L’arte dello scrivere, di Gualberto Alvino. 52

Autofiction

Negli ultimi anni si contano ormai a dozzine gli autori italiani di varia statura che si cimentano col genere dell’autobiografia romanzata (da Antonio Moresco a Walter Siti, da Aldo Nove a Emanuele Trevi, da Eraldo Affinati a Edoardo Albinati), i più persuasi che la celebrazione e lo squadernamento dell’io anagrafico in tutta la sua voyeuristica oscenità possa di per sé conferire all’opera un plusvalore in termini di mordente e carica espressiva, quasiché la letteratura s’identificasse fatalmente con la deprecata letterarietà e dunque non si desse verità e autenticità fuori dalle coordinate del cosiddetto “vissuto”.
Nulla di più illusorio giacché
a) come dovrebbe esser noto, la letterarietà costituisce il proprium dell’arte della parola, ergo non è né evitabile né vitanda, ma buona o cattiva (qui si pare la nobiltà dell’artefice);
b) la coincidenza più o meno plenaria della voce narrante con la persona fisica dell’autore non muta il rapporto lettore-testo, essendo il patto che ne è all’origine sempre e comunque di natura finzionale;
c) non esiste conato o furore antiletterario che non si grammaticalizzi in letterarietà;
d) fino a nuovo ordine verità, immediatezza e sincerità non si ottengono per grazia celeste o di genere: si conquistano tramite calcoli e artifici tra sofisticati e sofisticatissimi, in difetto dei quali — autofiction o non autofiction — la pagina perde non solo verità, immediatezza e sincerità, ma spessore e ragion d’essere.

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