Nella vita di ogni essere umano, c’è un punto in cui le certezze smettono di bastare. Le parole imparate si fanno troppo strette, le formule che un tempo rassicuravano non sono più capaci di contenere il respiro profondo dell’anima. È allora che si comprende che credere non è semplicemente l’atto di aderire a una verità, ma di attraversarla completamente. È un respiro che si rinnova, una corrente che non si arresta. Credere è un verbo in divenire, voce piegata al presente fuggevole, mai fissata nella garanzia del passato. Il credente autentico abita il participio del fare, non quello del fatto. Non dice «ho creduto», dice «sto credendo». Non posa il cuore su un dogma marmoreo, lo lascia sospeso nel vento dell’incertezza, dove la fede rimane cammino, scelta, tensione viva. Ogni giorno si rialza, stanco e fragile, e pronuncia il suo sì ancora una volta nonostante tutto, nonostante il mondo, nonostante se stesso.
Il credere somiglia all’amare: muore quando diventa abitudine, quando si riduce al ricordo di un sentimento che fu. L’amore, se si incastona nel tempo, si trasforma in reliquia, in gesto ripetuto senza più calore. Così la fede: se si chiude in un catechismo, se si irrigidisce in una formula, se smette di essere domanda, allora diventa affare da museo.
Ognuno, consapevolmente o meno, vive sospeso tra il bisogno di fermarsi dentro un recinto definito e il desiderio di avanzare verso spazi sconosciuti. E nello scegliere una postura o l’altra, finisce per dar corpo a due diverse tipologie umane. Chi vive nel vortice del participio presente è credente e respira con il mondo, accoglie il mutamento e naufraga controvento tra le onde di un mare in tempesta. Può essere cristiano, musulmano, buddista, agnostico o semplicemente inquieto. In lui la fede non è confine, ma passaggio; la verità non è possesso, bensì orizzonte che si sposta sempre un pochino oltre la possibilità di essere afferrato, conquistato, detto. Vive di domande, trova senso nell’incompiuto, nella distanza, nella crepa che squarcia e lacera. Sa che ogni certezza è già un idolo, e che la vita stessa si nutre di instabilità e tremori.
Poi ci sono gli altri, i custodi del participio passato. Coloro che «hanno creduto» una volta per sempre e si muovono dentro mura di pietra, difendono parole ormai immobili. Affidano la propria identità alla tradizione e confondono la solidità con la salvezza. Hanno trasformato il verbo in monumento e pregano davanti alla statua della loro verità. Sono i devoti del già detto, i sacerdoti dell’immobilità. In nome del loro «creduto» accendono fiamme, scatenano guerre, dividono e giudicano. Non sanno che la fede irrigidita si pietrifica e che la pietra, prima o poi, si incrina. Non sanno che credere significa restare in cammino. Ignorano che avere fede è il gesto autentico di chi non smette di interrogarsi, di chi accetta che Dio – o l’amore, o la vita stessa – resti sempre oltre la mano che lo cerca. È fedeltà alla propria sete, non alla propria certezza. È dire sì a un mistero che sfugge e che, proprio per questo, continua a interrogare le coscienze.
Ogni mattina, nel silenzio che precede il rumore del giorno, il credente si alza e sceglie di credere ancora. Non perché possieda la prova, ma perché non può farne a meno. Crede nel gesto, nella parola, nello sguardo. Crede nel bene fragile che abita le cose. In quel continuo credere, nel suo non finire mai di credere, si fa vivo il mistero stesso della vita che non si compie, ma continuamente nasce.
Così la fede, qualunque nome porti, si salva dal gelo del dogma e dal fuoco del fanatismo. Rimane flusso, respiro, voce. È verbo che continua, che inciampa, che spera. Un verbo che non si chiude mai in un tempo definitivo, ma si rinnova ogni giorno: come una promessa che rinasce a vita nuova, o un amore che non smette mai di sperare nel proprio miracolo.

Il commento…..una meraviglia…….fa pensare molto
Grazieeee Alessandro