Marco Ercolani “Non tornare è la grazia”

 

di Mauro Ferrari

Marco Ercolani, Non tornare è la grazia, Prefazione di Angelo Lumelli, Postfazione di Isabella Bignozzi, pp. 106, € 16,00 

ISBN 978-88-6679-564-3 

Non tornare è la grazia, in sintesi personalissima rivisitazione del mito di Ulisse, è composta di tre sezioni e diversi frammenti di monologo che costituiscono un progetto coerentissimo, di stampo poematico. La voce non è tanto lirica quando nettamente dichiarativa, in versi liberi che spesso combaciano con la struttura sintattica, in modo che ogni frase/verso acquisti valore apodittico, perentorio e frequentemente aforistico.

Da tre millenni la figura di Ulisse non cessa di stimolare interpretazione e riletture, non cessa di interrogarci e forse non cessa di interrogare se stessa. Ulisse è l’uomo simbolo della nostra civiltà, almeno se ci limitiamo alla civiltà occidentale: la sua storia contiene tutto: violenza, astuzia, perseveranza, passione, coraggio, vendetta, e mille altri spunti che hanno trasformato la sua figura in un caleidoscopio in cui guardare noi stessi, frammentati e ricomposti in mille modi diversi. Da un lato vi sono riscritture in chiave eroica o comica, dall’altro autentiche misletture, decostruzioni e riattualizzazioni che ricostruiscono non tanto varianti, quanto delle libere interpretazioni del mito che creano una costellazione di mitologemi. Una minima riconognizione spazia da Foscolo, tennyson, Pascoli, D’Annunzio, Gozzano, Saba, Pavese, Kavafis, Joyce, Kazantzakis, Levi, Walcott…

Sulla scia di questi giganti e delle loro decostruzioni smitizzanti e ri-mitizzanti, che dialogano dialetticamente con l’originale (se mai esiste un “originale”) Marco Ercolani propone una propria, personalissima rivisitazione, alla luce di una riflessione sulla Storia umana che oggi, più che mai, appare attualissima: tornare a Itaca per questo nuovo Ulisse antieroico significherebbe accettare il ruolo predestinato, riprendere il trono, uccidere o essere ucciso, rientrare nella violenza ciclica del potere e della storia. Ulisse sceglie invece di sostare nell’antro — uno spazio uterino, onirico, interiore, sacro insomma, in cui il viaggio si trasforma in un presente sospeso di carezze, odore di ulivi e miele, voci e frammenti accanto a una ninfa – una dimensione non esclusivamente escapistica da sempre presente nella produzione dello scrittore ligure, collegata alla fascinazione e l’attrazione del mare.

“Io, approdato, non torno / . . .  / E il resto del mondo, sogno greve di giorni, scompare” (p. 28). Tutto si annulla: l’Io e il mondo. ”Dovevo tornare solo perché avessero l’occasione di uccidermi?” (p. 34).

*

“Nessun pensiero è originale ma origina
metamorfosi,
acqua nel fiume” (p. 21)

ci dice il poeta, fin dall’inizio collocando la propria fabula all’interno dell’incessante e metamorfico divenire del mito e della civiltà umana.

Colpisce, nelle prime poesie, la sequenza dei “non” (15 occorrenze nelle prime 4 poesie): Ulisse diventa l’uomo del rifiuto verso ciò che di lui si dice già nel suo presente, ma soprattutto di ciò che il mito farà di lui: come sempre, Ulisse è l’uomo in bilico fra destino e libero arbitrio, l’uomo che progetta se stesso incessantemente, affronta il mondo e lo trasforma, lo cura: quindi si infratterà, non andrà alla reggia per compiere la vendetta che ci si attende da lui; non ucciderà, si consegnerà alla grotta e al buio, alla passione “nella morbida pelle delle sue cosce.” (p. 20). Farà, in tal modo, della sua vita un’opera d’arte, come un attore che rifiuta la sceneggiatura e cambierà il finale preparato per lui.

Non tornare è l’unica grazia.
A Itaca sanno che sono arrivato.
Quindi non verrò, non ancora. (p. 20)

Ma lo prometto:
riordinerò il paesaggio infranto. (p. 23)

Cosa sceglie di rifiutare Ulisse, sulla scorta del melvilliano Bartleby? Lui, che aveva già scelto di diventare Nessuno, rifiuta di fissare una identità e cambia la fabula della propria vita; rifiuta di compiere un dovere ancestrale che lo avvicina a Oreste e quindi rifiuta anche il proprio destino letterario, ciò che noi crediamo di conoscere di lui.

Subito dopo, Ercolani compie un balzo prodigioso, assolutamente non ovvio, perché dell’arte scrive:

Più è anonima più grande
è l’artista che ha operato escludendosi,
disponendo le pietre dei templi come un servo silenzioso. (p. 25)

Si compie una rivelazione metalinguistica, che permette l’identificazione esplicita tra Ulisse e lo scrittore; entrambi diventano Nessuno, parlano di una creatività che si trasfonde nell’unicità imprevedibile dell’opera d’arte e della propria vita. Anche qui si ritrova un tema centrale in Ercolani, psicanalista di formazione, che ci ha consegnato una produzione (più sovente in prosa) labirintica e rapsodica, “falsi d‘autore” ed epistolari apocrifi in cui l’Io dello scrittore si fonde e dissolve in innumerevoli maschere, un “arcipelago di voci” nelle sue stesse parole. Fuga, rispecchiamento, ricerca di nuova identità liquida? Certo è che l’Io scrivente corre lungo il crinale fra annullamento nella scrittura e il silenzio dell’Io biografico, evidenziando una certa tangenza con la formulazione eliotiana secondo cui occorre separare l’uomo che soffre dall’artista che crea: l’artista non deve riversare la propria sofferenza o le proprie emozioni personali direttamente nel testo: più è “maturo” o “perfetto”, più la sua opera diventa un oggetto autonomo, staccato dalla sua biografia, capace di creare nuove combinazioni di emozioni. Del resto, una forte tangenza con Eliot è evidentissima in versi come questi, in cui riecheggia anche nella prosodia l’Eliot di East Coker V e gli ultimissimi versi disperati del Re Pescatore nella Waste Land:

Si fa arte per come lo consente il mondo:
si lavora a ciò che è dentro e fuori,
attenti a ricucire strappi, a seppellire morti,
a salvare esseri quasi sommersi.
Io sono un re di cui vorrei si dimenticasse il nome.
Ma lo prometto:
riordinerò il paesaggio infranto.
(p. 23)

In Ercolani siamo però un passo oltre l’”impersonalità dell’arte”, verso l’annullamento dell’autore nell’opera e nell’intero paesaggio letterario.

*

Nell’utero della grotta “il mondo smette di franare” (p. 52), si ritrova finalmente in pace appartato da una Storia di conquiste, violenze e sangue. Quanto al dopo, si insinua il dubbio: “devo tornare alla reggia o riprendere il mare?”. Quale è il compito giusto, mi pare chiedersi Ulisse, obbedire al destino o prendere le armi contro un mare di guai e opporsi per terminarli? Ovviamente i due protagonisti mitici della civiltà occidentale finiscono per porsi la stessa domanda, la cui risposta definisce l’identità. Ma l’Ulisse di Ercolani sembra consapevole di ciò che sarà per la voce dei posteri, mentre Amleto chiederà il silenzio.

La scelta di Ulisse comunque sembra solo una parentesi feriale, segnata dall’abbandono al soddisfacimento dell’Es – ma un Es consapevole della Storia e di sé – che riesce per una parentesi di tempo a vincere sul Super Io, forse sul DNA di una specie condannata a uccidere. Allora, sceglie di aspettare una sorta di fine dei tempi, quando nulla più sarà:

“Tornerò, ma sarò l’unico senza maschera.
/ . . . /
Aspetto, a tornare, che tutti
non siano” (p. 32)

*

La quarta sezione si apre con la visita agli Inferi e il dialogo con Achille, Elpenore e le ombre che gli additano un barlume di verità e consapevolezza. Sono ombre a cui manca l’aria, ma come lui quasi felici di essere al di fuori dalla Storia: “Parlarmi oggi di guerre o congiure / sarebbe offendere le mie orecchie con una lingua barbara e vuota” (p. 64). Al che Ulisse si chiede ancora “Importa tornare a qualcuno?”  (70). L’opzione è appunto un ritorno ma in un dopo oltre la Storia.

Ed è cenere infine approfondisce il tema del destino umano, al di là dei sogni di gloria e del sangue versato: appunto, tutto va in cenere. Siamo foglie spazzate dal vento. Dopo Troia, come dopo ogni guerra, “i sopravvissuti si misero in viaggio / per ogni terra si seppe di ogni morte” (p. 80): restano le sentinelle, testimoni del presente e moniti per il futuro: “Narravano, per chi avrebbe ascoltato, / il sangue sparso, perso sulla spiaggia” (p. 81) – un verso finale in cui non possiamo non notare potente la consonanza rafforzativa.

Il concetto di “Sentinella” in Marco Ercolani si riferisce principalmente alla figura di soglia, filosofica e esistenziale, già sviluppata in Sentinella (Carta Bianca 2011, poi ampliata in Sentinella 2010-2022 per L’Arcolaio): vigilanza sospesa tra realtà e sogno, raccolta e conservazione dei frammenti, custodia della scrittura che tramanda: ecco il suo compito, di vigilanza radicale ma creaturale.

La scelta di Ulisse, nella sezione L’arco sotterrato, è ribadita da Filottete, che rifiuta di seguire lui e i compagni che sono andati a riprenderlo perché senza di lui non sarebbe stato possibile vincere la guerra.

Mi pare che un tema centrale di un libro seminale come questo, e dunque potenzialmente infinito nel generare domande, sia  quello della salvezza: e credo che Marco Ercolani, che come ogni grande scrittore è consapevole al massimo grado del mondo, si sia posto il problema della salvezza: ci si salva obbedendo a un destino, seguendo la via che ci consegna nelle mani della Storia, o ci si ribella mitemente preferendo di no, scegliendo il buio e il silenzio, ma dando una possibilità in più al Divenire e alla parola parola che sempre riattualizza?

Mauro Ferrari

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