Un appuntamento non rinviato, neppure atteso. Un appuntamento senza data, senza prospettive incoraggianti, inevitabile ma facile da dimenticare. L’anatra dal collo slanciato, dal becco rosso come le zampe, non sembra del resto pensarci troppo; scivola via dalla copertina con apparente noncuranza, si inoltra nel volume a passi corti, uno sguardo in avanti uno sguardo indietro, ancora uno sguardo in avanti ancora uno sguardo indietro: e qui si ferma, perché alle sue spalle è comparso un personaggio inquietante. “«Chi sei, e perché mi strisci alle spalle?» domandò. «Finalmente te ne sei accorta» disse la Morte «Io sono la Morte»”.
Ha pretese di eleganza, questa Morte. Indossa un cappottino a quadretti, lungo, senza bottoni, che fa intravedere alle caviglie un vestito ancor più lungo, anch’esso a quadretti; ma la testa non lascia adito a dubbi: è un teschio enorme, sproporzionato, la bocca una linea circolare sottilissima, gli occhi e il naso tre buchi profondi, la nuca sporge oltremisura. E tra le mani guantate, si gingilla con un fiore dal bulbo tortora e dallo stelo verde, che ostenta un’unica foglia. Sono loro, L’anatra, la morte e il tulipano, i protagonisti di questo apologo per immagini dovuto alla matita e alla malizia di uno dei più affermati illustratori europei, il tedesco Wolf Erlbruch, qui anche autore del testo, poche corpose righe a scandire a dipanare la storia.
Che è di una essenzialità spiazzante. Terrorizzata, l’anatra pensa sia giunto il suo momento; e tuttavia la Morte cincischia, si offre piuttosto come accompagnatrice, si immerge con lei in uno stagno, prende freddo e l’uccello la riscalda col proprio corpo, quindi si arrampicano su un albero, e intanto filosofeggia ma senza esagerare; passano alcune settimane, che trascorrono sempre assieme, poi l’inevitabile accade: “Quando un vento fresco le soffiò tra le piume, per la prima volta l’anatra si sentì gelare. «Ho freddo» disse una sera. «Ti va di scaldarmi un pochino?». La didascalia ulteriore, che campeggia in basso nella pagina bianca, recita: “Una neve leggera scendeva piano nell’aria. Era accaduto qualcosa. La Morte guardò l’anatra. Non respirava più. Giaceva immobile.”. E subito la raffigurazione: il cielo e il terreno sono un’unica massa scura, punteggiata da minuscoli fiocchi di neve; l’anatra è stesa al suolo, sul dorso, il becco rosso puntato verso l’alto, immoto, le ali attaccate al corpo, la pancia prominente, le piccole zampette rosse che sporgono orizzontali; la Morte è accovacciata accanto, la sogguarda con gli occhi caverna, vicina e distante al tempo stesso, una condivisione malinconica che non raggiunge la pietà; in primo piano, languido elegante, giace il tulipano.
Racconta senza spiegare nulla, Erlbruch; e raffigura eliminando gli sfondi, concentrandosi sui personaggi. Una semplicità enigmatica, una pulizia del tratto, che richiedono, senza pretenderla, la complicità del lettore. Infatti, riponendo il volume di ampio formato, gli interrogativi si accavallano: questa Morte è una sorta di gentildonna decaduta, che si è data il compito di accompagnare l’anatra nei suoi ultimi giorni, così da prepararla all’evento; o è una malvagia infermiera che con fare mellifluo tiene d’occhio la sua vittima, la stringe e la costringe in cerchi sempre più stretti? O è piuttosto l’alfiera simbolica di un destino distratto e tuttavia incombente, che concede l’onore delle armi ma non fa sconti? Alla fine, sollevando l’anatra tra le braccia, s’avvia verso un grande fiume; dalla mandibola serrata pende l’inseparabile tulipano. L’anatra viene adagiata nell’acqua, nel suo elemento; sulla pancia riposa ora il tulipano.
Si chiude, dunque, la storia, con la Morte che contempla il fiume a cui ha affidato l’uccello, mentre un’onda gigantesca invade e quasi riempie la pagina successiva. L’ultima tavola vede la Morte, puntualmente assorta, in cammino; ma ecco spuntare un indizio che fa riflettere: attorno a lei danzano, girotondo fatale, un lupo dallo sguardo affilato ed un coniglio in fuga dalle orecchie ritte. Ed allora capiamo che no, che in realtà la storia che la riguarda non finisce lì, anzi, può solo ricominciare: in eterno.
Wolf Erlbruch, L’anatra, la morte e il tulipano, Edizioni E/O 20248 (2007)


