Alberto Bertoni, professore di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna, nella cattedra del suo illustre maestro Ezio Raimondi, si sa è critico militante, nel senso più ampio del termine, generoso con la comunità poetica, impegnato nella saggistica letteraria con una applicazione totale, dati i numerosissimi studi effettuati; è però poeta. Nella seconda parte del Novecento, la distinzione tra i due ambiti, quello del critico e del poeta, è stata giustamente messa da parte, tanto che poi alcuni poeti sono risultati ottimi critici (tre nomi per tutti: Bigongiari, Fortini e Zanzotto), così come alcuni critici si sono espressi ottimamente in poesia, e uno di questi è appunto il nostro poeta. Bertoni ha pubblicato vari libri, tra i quali spicca la raccolta Ricordi di Alzheimer (poi Il libro dell’ansia), in cui scrive della terribile malattia contratta dal padre, poesia che ha avuto molti riconoscimenti. Ora, facciamo un passo indietro rispetto al libro di cui vogliamo parlare, cioè Semplici abbandoni, appena uscito presso Einaudi (pag. 140, euro 12), e torniamo al volume precedente del poeta, sempre pubblicato da Einaudi, nel 2021, dal titolo insidioso L’isola dei topi. Ebbene in quelle pagine, il malefico roditore, diveniva minaccia e figura del declino di una società, la nostra, che, tra guerre, covid, perdita dei valori ideali e spirituali e eventi climatici, si pone sulla soglia della fine, o comunque in uno stato di evidente putrefazione. Il roditore ci accompagnava così in un baratro, in un tragico vortice melmoso. Vettore e protagonista della storia.
Ma ecco che ora nel nuovo libro non c’è più il roditore che incalza, e le ansie e le paure pur non essendo sparite, si sono affievolite, sostituite da dei semplici abbandoni, come mormoranti avvisi della delicata situazione. E il dettato si fa così meno marcato, aleggia in un procedere che pur tra evidenti sconcerti, urti, denunce e paure ci pare che non abbia più quelle apocalittiche misurazioni rispetto al presente. Ora crediamo che un mondo che, rispetto agli anni precedenti al 2021, è fortemente peggiorato, non possa far cambiare il modo di vedere del poeta, ma forse proprio perché il disastro finale quasi si avvicina, il poeta pare che indulga più su una tenue attesa, se non un minuto tragico occhieggiare a una minima scia di lumi. E quel verso di Montale fortemente legato alle vicende umane, utilizzato da Bertoni quasi come una dichiarazione di poetica, cioè: “amare un’ombra, ombre noi stessi” (che viene da Satura, nella poesia “Tuo fratello morì giovane”), pur rimanendo un suo segno esistenziale, viene, ci pare, quasi come coniugato in un sotterraneo sospiro. Molteplici poesie ci inducono a vedere questo passo frugale, che in alcuni casi riesce a cogliere tante decisive verità o semplici momenti da ricordare, tra ironie e storie singolari: “il sapone talismano di ogni doccia/ adesso che con vero dolore ne scarto/ l’ultimo esemplare rimasto/ solo perché è stato/ il sapone a mia madre più caro…”; la Passata Cavicchi (sì il famoso pugile, passato alla produzione del pomodoro); la magnificenza del cibo (quello: “semplice e modenese/… Pastalburro o tortellini in brodo,/ polenta condita in ogni modo,/ con lo zampone a bollire per sei ore,/ accompagnato da fagioli e gnocco/ fritto per precetto medievale/ nello strutto”); il calciatore Luisito Suarez da vecchio “al ristorante Botinero di Milano” col suo “faccino/ senza baffi ma un po’ troppo appuntito/ e grigio”; l’ex pugile Tiberio Mitri che, racconta il cardinale Zuppi, “prima di prendere l’ostia/ consacrata fra le labbra/ accennava la mossa/ del pugile in guardia”. È che le storie raccontate da Bertoni, che sono tante, quasi come fosse un cantore sempre in viaggio, ci appaiono semplici quotidiani passaggi, che interrogano certo, ma sono come avvolti in una dimensione compassionevole. E pare il suo, un voler conoscere dantescamente il mondo credo proprio attraverso la poesia. Spesso sono versi dedicati a nomi e cognomi della sua vita, o ricavati dal suo curioso indagare, o esprimono storie impersonali, ma sempre ciò che lo incalza è la sua partecipe attenzione. E questo sia che provenga: dall’ippodromo tanto frequentato coi suoi cavalli o i driver (“ Io l’ho visto, Paolino Jemmi,/ vincere a ottant’anni una corsa/ di minima a Bologna,/ rigido, ingessato in sulky,/ redini alte e muso del cavallo/ primo d’un niente/ sul traguardo”); dall’Inter amata mentre ricorda “La mia finale”, ahimè persa (“se t’illude sulla’Inter finalista…/ dove…/ per obbligo morale con me stesso/ e con mia moglie…/ a nessun costo potevo smadonnare/ per ogni tiro o gol subito,/ tirar fuori il mio peggio”); dalla Modena della madre insegnante elementare che lo obbliga a non usare il dialetto e dal padre operaio alla Ferrari, che il dialetto lo parlava proprio con Enzo, il grande capo, quel padre che il figlio “l’avrebbe voluto ingegnere/…/ riconoscerlo erede e cavaliere/ del leggendario e modenese Cavallino”; dagli amici che se ne sono andati, da Santagata a Lolli a Berselli, etc. O la vita che scorre vivace nella bellezza della giovane: “tu che stai a fumare in un angolo/ ogni mattino/ capelli neri a caschetto/ e un angelo custode/ lì vicino”. Un mondo composito da ricordare, da citare, da coinvolgere, ecco da coinvolgere, quasi per dargli nuova esistenza, perché tutto diviene nella sua poesia presenza, istanza di vita, direi con un termine forzato: comunità. Bertoni, scrive un romanzo dai mille personaggi, dai mille movimenti, senz’altro lontano da una certa poesia monotematica, essendo la sua una osservazione totale, un contemplare il mondo nei suoi più diversi aspetti. Ma poi detto questo, c’è da dire di una sottile perdurante malinconia. C’è quell’ombra montaliana che si affaccia minuziosa, per via del tempo che scorre, per l’incombere del male nel mondo, per la mancata attenzione al divino, per il dolore che mai si attenua rispetto a certe morti, quei volti fissati e inseriti in una pagina continua (si veda le belle e vibranti poesie dedicate ai genitori, agli amici). E c’è una poesia che forse più di altre sintetizza lo stato di personale incertezza che viviamo, quella sorpresa per l’esserci e la indeterminatezza del vivere, di ciò che può apparire normale ma che poi particolarmente interroga: “E cosa fanno/ ma soprattutto di cosa parlano/ i due tizi che scorrono in un lampo/ proprio accanto al mio treno/ sulla porta basculante di un garage/ fra Umbria e Lazio?”. Ecco, diciamo: stupore del vivere, nella sorpresa di una comunicazione segreta tra le persone, e ciò seppure avvertito da uno sguardo sfuggente da un treno in corsa, allora, leopardianamente, il poeta rivela: “un enigma e dilemma,/ nel cuore di un mattino/ che anche oggi ti dona/ dell’umano l’equivoco infinito”.

