
Un elogio della condizione umana. Su Il conforto dell’ombra di Giancarlo Consonni
di Giorgio Morale
La nuova raccolta di poesie Il conforto dell’ombra (Einaudi 2025) di Giancarlo Consonni è un elogio della condizione umana strutturato in tre sezioni, con la poesia Parola a fare da introibo: I gelsi spaesati, Babylo minima e Dono. Le tre sezioni seguono l’itinerario del poeta, dall’infanzia e adolescenza nell’Italia rurale, alla maturità nella Milano post-industriale e al dono del presente, facendo del libro una sorta di autobiografia ellittica per immagini e sensazioni.
Il profumo dell’infanzia
Il libro sovrappone più livelli di lettura di cui la stessa voce parlante ci dà le chiavi d’accesso. La prima, quella prevalentemente notata dai commentatori e che viene menzionata nella quarta di copertina, è rappresentata dalla “madeleine de Proust” costituita dal profumo delle robinie in fiore, che entra in scena in apertura della prima sezione della raccolta:
Nel mezzo di ogni aprile
quando in piazza del Suffragio
passo sotto le acacie in fiore
chiudo gli occhi
e cammino accanto
ai boschetti di robinia
della mia infanzia.
Il profumo è lo stesso,
signore dello spazio
come in quei sentieri.
La sensazione porta con sé, oggi e in una piazza milanese, una scia di ricordi che fanno rivivere alla voce parlante e al lettore visioni, fantasie, dilemmi dell’infanzia in un paese della Brianza.
L’elogio dell’ombra
La seconda chiave di lettura, come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, è esibita nel titolo, che con un ossimoro mette in relazione i termini tradizionalmente antitetici del conforto e dell’ombra. Viene in mente la tradizione platonica, che mette in contrapposizione la luce e l’ombra, contrapposizione in cui l’ombra denota il mondo sensibile, quindi la conoscenza imperfetta e la condizione degradata dell’umanità. Nel platonico mito della caverna la luce del sole invece è il Bene, il principio di tutto ciò che è buono e bello, la fonte della verità e della conoscenza. Tale dicotomia persiste sia in elaborazioni culturali successive, come la psicologia junghiana, sia nel linguaggio comune: l’ombra soffre di cattiva fama ed è assimilata al negativo, a quanto c’è di oscuro e malefico. Consonni si pone al di là di questo dualismo contemplando come siano “Ombra e luce in gara / a chi è più ospitale”. La sua inclinazione per l’ombra che noi siamo traspare nella domanda “Come faranno in Paradiso / senza il conforto dell’ombra?”, e nella domanda “Riposa mai la luce? / Il buio è il suo seno, / la sua nutrice?”. Per poi concludere osservando la loro compresenza nella dimensione umana:
Si sfa la luce,
si sfa l’ombra.
Tornano insieme,
nel grembo della parola.
Il libro, attribuendo all’ombra capacità di conforto, costituisce un elogio dell’ombra, e quindi un elogio della condizione umana, fatto non con la gravità del filosofo ma con la leggerezza del poeta che conosce il peso delle parole. Da versi come questi avvertiamo come “La poesia può porsi a contatto con il mistero se si fa luogo di un accadimento: del baluginare del senso che scaturisce da interazioni interne a quanto, della vita e del mondo, essa mette in scena” (così il poeta nell’intervista a Grazia Calanna, “Il conforto dell’ombra” di Giancarlo Consonni. “La poesia è un modo per stare dentro e fuori i rumori del mondo”, L’estroverso, 15 – 7 – 2025).
Una poesia terrestre
I sensi dominano nel libro di Consonni. Esso richiama per questo aspetto il Libro d’ombra (questo il titolo della traduzione italiana, il titolo originale giapponese è Elogio dell’ombra) di Junichiro Tanizaki, che rivaluta il “mondo d’ombra” in cui i sensi sono esaltati e lo preferisce al gusto per la luce artificiale, il lindore e gli spazi asettici dell’Occidente progredito che annullano la materialità. Come suscitato dalla provocazione olfattiva delle acacie che scatena la memoria involontaria, nella prima sezione di Il conforto dell’ombra, I gelsi spaesati, è tutto un precipitare di sensazioni. Nella stessa intervista citata prima Consonni ha dichiarato:
Il farsi della poesia, nel mio caso, è essenzialmente un fatto orale. I versi vengono ‘detti’ (e ‘ridetti’) come in un muto soliloquio. Un fatto che chiama in causa un doppio teatro: quello dei destinatari ‘ideali’ e quello sconfinato dell’universo.
Le sensazioni emergono infatti come da una interiorità in cui il suono, sussurrato, prende forma. Sono presenti tutti i sensi, a formare una visione estatica che Alida Airaghi in una nota a un precedente lavoro di Consonni, Filovia (Einaudi 2016), ha definito francescana, dall’udito: “Il canto padrone / del silenzio del bosco” alla vista: “Sere e sere in processione / dietro i vestiti neri”, dal tatto: “Affondi le mani nei chicchi / e trovi / il tepore ospitale / dei tramonti di settembre” al gusto: “un gelato da cinque / una stringa di liquirizia”. La vista ha un posto d’onore: “Il frumento indossa papaveri e fiordalisi”, “La fine d’agosto / è tutta ruggine e stoppie”. Ciò avviene per la sensibilità visiva di Consonni, che è anche raffinato pittore e fotografo. Fra i sensi probabilmente è l’olfatto il più esaltato: “I temporali impetuosi / cavano alle strade polverose / odore di zolfo”, “portavi a casa tre monete da dieci / e tutti gli odori del mondo”, “È maggio / e ogni stanza è conquistata / dalle mille fragranze del prato”. Spesso si tratta di un odore “impresso per sempre / nelle narici”. Questo ci dice il carattere profondamente terrestre della poesia di Consonni. Dotato di collegamento diretto al cervello, l’olfatto è il primo senso che entra in azione nella nostra vita, per segnalarci la prossimità del nutrimento e informarci su pericoli e opportunità dell’ambiente. È intimo, spontaneo, incontrollabile, non addomesticabile con la ragione, penetra in noi e in noi rimane operante, e pertanto è il più pronto ad attivarsi e il più adatto a suscitare la memoria involontaria.
Anime e demòni
Questa sapienza sensoriale è il sostrato che unifica le due chiavi di lettura di Il conforto dell’ombra: la rievocazione dell’infanzia e adolescenza del poeta nell’Italia rurale negli anni del dopoguerra e della ricostruzione e l’elogio della condizione umana, accolta nella sua materialità e spoglia di inquietudini metafisiche. Le due linee tematiche sono in tensione fra di loro e attraversano sia il presente sia il passato. Come nel presente nella metropoli milanese permane il mondo naturale e il profumo delle acacie è “signore dello spazio”, così nell’infanzia rurale trascorsa da Consonni a Verderio Inferiore alcune percezioni anticipano l’elaborazione del poeta adulto.
Di anime avevo visto quella
delle carote
e quella delle verze,
dei cristiani nessuna.
L’intrusione dello “spirito”, l’intorbidamento del cuore e della mente che essa provoca è rifiutata quasi istintivamente dallo sguardo infantile. Ad esempio la voce ricorda la superstizione che faceva dire, quando “temporali impetuosi / cavano alla strade polverose / odore di zolfo”, che “Da ogni poro / la terra trasuda demòni”. Oppure quando il parroco tuonava dal pulpito che “L’Adda è un posto / dove Satana è di casa. / Un luogo di perdizione / per la nostra gioventù!”, e nel soggetto narrante sorge il primo ricordo del fiume durante una gita in seconda elementare: “Strisciava come un serpente / ma non si vedeva la testa”. Fino ad annotare, rievocando un’avventura dell’adolescenza, quando
Speleologi improvvisati,
strisciamo a fatica
in una fessura del ceppo.
Non è la discesa agli Inferi,
siamo solo
in riva destra dell’Adda.
Sono visioni che bastano a evocare una spiritualità popolata di altri mondi, demòni, odor di zolfo e Satana, e che alimenta rigide convenzioni sociali, come quando nelle processioni “I due sessi, / tenuti ben distinti, / si sfiorano fianco a fianco”. Lo sguardo di Consonni non emette giudizi ma esprime il suo distanziamento da quel mondo con piena responsabilità e con fine ironia, e la precisione dello sguardo che racchiude una Weltanschauung in una battuta, un gesto o una scena spesso strappa un sorriso.
L’infanzia e la storia
Lo stesso sguardo si fa storico nel cogliere la povertà, le fatiche, i disastri della guerra, e nell’indicare nei mutamenti nel tempo i portati della ragione occidentale. Vediamo l’apparizione nei campi dell’infanzia della mietitrebbia, e con essa
Fine delle schiene chinate
nella canicola.
E i bambini?
Mai più scorribande
tra i mietitori,
mai più merende
all’ombra delle robinie.
Vediamo l’innovazione del canto registrato per attirare gli uccelli, “e presto delle quaglie / non s’è saputo più niente”. Così come sono spariti i ciliegi, perché “erano un ostacolo / alle arature coi trattori”, e i sassi di strade e cortili, sostituiti dall’asfalto, “praticissimo demone / della dimenticanza”. Di contro a tali frutti del progresso rifulge la sapienza del contadino per cui “l’oggi / ha in serbo il domani”, o quella del poeta da piccolo che sa che al gioco della lippa “Per far volare / il legnetto a due punte / conta il colpo assestato in aria”, che impara per esperienza che “Da come la domenica / spendevi le venticinque lire / dipendeva il sapore della settimana” e che scopre la differenza fra il granoturco e il frumento, e fra come governare un asino e un cavallo. Qui si sente la gioia della cultura condivisa e dell’appartenenza.
Organico e meccanico
La stessa che il poeta cerca nella Babylo minima (questo il titolo della seconda sezione del volume di Consonni, ambientata nella metropoli milanese). Anche qui c’è, come nei dipinti del pittore Pietro Leddi,
Scontro e contaminazione
di organico e meccanico
umano e animale precipiti
sintesi
di dissacrazione e contemplazione
di classico e anticlassico.
E anche qui l’ironia di Consonni prende di mira i nuovi frutti del progresso, come “codici personali / password / e pin”, non buoni per aprire “i cancelli del cielo”, o come l’imbozzolarsi delle persone nel curriculum vitae “come a tenere prigioniera una farfalla”. Non risparmiando un epigramma per il poeta viaggiatore:
Lo precede la gloria.
Lui dietro,
fedele cagnolino.
La voce esulta nello scoprire come anche nella città “caravanserraglio di Eventopoli” permangano “i tentativi / di umanizzare/abitare”, di evitare di “farsi travolgere / dalla fragilità spudorata dell’apparire”, di cercare “la vita resistente / rinascente / più forte di luoghi e non-luoghi”, di “creare coesioni / e affiatamenti / inventare lo spazio di tutti” e “ritrovare la comune umanità”. Vi si sente la passione per i temi dell’abitare del Consonni urbanista e il tema autobiografico della città come teatro dell’avventura umana, in grado, con la sua capacità di stringere relazioni e di creare riti e giochi, danza e canto, poesia e pittura, di “far perdere al fato la trebisonda”. Non tutto è fatto, insomma, e non tutto è stabilito, e ciò che saremo è nostra responsabilità. Nelle poesie di questa sezione, e soprattutto in quella di apertura, Per Milano con Enzo Rocca e Alberto Scibona e in quella per il pittore Pietro Leddi, il parlar breve tipico di Consonni cede il posto a un periodare più ampio, mentre la narrazione si fa più ricca, come a seguire il bighellonare da flâneur nelle vie della città e ad abbozzare una sorta di Milione delle meraviglie metropolitano.
Il dono
“Che la vita è un dono” è esplicitato nell’ultima sezione, Dono. Sono doni “l’albero cresciuto / sulla modanatura più alta del campanile barocco”, “la tenerezza / nel cipiglio”, persino poter fare ironia sui luoghi che “sono diventati location” o poter coltivare dilemmi come “Volare alto? Volare basso? / … / O con i gabbiani nel cielo / resistere / immobili / controvento?”. È un dono l’arte, non ombra dell’ombra, ma testimonianza della condizione umana di cui costituisce un analogo, per cui può succedere che “ti troverai d’un tratto / a nuotare in un quadro di Morlotti“. Per il lettore è un dono leggere la parola precisa di Consonni, e avvertirvi il piacere di dire e di tenere insieme il mondo. Sono un dono il libro e la lettura, a cui Il conforto dell’ombra dedica varie poesie, ad esempio questa:
Tra le mani il libro,
si fa ospite,
di chi lo ospita.
E il mondo si ritrova,
sospeso, ospitale.
E noi ci identifichiamo nella lettrice, che non parla solo del personaggio raffigurato da Pierre-Auguste Renoir ma di noi stessi: “Rifulge sul volto / lo splendore della parola”.


Grazie Giorgio. Un giovane poeta che intervistava politici e filosofi negli anni 80, fu il primo che mi parlò di Rilke. Nella mia ignoranza nulla sapevo dei poeti contemporanei tranne i miei studi liceali su Ungaretti. Così Giorgio mi fece conoscere le poesie di Loi, di Consonni, di Chandra. Poi per lungo tempo ci siamo persi ognuno a coltivare il proprio itinerario, le nuove famiglie, le difficoltà della vita. Grazie di segnalarmi questa raccolta di poesie che nei prossimi giorni comprerò. Scrivevi e scrivi facendo condividere al lettore ( almeno a me) il piacere della lettura, delle sensazioni sensoriali, dell’ immaginazione attiva e della memoria. Ciao Claudio Jaccarino