Danila Di Croce “Dove ancora non siamo nati”

 

di Mauro Ferrari

Danila Di Croce, Dove ancora non siamo nati, puntoacapo Editrice, Pasturana 2024, pp. 146, € 15,00.

Dove ancora non siamo nati:
lì trascorrere la gestazione, se l’impianto
del vero è un oracolo da intonare
al primo e all’ultimo degli abbandoni.

Ci sono scritture poetiche che affascinano per la loro limpidezza; sono a volte incentrate su un Io più o meno autentico/autobiografico, a volte nate da sguardo o pensiero. Sono scritture che ci raccontano, dicono, spiegano. Ci sono altre scritture che alla progressione metonimica (più tipica della prosa) preferiscono quella metaforica, e saltano da un precipizio all’altro, atterrano in territori più o meno conosciuti e comprensibili dandoci barbagli di comprensione come riportassero visioni di paesaggi lontani. Alcune di queste attraversano i territori del simbolo, dell’allegoria, del mito (che è una storia sì, ma porta sempre un alone di inspiegabile, indescrivibile).

I poeti cercano sempre di dire qualcosa del mondo; anche di sé e di tutti noi inscritti in questa cosa strana che è la vita, e lo fanno a tentoni, nel buio, con gli strumenti poverissimi della parola: un dono, ma anche un limite se non una condanna, che tutti possediamo in misura almeno accettabile per fare quella cosa strana che è la comunicazione: una cosa, una parola; in comune fra me e te, come un sassolino che passa di mano in mano.

La realtà però eccede sia la nostra capacità di raccontarla che quella di trasformarla in metafora, o altro che sia, per renderla più avvicinabile. Ecco allora che alcuni poeti (pochi, e pochissimi quelli “onesti” che non stanno in realtà solo giocando con i significati e i significanti) si confrontano con la difficoltà estrema di scrivere del mondo e della vita ben sapendo che ogni tentativo è destinato a un glorioso fallimento.

Danila Di Croce appartiene a questa schiera ridottissima di poeti che creano ponti tra sé e il mondo, aprono porte, balzano al di là del precipizio. È una “poesia onesta”, in senso sabiano, non perché ci spaccia come poesia una banalizzazione del reale, ma proprio perché ci dice che esso sarà sempre inattingibile. La bellezza, la grandezza persino di questa poesia (ci si dimentica spesso di questa definizione impegnativa) sta proprio nell’inventare nessi; dove “inventare” ha precisamente il senso etimologico di trovare: trovare perché si è cercato, perché si sono scelte, con perizia ed efficacia, coerenza e coesione interne, le parole (la voce, lo stile) per mettere questi reperti sulla pagina.

Questa poesia, e la raccolta di Danila Di Croce ne è un esempio, ci fa percepire l’espansione dell’Io lirico verso il mondo, con un senso di momentaneo smarrimento; ci costringerà a rileggere per comprendere i nessi di un discorso (in senso linguistico) che procede di sbieco, per salti e faglie, che affronta la cosa da dire (la kantiana inafferrabile ding an sich, la cosa in sé) ben sapendo che la realtà ultima è inattingibile: noi non sappiamo i veri nomi delle cose, non sappiamo quale sia il loro colore, né se lo posseggano in sé, neppure sappiamo cosa siano davvero in senso ultimo la materia, il tempo, la coscienza. 

Non viviamo in un mondo newtoniano, ma nell’alone probabilistico di Planck, Gödel, Heisenberg, Schroedinger): possiamo solo inventare percorsi mentali e verbali tra noi e il mondo, senza farci illusioni. Il mondo ci parla, ma la rivelazione è sempre parziale, come recita la straordinaria poesia a p. 48: «Parla la natura, col suo idioma / misurato e onesto, con mille accenti / da seguire, in vibrante comunione. / […] / l’attesa, dell’inizio e della fine, / della resa vittoriosa al verso / che prenda parte al canto universale» (corsivo mio).

 Ecco, la resa: da intendersi appunto come consapevolezza della nostra insufficienza a comprendere il linguaggio del mondo, ma anche, in modo più sottile, come responsabilità di rendere la curva esatta di ciò che si intendeva dire: una resa che, se non è perfetta, è almeno efficace, ottimale.

Anche il dialogo con un Tu frequente anche se mai esplicitato, che può rappresentare un singolo o un universale, una concreta immanenza o una velata trascendenza) soffre delle stesse limitazioni, ha bisogni di Cura (Sorge), perché ogni nostra percezione e quindi relazione con l’altro è frutto di pazienza, soffre di incomprensioni, difficoltà, stasi. 

La poesia di Danila Di Croce allora si piega a rappresentare questa realtà, la nostra soggettiva realtà come noi la percepiamo, sfuggente: «Il presente si lascia andare come / un respiro: soffia l’aria sul vetro / e ridiventa opaco pure il nome / dell’istante più vero.» (p. 59)

L’obiettivo è sempre che qualcosa passi da me a te, dalla pagina al lettore. E per forza di cose la poesia di Danila Di Croce riflette sempre su di sé, diventare anche saggezza della parola, riflessione universale che spinge un po’ in là l’orizzonte del dicibile. In questa raccolta ci sono infatti molte riflessioni sulla parola e sulla poesia. Prendo una metafora concreta che trasfigura il punto: il «lombrico che scava e ingoia / terra a rigirare il verso delle cose, / a riesumare umido l’odore del vero.» (p. 53)

 Non sono mai elucubrazioni astratte o giochi linguistici, alquimia de la palabra in sedicesimo insomma: nella poesia di Danila si parla infatti di «umido […] odore del vero»); e questo vero è declinato da Danila come:

  1. apertura di orizzonti, come vista e come espansione della percezione. Si veda la splendida immagine della sentinella, quasi una invocazione per “un nuovo turno di veglia”: «Dammi il compito della sentinella, / che lavora di sguardo e che lontano / allunga la spinta, ne fa un elastico / teso a tornare, a restituire / l’orizzonte agli occhi» (p. 14).

 

  1. Verticalità, passaggio dall’immanente della nostra vita a un senso di trascendenza che può avere coloriture religiose, persino mistiche, ma che è sempre incollato a terra, alla concretezza del vivere e percepire. Dico solo che il lemma “cielo” ritorna 19 volte…

 

  1. Il senso di gravità (qui «la gravità dei giorni», «il vizio di cadere» (p. 64); ma si veda l’intera sezione Di un’altra gravità, in cui si gioca anche sull’ambiguità del termine, inevitabile in poesia come ci dice da un secolo William Empson, che ha analizzato Sette tipi di ambiguità); ed è sia un inabissamento (il già citato «lombrico che scava e ingoia»), che un ripiegamento su di sé e sulle proprie capacità di rendere in poesia – in un gesto umile da deciso – la pesantezza del corpo e la leggerezza dell’anima; qualunque cosa sia l’anima. Non siamo distanti dal Rilke delle Duinesi: «noi che pensiamo alla felicità come a un’ascesa, / sentiremmo l’emozione, / che quasi ci sgomenta, / di quando una cosa felice cade.»

Se il limite è l’ottusità del nostro vivere, limitato da ciò che siamo, allora l’obiettivo è la rinascita, la nascita in un nuovo sé, proprio come recitano il perfetto esergo al libro, di Mario Luzi: «Oh Dio del mondo / quando sarò rinato?» e il secondo di Antonia Pozzi: «Rinascere – non sai: / come la prima carezza vergine / della luce». Danila dialoga con loro: «Perché, vedi, non ho / che il canto per nascere (p. 109), e «ogni volta è tempo di rinascere, / di farsi nuovamente attraversare (p. 60).

 Questo dialogo è infine fondato “alla presenza della ragione”, secondo la splendida definizione di Tommaso Ceva, ma sempre con una perfetta consapevolezza (si veda il quasi ironico «piglio / dell’esperto» evidenziato dall’enjambement!): «La mia ragione è così assennata / e avventurosa: s’inerpica audace / su sentieri sconnessi col piglio / dell’esperto (p. 67)

«Saremo mai capaci di verità?» (p. 73) si chiede Danila. Ecco il cruccio, perché «vaghiamo nomadi nel giro di un cortile» (p. 76); in tante poesie però il confronto con la realtà è diretto, esplicito, per giungere a una personale verità: «La verità è visione» (p. 82), adottando un termine così difficile, “visione”, che si porta dietro tanti cascami pseudomistici, ma che  in realtà è qui l’essenza concreta e razionale del fare poesia, del poiein: trasformare la vista, cioè i dati dei sensi, in qualcosa che vada oltre, che viaggi e riporti in patria idee, suggestioni, persino (altre parole impegnative) conoscenza e infine saggezza.

Perché dobbiamo tornare Dove ancora non siamo nati, annullarci, rifare tutto daccapo tornando alla felicità ingenua dell’amnios, se interpreto bene, tornare all’essenziale di un dialogo con l’essenza del mondo che sia continuo umile rapportarsi con esso. 

Chiudo una riflessione che potrebbe essere infinita citando tre versi a me molto cari perché risuonano anche in un mio testo, e che uniscono gli strumenti umani: il bello, il vero, il giusto nella consapevolezza di quanto distante sia alla fin fine la nostra ragione dal comprenderli: «Non ci si azzarda a dire che forma / ha il bello, di che ragiona il vero / e quanto il bene li avvicina (p. 69). Appunto, il “glorioso fallimento” cui si accennava all’inizio. 

Mauro Ferrari 

Mauro Ferrari (Novi Ligure 1959) è direttore di puntoacapo Editrice. Ha pubblicato: Forme (Genesi, Torino 1989); Al fondo delle cose (Novi 1996); Nel crescere del tempo (con l’artista Marco Jaccond, I quaderni del circolo degli artisti, Faenza 2003); Il bene della vista (Novi 2006, che raccoglie la precedente plaquette); Il libro del male e del bene (antologia, puntoacapo 2016); Vedere al buio (ivi 2017); La spira. Poemetto (ivi 2019); Seracchi e morene (Passigli 2024, prefazione di Giancarlo Pontiggia).

Ha tradotto il poemetto di Basil Bunting Briggflatts (puntoacapo 2025) e ha pubblicato i saggi Poesia come gesto. Appunti di poetica, Novi 1999), ora in Civiltà della poesia (puntoacapo 2008). 

Narrativa breve: Creature del buio e del silenzio (puntoacapo 2012) e Ora e sempre, rivisitazione in chiave scettica di episodi delle Scritture (Robin 2025).

Ha fondato la rivista La clessidra ed è stato redattore delle riviste margo e L’altra Europa. Ha diretto l’Almanacco Punto di poesia (puntoacapo), e con Cristina Daglio dirige il sito www.almanaccopunto.com e l’almanacco Punto. Officina di poetica.

L’antologia L’etica dello sguardo (Macabor 2024) raccoglie saggi sulla sua poesia, e la rivista Atelier gli ha dedicato una monografia. È incluso nell’antologia della poesia italiana contemporanea (n. 110) della rivista francese Po&sie ed è inserito nell’Atlante dei Poeti di Ossigeno nascente (Università di Bologna).

È membro della Giuria dei Premi “Guido Gozzano”, “Lago Gerundo”, e Presidente dei Premi “Le Occasioni” e “S. Quasimodo”; è stato direttore culturale della Biennale di Poesia di Alessandria ed è ora Presidente della Biennale di Poesia fra le arti (BIPA).

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