Lo stato dell’arte. Nicola Vitale

Le domande e ipotesi poste come interrogazione collettiva sulla poesia, in un confronto che ritengo oggi fondamentale, aprono necessariamente a una domanda di senso, portando il discorso su un piano non solo letterario, ma esistenziale e filosofico.

A questo proposito Severino scriveva in Essenza del nichilismo:

“L’occidente è una nave che affonda dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione e non si vuole discutere che di problemi immediati, là dove sono presenti gli strumenti per soluzioni immediate.
Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?” (1)

Così è nella civiltà occidentale, nella cultura in genere, e in particolare nelle arti.

Da una parte si fa finta di nulla per incrementare il mercato, o quantomeno non alimentare nel pubblico il sospetto di una crisi, controproducente per chi vuole fare affari e per chi vuole emergere.

È la schiera dei rassicuratori, che con discorsi morbidi cercano di lenire nel pubblico ingenuo l’angoscia del vuoto, di dare una illusione di senso. Poesia, narrativa e le arti in genere diventano intrattenimento, come la maggior parte di ciò che è pubblico, o nel migliore dei casi, farmaci lenitivi, parole di vaga speranza nel sentore di un futuro minaccioso. 

Come, dall’altra, si continua la speculazione analitica di élite culturali sempre più isolate, che cercano di dare senso alle arti seguendo intellettualmente i dettami di un divenire che, nella scissione tra sensibilità e intelletto in cui viviamo, tende a svuotarsi, trasformandosi in mode culturali. 

Ma come afferma Severino vi è una posizione radicale, che pone il problema dell’essenza. 

L’arte e la poesia hanno nel passato avuto una funzione inalienabile dall’esistenza umana: riportare il senso a una pienezza che il linguaggio discorsivo delle parole necessariamente scinde per creare un senso razionale monologico, su cui è fondato innanzitutto li senso pratico di ogni civiltà, ma che in occidente ha assunto un carattere totalizzante.

La questione è semplice ed evidente. L’occidente ha dal suo inizio costruito una mappa astratta per prevenire l’esperienza concreta perché espone costantemente a fatica, sofferenza e morte. 

La verità è tradizionalmente l’ipotesi di adeguamento tra descrizione del mondo e realtà. Ma il cerchio si è chiuso in modo completamente imprevisto: piuttosto che continuare a cercare una verità del mondo (che esista o non esista), si è adeguato il mondo al paradigma astratto grazie alla tecnica che, come sosteneva Heidegger, non è altro che la materializzazione della metafisica, che ha ingabbiato la realtà ridurcendola al paradigma monologico, per controllarla e sfruttarla. 

Ma la poesia, e le arti in genere, hanno sempre esulato da questa necessità di verità in quanto non hanno mai evitato l’esperienza concreta, non hanno mai proteso a una semplice descrizione del mondo su un piano astratto, ma invece tendevano a una sua ricostruzione dall’interno, attraverso le fonti della vita stessa, le materie, le energie che la costituiscono. Ma tale iter di realizzazione e conoscenza ha alle spalle un mondo di esperienza vasto e profondo tramandato nei secoli, in cui esistenza e arte erano inscindibili. Un mondo di realizzazione umana oggi pressoché scomparso, sostituito dalla esegesi critica. Ma l’idea che l’arte sia spiegabile su un piano monologogico è solo l’ultimo campo di dominio del paradigma razionale che vuole ingabbiare e dominare tutto. Non che non si possa parlare dell’arte (come sosteneva Wittgenstein) ma quando l’arte non viene solo semplicemente interpretata da un paradigma filosofico e storico critico, ma viene, come succede ormai da diversi decenni, realizzata con gli stessi criteri di quel paradigma, allora non abbiamo più arte, ma storia, contenuti, stili, tematiche, forme retoriche, ecc. La percezione estetica viene ridotta ai suoi frammenti, visti dal paradigma che ci è consueto e che abbiamo ipostatizzato.

Ormai da troppo tempo non siamo più abituati ad affrontare la vera realtà, chiusi in un mondo iper protetto e predeterminato, con la conseguenza della perdita del rapporto con l’essenza. Apparentemente non soffriamo, ma ci troviamo sospesi su un vuoto, privi ormai della realtà stessa da cui eravamo nati e da cui sono nate le arti, come autentica testimonianza dello stare al mondo.

Hegel sosteneva che nell’età della conoscenza l’arte perde la sua funzione, relegandola a “cosa del passato”. In effetti ciò si è realizzato nel nostro mondo. Non abbiamo più bisogno di arte, ma di intrattenimento, cioè di una finta arte che lenisca la sofferenza dell’assenza di senso.

Tuttavia stiamo scoprendo che il percorso dell’occidente si esaurisce in questo gap, la civiltà moderna elimina l’esperienza per non soffrire, ma senza l’esperienza autentica, inseparabile dalla sofferenza, la vita non ha senso, dunque si rimane in stallo in questa contraddizione.

La poesia (e l’arte) non muore come sosteneva Hegel ma si rifugia nelle coscienze che accettano il proprio destino umano e spirituale. Come nel medioevo, tra invasioni barbariche nascevano i monasteri, unici luoghi in cui la costruzione del senso ricominciava e proseguiva il cammino interiore dell’umanità. Da questi monasteri si è, solo successivamente, ricompattato un tessuto culturale su cui si è formata la nuova epoca. Ma in ciò non vi è nulla di ideologico che ponga la religione (e in particolare il cristianesimo) come necessaria, mentre invece lo sono tutte le discipline  (quelle cristiane comprese) in grado di unire gli aspetti scissi dell’uomo, che l’abbandono delle pratiche di reintegrazione ha inesorabilmente separato. Riunificazione tra ragione e sensibilità, tra conscio e inconscio, tra corpo e mente, che solo la vera esperienza, cioè l’esperienza concreta, strutturata in una disciplina costruttiva, può riunire. È ciò che possiamo chiamare dimensione spirituale, di cui la Cultura più autentica è costituita. 

Hölderlin pone la domanda estrema, e dà una risposta, definendo la funzione del poeta:

Perché i Poeti in tempi di privazione?
Sono come i preti sacri di Dioniso che di paese in paese andavano nella sacra notte. (2)

Così è sempre stato e l’archetipo si ripete. 

La poesia c’è, ma è rara e poco riconoscibile, in quanto la collettività è distratta da altro, il senso della vita è diventato interamente pratico, volto a una efficienza produttiva, dunque inconciliabile con l’essenza.

Sempre Emanuele Severino scrive: 

“L’arte è il rimedio, perché il “canto”, dice Leopardi, è l’ultimo rifugio della natura, […] l’arte e la bellezza (soni sinonimi perché un’arte non bella, è un’arte non riuscita, una non arte) sono rimedi. […] è tutto ciò che resta quando la stessa civiltà della tecnica avrà fallito.” (3)

Note

(1) E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982.
(2) F. Hölderlin, Perché i poeti?, Adelphi, Milano 1993.
(3) E. Severino, Il bello, Mimesis, Milano-Udine 2011, pag. 22.

10

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *