Didattica della poesia, di Enrico Grandesso

Nell’officina del poeta

 Entriamo ora, con cauta ma attiva curiosità, nell’officina del poeta, dove sono custoditi gli attrezzi del suo lavoro. 
Avendo indicato la musica e il ritmo come componenti primarie della poesia, l’aspetto che ora va insegnato – dapprima gradualmente poi con la velocità adatta per ogni classe – è la metrica. Quando ascoltiamo Sapore di sale, Serenata rap  – o, a ben altro livello, Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale dagli “Xenia” di Eugenio Montale – non ci mettiamo subito a calcolare il numero e l’insieme delle sillabe. Eppure, la pianificazione (meglio: l’orchestrazione) del ritmo dei versi è un aspetto importante, perché fornisce l’identità ritmico-sonora di una poesia. Di conseguenza lo è anche la tipologia del componimento: giambi o epodi per la poesia classica, il pentametro giambico shakespeariano, il sonetto, la canzone o l’ottava nella tradizione italiana. 

Per insegnare la metrica è necessario partire dalle forme chiuse, prima di passare ai testi novecenteschi o contemporanei, quasi sempre composti in verso libero. Far sillabare la metrica come un solfeggio (indicando poi le figure di suono annesse e connesse: rima, assonanza, dialefe, sinalefe, cesura, anafora, ecc.; e quelle di linguaggio: similitudine, metafora, iperbole e altro) è assai meno difficile di quanto si creda.
L’importante è tenere sempre a mente che le tecnicità della poesia sono secondarie alla sua essenza e comunicazione espressiva: la poesia è una forma d’arte, non una porta riparata da un falegname. Per questo sbagliano tutti quei manuali che dedicano uno spazio eccessivo a questi aspetti: la giusta proporzione, cari antologisti!!! Aggiungiamo, per stilettare poco poco un vissuto del provincialismo italiano in ambito critico, che lo strutturalismo – importato decenni fa con disinvolto entusiasmo dalla Francia – si è rivelato una corrente critica stimolante come passepartout ma poco altro: non ha saputo infatti, come d’altronde nessun altro, definire cosa stabilisce la grandezza di una poesia. Qualora ciò avvenisse, la critica morirebbe in quell’istante. (Alla faccia dell’intelligenza artificiale).
Oltre alle tecnicità metrico/ritmiche, ci sono anche quelle retoriche: metafore, similitudini, litoti e altro. Questo è un passaggio più complesso, perché riguarda modalità espressive che pertengono anche alla prosa, nonché al parlato quotidiano. Anche qui aiuta il raffronto con altri brani (ad esempio di Molière o Pirandello, di E. M. Forster o di Gadda), di libretti lirici (“La calunnia è un venticello”…  oppure “Se vuol ballare / Signor Contino / il chitarrino / le suonerò”) o di autori più moderni (per tutti La pianta del tè di Ivano Fossati).  
Senza mai tralasciare il cinema: pensiamo non solo a “L’attimo fuggente” di Peter Weir (1989) con un indimenticabile Robin Wiliams nel ruolo del prof. Keating; ma anche a “Il postino”, con Massimo Troisi, Maria Grazia Cucinotta e Philippe Noiret e la regia di Michael Radford (1994). Quelle scene umili e tenerissime, quando il timido postino impara a memoria dei versi del mito Pablo Neruda, confinato nella sua isola; e poi il poeta gli chiede: “Se dico il cielo piange, che significa?” e lui risponde “Che piove” – imparando così cos’è una metafora e come riconoscerla – non toccano solo il cuore degli studenti e delle studentesse più sensibili, ma aprono i nervi e le vene alle sinuosità del linguaggio.
Prima di concludere, due consigli. Il primo è: non siate troppo pedanti nell’insegnamento di metri, ritmi e figure retoriche e neppure nelle verifiche. Scioltezza, e tempo al tempo. Il secondo: non date tutto. Lasciate qualcosa ancora di riservato e di inesplorato… scoprirete poi perché.
 Così concludo queste riflessioni, inviandole come un soffio di vento forte e lieve: nella vibrazione della poesia come testimonianza della tensione creativa spirituale e sociale delle sensibilità e dei linguaggi di un’epoca, nel dialogo con chi legge e ascolta. Dalla classicità ad oggi.

Enrico Grandesso

(quarto intervento, conclusione)

2 pensieri su “Didattica della poesia, di Enrico Grandesso

  1. Riccardo Ferrazzi

    Anche se il consiglio è ragionevole, mi permetto di dissentire: approfondire la metrica dovrebbe essere un passaggio obbligato per chiunque voglia provare a far poesia. Apprendere la tecnica per dare musicalità al verso è precisamente ciò che distingue la poesia. Invece da troppo tempo siamo costretti a chiamare poesia ciò che (secondo uno scrittore che non amo) è “andare a capo prima che finisca la riga”. Intendiamoci: si possono dire cose intelligenti, belle, folgoranti, ecc. “andando a capo prima che finisca la riga”, ma si chiamano aforismi. La poesia deve essere musicale, altrimenti è un’altra cosa.

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    1. Enrico Grandesso

      Buonasera Ferrazzi, le rispondo.
      Penso che non siamo così distanti: anch’io ritengo che la metrica vada propriamente insegnata agli studenti (il mio articolo si rivolgeva ai docenti di Letteratura nelle scuole superiori, non agli aspiranti poeti). Penso però, e dopo sette lustri di insegnamento ne sono sempre più convinto, che vada insegnata dopo la lettura a voce ripetuta di una poesia e dopo averne evidenziato gli elementi ritmici e sonori portanti.
      Far fare agli studenti una scorpacciata iniziale, astratta e irreale, di metrica e prosodia quasi sempre li fa allontanare dalla poesia, percepita come un soggetto astruso. (E’ il destino che, al ginnasio o nei primi anni liceali, è toccato a molti della mia generazione).
      Dopodiché sono più che d’accordo sul fatto che un poeta canta e non scrive – ne ho parlato in uno degli articoli; e che c’è una chiara differenza tra versi e prosa. (Certo, poi ci sono anche le prose poetiche, ritornate di moda negli ultimi anni: ma questo è tutt’ altro discorso. E sono comunque prose).
      Un saluto,
      Enrico Grandesso

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