmi al nichilismo; ma la piovra è stata più forte di me, e mi ha inghiottito tra le sue spire. Si può scrivere finché si trascenda il contingente e si consideri la miseria dei propri casi personali da una prospettiva contemplativa: esprimersi ha un effetto catartico, eleva dalla prigione egoica mediante uno sforzo che apparenta il poeta all’asceta; ma le frustrazioni, i passi falsi, la mancanza di dialogo coi propri simili, e soprattutto quella tremenda sensazione del tempo che se ne va, con tutto il suo carico di occasioni di felicità colpevolmente lasciate passare, alla lunga obbligano a una resa, mettono di fronte a uno smacco esistenziale. Sono condannato alla rinuncia, ho abiurato all’illusione di sentirmi il prediletto dalle costellazioni, il confessore del libeccio, l’esegeta di un intraducibile segreto scritto sui costoni di arenaria dei promontori come nelle venature di una foglia di platano. Forse uno come me non fa nemmeno testo: non ho autorità per pronunciarmi su una questione così cruciale, visto che non esisto per la comunità letteraria, al contrario di tanti suoi più degni e riconosciuti membri, che tengono così tanto a farsi notare, come se all’universo importasse qualcosa dei loro ghirigori verbali; alla fine, anche la poesia è una delle tante forme di schiamazzo che l’uomo inscena per dare al suo fugace passaggio terreno un’importanza che oggettivamente non possiede: maturato questo micidiale sospetto, una cupa ironia avvolge inesorabilmente ogni mio tentativo di trovare un qualche senso al gioco di comporre parole su un foglio, come a quello della schiuma che sfoga i propri soliloqui sulla pagina di uno scoglio dimenticato.

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